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Favolacce – La realtà è una fiaba oscura

Favolacce, o Roman beauty.

Perché il parallelismo con American beautysenza l’America e senza beauty – si respira già dalle primissime inquadrature, galleggianti sopra una strada affiancata da adorabili villette a schiera, introdotte dalla voce di un narratore che sembra sapere già tutto, pur non sapendo in realtà nulla. Un affresco a tinte colorate, un quadretto ritraente la condizione ideale alla quale l’italiano medio aspira: famiglia, figli, casa, ambiente piacevole e affetto del vicinato. Ed è in quel momento, senza preavviso, fulmineamente, che la cinepresa dei fratelli D’Innocenzo comincia a stringere, prendendoci per mano, facendoci entrare all’interno di quelle adorabili villette a schiera, belle e accoglienti solo in superficie.

Ci ritroviamo così nel mezzo di un immenso libro di filastrocche, favole e parolacce, dai toni verdi come la penna con cui furono scritte, cantilenate da bambini mai realmente bambini e adulti mai realmente adulti. Elio Germano, all’ennesima grande interpretazione, è il capofila di un gruppo d’attori che sembra nato e cresciuto tra le ambientazioni del film, per quanto perfettamente funzionante all’interno del contesto della pellicola: dai piccoli Giulia Melillo e Justin Korovkin ai giovani e formidabili Gabriel Montesi e Ileana D’ambra, autentiche sorprese che speriamo non rimangano sorprese.

Favolacce

Esploriamo dunque la loro realtà più quotidiana, il loro interagire mai reale, parlando senza ascoltare e ascoltando senza sentire, imbarazzati e mai a proprio agio. Gli occhi dei bambini, sui quali la camera indugia meravigliosamente, sono svuotati da ogni traccia d’innocenza, indirettamente forzati a sotterrare ogni ingenuità per far fronte alle prove della vita adulta, già incapaci di sognare poiché privati di quella fanciullesca e fondamentale illusione.

La camera di Favolacce posa l’obiettivo sull’abissale solitudine e assenza di modelli nella quale annaspano i bambini protagonisti, attraverso un sinuoso ed efficacissimo gioco di fuochi, primi piani e geometrie, che li ritraggono immancabilmente distanti dalle parole di adulti e genitori.

Il secondo film dei fratelli D'innocenzo, Favolacce, è un oscuro affresco che ritrae la quotidianità di un paesino ai margini di Roma.

In parallelo, un’enorme rilevanza al paesaggio è data da campi lunghi e piani sequenza che ritraggono a lungo l’ambiente che avvolge il racconto, permettendoci di conoscerlo, osservarlo, nelle diverse sfumature colorate che lo accendono e lo rendono parte attiva della narrazione. Un vitale riavvicinamento del cinema italiano al paesaggio, in questo caso quello romano, portato avanti da Fabio e Damiano D’Innocenzo, insieme al lavoro di Alice Rohrwacher.

Scorrono davanti ai nostri occhi immagini di esseri umani reali, descritti in maniera scarna, anti-retorica, nella loro natura più nuda, intima, spiati in luoghi e momenti in cui raramente il nostro cinema aveva osato infiltrarsi. I loro stati d’animo ci vengono sbattuti di fronte, dilatati, ma mai eccessivamente, rendendoci partecipi d’ogni singolo cambiamento fisiognomico che tocca i loro volti: pupille pietrificate, sorrisi tirati che si sciolgono in nanosecondi, vene giugulari che gradualmente si gonfiano e s’ingrossano, espressioni di gioia che esplodono repentinamente in pianti disperati.

Seppur in chiave leggermente diversa, i due fratelli mettono in atto lo stesso tipo di ricerca, estetica e poetica, mostrata nel loro sorprendente esordio nel 2018 con La terra dell’abbastanza. Tuttavia, lo svolgersi di Favolacce non sembra seguire alcuna linearità narrativa – al contrario della loro opera prima – anzi – confonde i confini stessi di fabula e intreccio, di storia vera e storia falsa, di diario e fiaba illustrata. È una miscela dall’effetto travolgente, condita da brevi momenti nei quali la colonna sonora di Egisto Macchi s’impossessa della scena, rallentando il tempo, scandendo ogni sguardo.

Nelle mani dei fratelli D’Innocenzo la materia cinematografica è viva, pulsante, maneggiata magistralmente, come avessero già dieci film alle spalle. Non si può dimenticare che questo è un (ulteriore) passo avanti per il nostro cinema, con la vittoria dell’Orso d’argento alla sceneggiatura che Favolacce ha portato a casa da Berlino.

Il secondo film dei fratelli D'innocenzo, Favolacce, è un oscuro affresco che ritrae la quotidianità di un paesino ai margini di Roma.

Dunque, che questo scorcio magnificamente ornato – sgargiante affresco di un grottesco racconto riesca ad ammaliare e a toccare lidi e confini ancora più lontani, che quel finale colpisca nel profondo i regni della favola a lieto fine.
Finale reso già indelebile da un movimento di macchina geniale tanto quanto impensabile, letteralmente prendendo, spostando e posando la camera sotto il muso di uno dei personaggi, eccitato di fronte allo spettacolo di morte offerto dal telegiornale. Un sorriso, uno sguardo, zero domande. E si ricomincia da capo.

«Oh come t’inganni
se pensi che l’anni
non hanno a finire,
bisogna morire.
Bisogna morire, bisogna morire».

Buio.

Leggi anche: Un giorno all’improvviso, il nuovo sguardo del cinema italiano

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