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I Ragazzi Stanno Bene – Elogio alla quotidianità

La pellicola I Ragazzi Stanno Bene (2010) narra la storia di una coppia, composta da Nic e Jules, interpretate da Annette Bening e Julianne Moore, le quali mostrano di aver costruito una relazione profonda basata su complicità, affetto, comprensione e vera comunicazione.

In questo clima di complicità le donne hanno dato alla luce, una per ciascuna, due figli, una femmina e un maschio: Joni (interpretata da Mia Wasikowska) e Laser (interpretato da Josh Hutcherson), avuti grazie a un donatore di sperma. Quando Joni compie diciotto anni, il fratello la esorta a rintracciare alla banca del seme il nome del padre per poterlo conoscere. Joni scopre l’identità del padre, un certo Paul (interpretato da Mark Ruffalo), dongiovanni che gestisce un ristorante biologico alla periferia di Los Angeles, e con il fratello iniziano a frequentarlo.

Quando le madri scoprono la frequentazione dei figli non resta loro altro da fare che inserire Paul all’interno della famiglia, ma i ruoli verranno presto compromessi dalla prorompenza dell’uomo che costringerà tutti i componenti del nucleo familiare a rivedere i propri sentimenti e rileggerli alla luce delle nuove vicende.

I Ragazzi Stanno Bene di Lisa Cholodenko è la messa in scena di una quotidianità capace di coinvolgere e commuovere, incantare e disorientare
I Ragazzi Stanno Bene

I Ragazzi Stanno Bene è una pellicola apparentemente trasgressiva, ma di fatto non lo è, apparentemente stereotipata, ma di fatto non lo è.

Ma allora cos’è? Ci chiediamo sconcertati dopo aver osservato il costrutto perfettamente riuscito della regista, nel voler trasmettere valori consolidati e tradizionali con un linguaggio nuovo in modo tale che non risulti stereotipato e intriso di pruderie e sentimentalismo. È semplicemente una storia d’amore, dove si coniugano strumenti capaci di affascinare anche le giovani generazioni alla ricerca di una identità.

Operazione già riuscita un tempo al grande regista Ang Lee con la pellicola I segreti di Brokeback Mountain nel 2005, che gli valse il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia. Pellicola più drammatica quella, mentre I Ragazzi stanno bene è annoverata come commedia brillante.

I due film hanno in comune l’amore. Il sentimento con la “A” maiuscola, indipendente, al di sopra e al di fuori del gioco dei ruoli e dalla sessualità, che sono sì presenti, ma che arrivano dopo, invitandoci a far riflettere e ragionare.

Film delicato che senza troppe enfatizzazioni, sbavature, esagerazioni, riesce a farci apparire straordinario anche ciò che appartiene all’ordinario e al quotidiano. Come in pittura ha fatto Velàzquez, il grande artista spagnolo che riuscì a far apparire metafisica persino la donna che cuoce un uovo nel dipinto Vecchia che cuoce le uova (1618), in cui l’immobilità e la semplicità sono gli ingredienti fondamentali del capolavoro.

Vecchia che cuoce le uova (1618), Diego Velàzquez

Una provocazione dissacrante anche la mia? Chissà! Però nel tentativo ben riuscito della regista Cholodenko de I Ragazzi stanno bene di mostrarci una quotidianità semplice in maniera totalmente nuova, quasi metafisica, non appare tanto sconvolgente il collegamento. In Vecchia che cuoce le uova, ritroviamo lo straordinario nell’ordinario. Scopriamo come dietro dei gesti apparentemente meccanici, di cui nemmeno ci rendiamo più conto perché sempre desiderosi e bramosi di “qualcosa d’altro”, perdiamo quello che ci rende vivi nel presente.

Influenzati e sempre più segnati dal passato ci preoccupiamo ossessivamente del futuro senza realizzare che tutto quello che ci serve, nel qui e ora, lo abbiamo davanti agli occhi. È sempre stato lì, come parte integrante della nostra stessa essenza.

Così anche un “semplice” gesto come quello di cucinare un uovo risulta colorato di straordinario, e riscopre la sua unicità spogliandosi della meccanicità di cui crediamo erroneamente travestita la quotidianità.

