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Nuovi Sguardi: Monitor Homo Virus – Intervista a Paolo Ferraina e Francesco Mastrorilli

Monitor Homo Virus è un esperimento che mostra la distopia e la realtà dell’isolamento, che non è solo nello spaziotempo del mondo, ma anche e soprattutto del soggetto.

La messa in crisi di un uomo che percorre tutte le fasi della sua ricerca, dalla consapevolezza immediata, alla psicosi, fino a un importante ed essenziale inno alla vita. Un esperimento interessante, claustrofobico, ma esposto all’uomo in un senso più ampio.

Ciò che già abbiamo, forse dobbiamo riscoprilo.
Non è  detto che sappiamo come stiamo, finché non viviamo a pieno il nostro non poter vivere come vorremmo.
Ma come vogliamo vivere?
Monitor Homo Virus si pone tanti quesiti, naviga su vari livelli, ma soprattutto indaga il delirio, come forma e fase necessaria.

Abbiamo intervistato Paolo Ferraina e Francesco Mastrorilli, regista e protagonista dell’opera.

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Monitor Homo Virus
Monitor Homo Virus

Inizierei con una domanda che contestualizzi un po’ la questione: come vi siete trovati a collaborare e perché avete deciso di fare un’opera del genere?

Paolo Ferraina:

Mi sono trasferito a Milano per una serie di motivi, e mi sono ritrovato ad avere come vicino [indicando Francesco, con tono scherzoso] questo tedesco biondo! A quel punto, se già c’eravamo incontrati prima dell’inizio della quarantena, poi ovviamente durante la quarantena ci siamo conosciuti meglio. Ho scoperto che facesse il radiofonico, che fosse un attore, e così abbiamo iniziato a confrontarci, a parlare di cinema e alla fine con spontaneità ci siamo detti: facciamo un film!

Così, il risultato, Monitor Homo Virus, ci è servito e ci serve a conoscere noi stessi e a farci conoscere. Incredibile che da un film che non parla di amicizia, ma anzi di tutt’altro, sia nata una splendida amicizia, un sodalizio.

Francesco Mastrorilli:

[con tono scherzoso] Questa è la sua versione, poi c’è la mia! Io abitavo già qui e mi sono trovato un giovane del sud che viene al nord. Ci siamo beccati di sfuggita un paio di volte, ma poi è arrivata la quarantena, che in qualche modo ci ha portati a interagire e soprattutto a renderci conto che i vicini di casa, in quel momento di difficoltà e incertezza su cosa sarebbe successo, potessero essere un’amicizia, una risorsa, una sicurezza importante. Anche perché quella casa dove è arrivato Paolo è sempre stata vuota.

A quel punto ci siamo trovati, incontrati, confrontati: chiacchiere varie e ci siamo accorti di avere passioni in comune, che la nostra differenza di età poteva essere utile per entrambi, io ho 41 anni e lui (Paolo) 25. Poi siamo due logorroici, e ci siamo trovati.

Monitor Homo Virus
Monitor Homo Virus

Fantastico! Ora mi piacerebbe parlare più a fondo dell’opera. C’è una cosa che mi è piaciuta particolarmente del vostro lavoro: ho trovato affascinante che il monologo, il flusso, il bisogno di narrarsi che scandisce il percorso del protagonista, inizi con una certa consapevolezza, che poi si perderà per tutta l’opera in una potente degenerazione, per poi ritrovarsi nella parte finale della lettera dello sciamano.

Il protagonista, in fondo, parte consapevole di essere in una situazione di bellezza, ha una persona che ama accanto a sé, comprende il valore della semplicità, sa guardare quelle piccole sfumature che possono riempirlo, come quelle “parole semplici” di Kerouac.

A quel punto però c’è tutto un processo/percorso di messa in crisi, volontaria e involontaria del personaggio stesso, per poi infine, attraverso un momento visivo estetico, sentire quella lettera scritta dallo sciamano che non fa altro che dire le stesse cose che, in quelle poche parole iniziali, il protagonista aveva già, forse, compreso. Vi chiedo perché avete avuto, se dovesse essere così, l’esigenza di raccontare un qualcosa il cui inizio e fine sono profondamente legati.

Paolo Ferraina:

Allora, il percorso è la convivenza di pensieri, flussi scritti da me e da Francesco. La prima parte del monologo è un mio diretto sfogo: cercavo un attore consolidato che potesse interpretarlo, evolverlo. La coincidenza ha voluto che io trovassi Francesco, che ha 25 anni di esperienza, teatri, Roma. Ho trovato in lui il mio diretto alter ego.

Una volta trovatici, iniziamo a girare, proviamo con il mio monologo e gli dico «guarda questo è un mio pensiero, interpretalo come lo senti, fallo tuo come vuoi». Non ci sono stati ciak, è tutto un piano sequenza. Rivedendolo abbiamo realizzato servisse una seconda fase, una degenerazione psicotica, e allora è andato con un suo pezzo. La terza fase è venuta da questa figura onirica, che non conosciamo, ma che sentiamo amico, che è questo sciamano indiano d’America che riesce a raccontare tutto quello che va detto in un modo molto più semplice del nostro.

