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Will Hunting – A cosa servono i momenti perfetti?

Nel celebre romanzo La Nausea (1938), Jean-Paul Sartre, nei panni di Roquentin, uno storico annichilito dall’insostenibile incompiutezza della storia che studia e della sua stessa vita, ricama la figura di una donna di nome Anny, ex-fidanzata del protagonista. Dopo la rottura avvenuta diversi anni prima, i due si rivedono confusamente in un’anonima stanza di un hotel parigino. Due personaggi fragili, vacillanti, corrosi dalle vicende della vita; entrambi, ognuno per conto loro, hanno scelto di “sopravvivere”, di trascinare avanti una zavorra plasmata dalle loro stesse scelte.

La Nausea

Lei, persa in un presente che non ha più nulla da offrirle, si lascia mantenere da un uomo più vecchio e gira il mondo cercando un’apparenza di ordine in ciò che la circonda. E poi lui, disperso invece in un passato inspiegabile e sfuggevole, che più egli tenta di catalogare, di studiare e più sembra assumere forme incomprensibili. Un po’ come la sua storia con Anny.

Quanto tempo è passato da allora. Adesso la rivede e la trova ingrassata, invecchiata, sfiorita. Tuttavia, il ricordo del talento che rendeva unica quella donna è ancora nitido agli occhi del protagonista: Anny era bravissima a creare “momenti perfetti”. È forse questo che lo ha fatto innamorare di lei?

«Voleva sempre realizzare “momenti perfetti”. Se il momento non si prestava, non prendeva più interesse a niente, i suoi occhi si svuotavano di vita, e lei si trascinava pigramente, con l’aria d’una figliolona nell’età ingrata. O meglio cercava di litigare».

(J. P. Sartre – “La Nausea”)

Will Hunting

Nel film Will Hunting – Genio Ribelle (1997) di Gus Van Sant assistiamo a una conversazione tra Will, un ragazzo orfano cresciuto dalla strada con un’intelligenza fuori dal comune, e il suo psicologo, interpretato da uno straordinario Robin Williams.

Will: «Sono uscito con una, giorni fa».
Sean: «Come è andata?».
Will: «Molto bene».
Sean: «E la rivedrai?».
Will: «Non lo so».
Sean: «Perché no?».
Will: «Non l’ho chiamata».
Sean: «Cristo, sei un dilettante».
Will: «So quello che faccio».
Sean: «Ah, sì, eh?».
Will: «Sì. Non si preoccupi per me, so quello che faccio. Sì, ma questa ragazza, insomma, è bellissima, intelligente, divertente. È diversa dalle altre con cui sono stato».
Sean: «E allora chiamala, Romeo».
Will: «Così mi rendo conto che non è poi tanto intelligente? Che mi rompe i coglioni? Sì, insomma, ecco, questa ragazza, cazzo!  È perfetta ora; non voglio rovinare questo».

Perché amiamo tanto questi momenti, talvolta al punto da finire per oscurare del tutto la persona che ce li ha fatti passare?

Perché sono splendide fotografie che ci appiccichiamo in testa non soggette all’erosione del tempo. Sono momenti brevi, effimeri, e in quanto tali, facilmente idealizzabili. Hanno un inizio e una fine, una testa e una coda, qualità che li rende, tra l’altro, incredibilmente facili da assimilare, da scolpire, da spiegare; nessun cambiamento, nessuna rielaborazione.

Fermi e indelebili nella nostra memoria. Ci ricordano un periodo felice della nostra vita, ci ricordano avventure ed esperienze della giovinezza dandoci, per un istante, l’illusione di possederli pienamente. Possiamo aggrapparci a loro quando siamo tristi, possiamo ricordarli con una velata nostalgia, possiamo intimamente sperare di aver lasciato nell’altra persona un’impronta di noi stessi. Questa persona finirà per valutarci attraverso questi momenti, finirà per ricordarci ricordandosi di loro, di questi momenti che sono a tutti gli effetti perfetti, e che dunque, rendono tali noi stessi ai suoi occhi.

Will Hunting in questo momento è perfetto agli occhi della ragazza con cui è uscito: bello, spiritoso e incredibilmente intelligente. Così come lei lo è per lui. Perché rovinare tutto questo? Perché inquinare un ricordo così perfetto, perché compromettere la più che lecita illusione che esista qualcuno in grado di farci vivere momenti così belli per sempre? Qualcuno che ci capisca, qualcuno in grado di suggestionarci, di infiltrarsi dentro di noi, lasciandoci semplicemente un bel ricordo, senza drammi o preoccupazioni. Che bisogno c’è di aggiungere il peso di una relazione a una cosa così pura, così eterea?

I momenti perfetti sono istanti da proteggere e conservare, ma quanto influiscono sulle nostre scelte? Ne è un sempio il film Will Hunting.

Will, come forse molti altri, teme questo peso più di qualunque altra cosa. Un peso che scaturisce dalla gelosia, dall’angoscia di essere traditi, abbandonati da chi amiamo. Un peso che si autoalimenta dalla scoperta di difetti reciproci, fastidi, mancanze e disattenzioni che fanno marcire anche le relazioni più robuste.

Un momento perfetto invece non ha nulla a che vedere con tutto ciò, per questo lo ricerchiamo. Per questo lo proteggiamo.

Chissà se negarsi la possibilità di conoscere cosa c’è dietro a quel momento perfetto sia una tecnica efficace. Forse è solo questione di autocontrollo. Come decidere di mangiare solo una fetta della torta più buona del mondo, come ascoltare soltanto una volta una canzone bellissima, per paura che possa stancarci, che possa non piacerci più.

Oppure è solo paura. Paura di mettersi in discussione, paura di mettersi in gioco, e chissà, magari anche di perdere. In fondo siamo così vulnerabili.

Leggi anche: L’Attimo Fuggente – Carpe Diem è il succo della vita

Giulia Montanari
«Chi disse: "Preferisco avere fortuna che talento", percepì l'essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.»

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