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Il finale de Il Petroliere – I’m finished!

I’m finished!

Hai finito, Daniel. Sei finito, Il Petroliere. Non ti stai rivolgendo solo al tuo maggiordomo, Daniel, tu stai parlando con te stesso e con noi. Stai ampliando il raggio del discorso al mondo che ti ingloba, hai preso il posto dell’universo narrativo in cui vivi, non sei più solamente il protagonista del film, stai enunciando al posto suo.

Ode al finale de Il Petroliere, ovvero quel momento in cui Daniel Plainview supera la condizione umana e diventa egli stesso il film.
Il Petroliere (There Will Be Blood, Paul Thomas Anderson, 2007)

Tu, Daniel, hai finito di mostrare a padre Eli il tuo profondo sprezzo per la religione, per le regole e per il prossimo. Lui voleva entrare in affari con te e tu gli hai fatto abiurare la sua religione, l’hai obbligato a confessare di essere un falso profeta e a urlare che Dio è solo una superstizione. Solo allora gli hai illustrato il concetto sfumato su cui verte l’accumulo del capitale: la proprietà. Lo hai fatto grazie al più semplice degli esempi: lui ha un frullato, tu hai una cannuccia tanto lunga da berlo nonostante la distanza; dal tuo terreno arrivi direttamente al suo frullato, al suo petrolio. Drenaggio.

Hai agito sottoterra, dove nessuna giurisdizione può controllarti, nello spazio che da sempre è accostato al nascosto, al putrido, ai morti, e, anche se per te sono concetti superati, al male e agli inferi. Sei quell’Anticristo in cui Nietzsche si riconosceva quando a sua volta definiva Dio una superstizione, il cristiano una bestia malata e il Cristianesimo la più grande infamia dell’umanità.

L’hai ucciso, Daniel, a conferma che There Will Be Blood non è solamente un titolo, è una promessa. L’hai ucciso perché agisci per te stesso, secondo la tua personale volontà di potenza, tu conosci il naturale egoismo a cui l’uomo è incline perciò vuoi accumulare e vincere contro chiunque. Il tuo unico gesto davvero pregevole è stato prenderti cura di un orfano, salvo poi usarlo come mezzo e addirittura disconoscerlo quando ha deciso di mettersi in proprio, dicendogli di essere un bastardo trovato in una cesta.

Ode al finale de Il Petroliere, ovvero quel momento in cui Daniel Plainview supera la condizione umana e diventa egli stesso il film.
Il Petroliere (There Will Be Blood, Paul Thomas Anderson, 2007)

Per quasi due ore e quaranta minuti non ti smentisci. Il tuo essere identico a te stesso è eterno, la tua chiusura e la tua brama sono inarrestabili. Diventi curvo, zoppo, alcolizzato, ma non per questo debole.

Sono i segni della tua vita che si palesano su di te, che in qualche modo sei sia erede che precursore di Charles Foster Kane. Il tuo personaggio cinematografico è nato dopo quello di Quarto Potere (1941), e a esso si ispira; al contempo, la mentalità dell’epoca in cui vive Kane è l’eredità di quella de Il Petroliere, ambientato alla fine dell’Ottocento, proprio l’epoca in cui Nietzsche annunciava la morte di Dio. .

«I’m finished» non significa solo “ho finito”, ma anche “sono finito”. E il tuo essere finito non significa che la tua vita ormai è conclusa nella lussuosa solitudine della tua villa, come Kane. Tutt’altro, significa il tuo essere arrivato a compimento. Hai superato ogni ostacolo di fronte a te, hai fatto della tua avidità un’arma e sei arrivato a uccidere Eli, che per te rappresentava Dio. L’hai imbrogliato e battuto: sei l’oltreuomo Daniel.

Hai una nuova coscienza di te, e pur nella tua innata cattiveria compi un passo in più nell’evoluzione dell’uomo. Per questo il tuo assassinio a Eli è un’aperta citazione a 2001:Odissea nello Spazio.

2001: Odissea nello Spazio (2001: A Space Odyssey, Stanley Kubrick, 1968) e Il Petroliere (There Will Be Blood, Paul Thomas Anderson, 2007)

Allora puoi prendere il controllo, come un dio, del tuo universo narrativo, quello che mostra i danni dell’economia che si stava sviluppando, quello popolato e manovrato da soli uomini con una smania di reciproca distruzione, quello nel quale non abbiamo fatto altro che seguire te. Non ti basta più questo, ora sei tu il film, e lo dimostri appropriandoti della sua enunciazione, quel fenomeno che in un altro tempo veniva definito come un atto di schizia creatrice. Colui che ti ha scritto ti sta consegnando questo potere, fa sì che sia tu a decidere, a concluderti, come se tu fossi il film stesso, perché invero lo sei.

«Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al “perché?”».

(Friedrich Nietzsche)

Che cos’è quest’opera, se non la tua vita, Daniel? Dall’argento al petrolio, passando per il buio, la roccia e il fuoco, poi tuo figliastro, la fede assente, la tua aridità, un omicidio e poi nulla, nessuna morale, nessun valore esplicito al quale affezionarsi. Tu sei il nichilismo in azione, Daniel. Non solo tu, ma tutto il film a cui stai prestando te stesso. L’oltreuomo de Il petroliere, intriso della forte sfiducia nel genere umano che il film comunica, diventa malato, folle ed egoista. Tu non introietti il nichilismo per farne una forza, non segui una sua strada attiva o passiva, lo rendi assolutamente umano, incredibilmente violento.

Nietzsche diceva di fare filosofia col martello, tu uccidi con un birillo.

Il Petroliere (There Will Be Blood, Paul Thomas Anderson, 2007)

La tua frase di chiusura è idealmente pronunciata all’unisono con Paul Thomas Anderson, che del nichilismo attivo si è fatto il maggior esponente nel cinema del Ventunesimo secolo. Un nichilismo fortemente artistico e che non è per forza sinonimo di pessimismo, ma di certo sa essere realista e trasversale; attraversa ogni ambito della vita, amore, famiglia, lavoro, religione, coscienza di sé e del mondo. Tutti quanti ampiamente trattati nella filmografia di Anderson e incastonati deliziosamente in quel capolavoro che è Il Petroliere, che prima si ispira, e poi va oltre, l’ideale del grande film americano, proprio per il suo essere così fermamente privo di ogni morale.

L’eterno ritorno, la volontà di potenza, l’anticristo, l’oltreuomo; tutto apparentemente positivo, ma indissolubilmente legato a quella sfera umana, troppo umana, dalla quale l’oltreuomo dovrebbe distaccarsi. Noi empatizziamo con te proprio per questo, Daniel, perché sei la trasposizione di una forma tutta tua del nichilismo e dell’oltreuomo nietzschiani: nell’essere l’Uomo tra gli uomini mostri la connaturata malsanità dell’intelletto.

Questo è il tuo potere, che ti fa diventare come un dio ai nostri occhi, che attiva la tua schizia creatrice per farti essere insieme protagonista, autore e universo intero, pur se zoppo, curvo, così profondamente fallibile. E infine non puoi che dire «I’m finished», ho finito. In quel momento tutto si ricongiunge, anche tra queste righe, nelle quali parlavo con Daniel, tanto Plainview quanto Day-Lewis.

Leggi anche: Il finale di The Master- Un Mondo senza Maestri

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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