Ci stupirebbe renderci conto di quanto di nuovo ha ogni giorno, anche in quello che consideriamo abitudinario. Un gesto condiviso, un pasto, una chiacchierata. La cura in quello che pensiamo di sapere e poter fare ormai con una certa destrezza. La voglia di essere padroni di noi stessi, senza muoverci come robot a cui hanno conferito un certo compito, senza sapere nemmeno in che modo stiamo muovendo i nostri stessi arti. Ecco, questo è lo straordinario nell’ordinario.

«La quotidianità forse può essere ritenuta non interessante per chi vive l’eccezionale, ma non è vero. Il potere non si interessa della nostra quotidianità, come se ne interessa poco il cinema. E questo è anche più grave» rivela in un’intervista Daniele Vicari a proposito di Sole Cuore Amore, primo dei quattro film italiani in selezione ufficiale presentati al Festival di Roma nel 2016.

Considerazione che si incastra alla perfezione nel puzzle de I Ragazzi Stanno Bene. In questo caso poi, si potrebbe pensare che l’accento venga posto sulla famiglia retta da due madri, quando invece tutto quello che trapela non è niente di più o di meno di quello che vive ogni famiglia. Le basi vengono facilmente minate dalle variabili esterne, infatti c’è un Mark Ruffalo per ognuno di noi. Ma quel che conta davvero, oltre alle dinamiche di una quotidianità espressa in tono preciso, conciso, ma allo stesso tempo leggero, “normale”, appunto, è la capacità di tenere unita la famiglia. Perché questo è famiglia, a conti fatti.

Comunicazione, perdono, errori, differenze, Amore, rispetto e fiducia.

I Ragazzi Stanno Bene di Lisa Cholodenko è la messa in scena di una quotidianità capace di coinvolgere e commuovere, incantare e disorientare
I Ragazzi Stanno Bene

Veniamo come pervasi da un’unica, innegabile realtà: la sincerità è il filo conduttore di ogni relazione umana. Senza addentrarsi nell’ormai fin troppo conosciuta palude del concetto di “famiglia”, quello che emerge davvero qui è la quotidianità. Quella che colpisce ognuno di noi, ogni relazione umana. Nessun nucleo familiare ne è esente. Farci i conti è forse la più estenuante battaglia che siamo chiamati a combattere.

Il paradosso dell’incertezza che pervade ogni giornata, all’interno di un termine che delinea invece quella “calma piatta” da cui tutti fuggiamo, ma a cui tutti, allo stesso modo, bramiamo. Perché vogliamo il brivido, l’avventura, il rischio, ma siamo di fatto incapaci di immaginarci senza una quotidianità.

Se potessimo immortalare quest’elogio della quotidianità, cercheremmo di farlo come fece il fotografo Robert Doisneau a suo tempo. Egli passava ore ad aspettare che tutto ciò che si muoveva intorno a lui nel normale flusso di ogni giorno potesse in qualche modo venire “fermato”. La sua poesia della quotidianità racconta esattamente questo, storie di vita che si costruiscono giorno dopo giorno, tessendo la tela di tutta un’esistenza su cui abbiamo potere solo nel qui e ora.

Riscoprendo i gesti semplici, riscoprendoci vulnerabili giorno dopo giorno, ma allo stesso tempo così forti da saper e voler risolvere quello che la quotidianità innegabilmente può logorare, se lasciamo che essa diventi “solo” un’abitudine e ci riduca a essere i burattini di noi stessi.

Baiser de l’Hotel De Ville di Robert Doisneau

Ecco, quindi, che la pellicola in questione dipinge una famiglia composta da due madri che lottano ogni giorno per e contro tutto ciò che è a loro caro. Perché si combatte per amore, per i propri figli, per la relazione, la dignità, gli interessi, il lavoro…ma ognuno di noi è allo stesso tempo capace di combattere contro tutto questo mettendo in atto tutti quegli atteggiamenti sabotatori che solo l’autentica, genuina sincerità può alla fine di ogni giorno smascherare. E sì, concludendo, è proprio vero che i ragazzi stanno bene!

Leggi anche: Mommy – Trovare la Morte nella Madre

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