Francesco Mastrorilli:

Sono d’accordo. Vorrei aggiungere, proprio rispetto a quello che dicevi sulla composizione inizio-fine, che si è costruita in divenire. Proprio perché questo flusso è partito dall’esigenza di esprimere un pensiero del momento e abbiamo iniziato in modo molto immediato a lavorare, dunque la presa di coscienza di dove eravamo e di cosa sarebbe potuto essere la prigione dell’isolamento era una supposizione, un’idea legata al nostro modo di vedere le cose in una situazione normale e il come lo si potesse provare a traslare in un ipotetico futuro di quarantena che abbiamo ipotizzato potesse essere anche di anni.

Sulla base di questo c’è venuto abbastanza spontaneo far confluire i nostri pensieri: da una parte la sua [riferendosi a Paolo] coscienza da ragazzo, che ha bisogno di sfogare determinate cose nella quale mi sono ritrovato, perché forse anche io qualche anno fa avrei detto molte più cose e forse anche molto peggio, e leggendo quello che Paolo aveva scritto mi sembrava avesse proprio tradotto in breve una sensazione comune. Io invece avevo scritto, qualche tempo prima, in maniera del tutto divertita, perché mi piace fare questi tipi di viaggi mentali, un ipotetico futuro che poi è quello del monologo del delirio nel film.

Questo monologo io l’avevo ragionato, scritto e postato su Facebook molto prima di parlare con Paolo del film, per un mio diletto. Poi, mi sono reso conto che una sinergia con lo scritto iniziale di Paolo potesse avere un suo senso, una sua linearità: nella follia di quel tratto, c’è una mia volontà di esprimere quello che potenzialmente potrebbe essere un disagio anche psichico che ho fatto, in maniera lucida, una mia forma letteraria.

Quindi questo mio scritto si è incontrato con il suo, poi è successo che abbiamo trovato quella lettera che si rivelava una spiegazione a qualcosa che altrimenti poteva non avere una fine e quindi rischiava di rimanere eccessivamente aperto, per quanto poi sia comunque aperto il finale; non sappiamo cosa accade al personaggio, è un’ipotesi che, messa al servizio di tutto quel caos mentale che si materializza sin dall’inizio, anche con quella chiarezza e consapevolezza nelle sue parole iniziali è ambigua: sì, io penso di essere una persona fortunata e felice, poi in realtà non lo sono, perché poi si materializza la follia.

Per poi ritrovare, infine, nelle parole di una persona – io ho un forte legame con gli indiani d’America – che potenzialmente ha vissuto una negazione della sua identità, quella semplicità, ecco che si è materializzata una quadra a tutto il discorso, sul quanto è difficile trovare la semplicità delle cose, e in quelle parole di una persona che è dall’altra parte del mondo si ritrovano quei sentimenti più o meno condivisibili dell’umanità. Se ti dai la possibilità di riflettere e di entrare in quelle parole, ci puoi trovare non solo una risposta, ma la possibilità di metterti in discussione.

Paolo Ferraina:

Abbiamo tracciato il pensiero di un ragazzo, il mio, di un uomo compiuto come Francesco e nella figura di un indiano un uomo saggio, un uomo che sembra centenario e sembra saper tutto della vita. Lo abbiamo fatto vedere a molte persone e ognuno ci trova e si focalizza su cose diverse: chi sulle sensazioni, chi sulla politica, chi sulla religione.

Francesco Mastrorilli:

Chi sul luogo comune. Abbiamo volutamente aggiunto il luogo comune: quando ti arrabbi sulla politica, quando si apre il rubinetto dell’esasperazione, si tende a cascare nel luogo comune, un po’ per sentito dire, un po’ perché lo senti tu. E quindi abbiamo riflettuto e ci siamo detti: lasciamolo il luogo comune, perché è da lì che si parte, per poi arrivare a evolvere, se si evolve.

Paolo Ferraina:

È una piazza in cui si ritrovano tutti e poi ognuno trova la propria strada. Se il film andasse riassunto in una frase, sarebbe «Il cielo in una stanza», semplicemente.

Monitor Homo Virus

Perché alla fine, come dicevate, questa triade del giovane, dell’uomo più compiuto, ma comunque ancora in compimento e di quel saggio, dove forse la saggezza, un po’ seguendo i pensieri sulla Phronesis di Aristotele, è un percorso in perenne raggiungimento, in perenne ricerca della saggezza del vivere e del viversi. È molto interessante, almeno secondo me, il fatto che alla fine la distanza tra il giovane e il saggio sia “solo” data dall’aver messo in crisi e dall’aver riscoperto, ma in realtà i temi sono gli stessi.

Come il bambino che già si innamora nel modo più spontaneo, poi c’è tutta quella fase di messa in crisi, di negazione, di luogo comune, però poi il saggio diviene essenzialmente il bambino che ha imparato ad apprezzare ciò che il bambino apprezzava senza saperlo. Forse è uno dei grandi temi dell’Occidente, della nostra razionalizzazione.

Francesco Mastrorilli:

Beh, questo è il motivo per cui io condanno, amorevolmente, Kant e le sue categorizzazioni. Con tutto che ovviamente lo apprezzo moltissimo, e che se c’è un modo in cui dovremmo vivere la razionalità è il suo, ma in realtà per sfogo contemporaneo mi ribello ai vincoli delle sue “scatolizzazioni” per così dire.

Paolo Ferraina:

Beh, ma infatti, io non ho ancora visto indiani d’America, ma molte popolazioni indigene sì, e vi dico che la nostra civiltà spesso si rivela inutile. La loro libertà [delle popolazioni indigene], la loro originalità, il loro sorriso, dovrebbe farci riflettere. Noi non abbiamo quel sorriso, siamo vittime del consumismo.

Monitor Homo Virus
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Certo, avete ragione. Il disagio della civiltà è forse il grande tema del Novecento. Però, il ritorno alle “cose belle” è secondo me uno dei temi più interessanti della cinematografia contemporanea, e nel vostro lavoro c’è. Un ritorno al semplice che non è una semplificazione, c’è un abisso tra queste due cose.

Ora vorrei farvi due domande ad personam, per quanto sappia che sia stata una grande collaborazione, un co-sviluppo: una a Paolo, il regista, e una a Francesco, l’attore.
Inizierei da Paolo. Da te mi interesserebbe capire – in quanto tu nasci, in quanto fotografo, da uno sguardo estetico, poetico dell’immagine, meno vittima dell’elaborazione riflessiva, della didascalia, ma più immediato -, come tu ti sia trovato con la narrazione filmica, che comunque implica una scrittura e un’elaborazione diversa da quella fotografica.

Paolo Ferraina:

Allora, io mi sono occupato di una forte varietà di lavori, per ora ho pochi set, ma tanti reportage, documentari fotografici e videografici. Non avevo tutta la mia attrezzatura in questo caso, ma non ci siamo fermati per questo ovviamente! Si fa sempre il massimo che si ha con quello che si possiede. Rispetto ai miei soliti reportage, non ho dovuto spostarmi tanto, ma lavoravo in una stanza, in pochi metri, cercando un’estetica. Il protagonista era fermo su una sedia per circa trenta minuti, però era come se stesse facendo un cammino, e ho cercato di mostrare questo.

Molto interessante, davvero. Ora vorrei chiedere una cosa a Francesco: mi è sembrato che il lavoro più notevole della tua interpretazione, consistesse in una costante messa in crisi, reciprocamente di te stesso e del mondo che (non) c’è: ma come hai lavorato per “essere una crisi”? In che modo hai coniugato la crisi con il controllo? Come metti in collaborazione il tuo controllare l’essere un personaggio dal tuo mettere in crisi il tuo stesso personaggio per poterlo essere?

Francesco Mastrorilli:

Allora, il principio è nato sia dall’esigenza di mettere fuori ciò che avevo dentro sia dal cercare di separare la mia persona dal personaggio che volevamo collocare in un contesto ben preciso o quanto meno decifrabile. Io ho vissuto una settimana e mezzo con tutte le restrizioni possibili e immaginabili nella mia realtà casalinga, nella mia verità: nella mia vita in realtà non è cambiato tantissimo, quindi mettere in crisi me stesso è stata un’operazione traumatica. Ho inviato a sondare dentro di me una serie di privazioni che in realtà non ho, che neanche in quarantena ho, quindi mi sono violentato in questo senso.

La mia formazione mentale e preparazione legata al mio studio personale mi hanno dato gli strumenti per cercare di pormi nella condizione peggiore essendo in realtà nella condizione migliore. Ho vissuto una settimana e mezzo come se effettivamente non potessi fare null’altro che stare davanti a un computer, ho perso molte ore di sonno, ma al tempo stesso mi sono posto quelle domande che normalmente non mi porrei. Mettendo me stesso nella condizione non di trovare una soluzione ai miei problemi, ma di vivere i miei problemi, ho cercato di riportarli quando poi abbiamo girato.

Il punto era che lui, elemento esterno, io non lo notassi. Abbiamo fatto un unico take, non ci siamo fatti un piano o un programma. Io mi sono trovato lì, con quel testo scritto e ho cercato di trasportare quel malessere e di mostrarlo con quelle parole. In realtà lì ho sofferto moltissimo, proprio perché essendo abituato a fare più take, a rivederle, a fare le prove e via dicendo, forse quel tipo di sofferenza ho tentato di ributtarla dentro, mentre Paolo, quasi invisibile, mi girava attorno. Mi sono detto «è come se fosse il mio computer», e mi sono buttato nel flusso psicotico, emotivo, nonostante avessi quel testo che mi ricordava che stessimo girando.

Leggi anche: Nuovi Sguardi: intervista al giovane Andrea Castoldi

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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