Home Cinebattiamo A Ghost Story e gli Evanescence – My Immortal

A Ghost Story e gli Evanescence – My Immortal

Quando dall’esistenza viene sottratta la capacità di amare e quella di soffrire, non resta molto di noi, fantasmi del mondo. Spazio e tempo si deformano di fronte al ricordo che rimane di un’individualità forse mai stata reale. A Ghost Story (2017) e My Immortal (Fallen, 2003) riescono efficacemente a catturare l’essenza della mortalità, prodotto di una condizione umana profondamente legata all’amore e al dolore.

Quella della pellicola diretta da David Lowery, se non fosse stata la storia di un fantasma, sarebbe una storia d’amore, quasi come se fili invisibili collegassero le due storie attraverso morte, sofferenza e necessità di amare. A fissare questo groviglio dell’esistere, due fori in un lenzuolo, un tempo capaci di amare con uno sguardo.

Senza delegittimare la meravigliosa colonna sonora di Daniel Hart – Dark Rooms, I Get Overwhelmed su tutto – che per tutto il film scandisce il tempo della narrazione, portandoci in un limbo come quello del protagonista (Casey Affleck), è interessante notare come la canzone degli Evanescence riesca a catturare i pensieri dei due protagonisti e a tradurli nelle parole che per tutto il film non dicono.

«I’m so tired of being here
Suppressed by all my childish fears
And if you have to leave
I wish that you would just leave
‘Cause your presence still lingers here
And it won’t leave me alone».

(Evanescence, “My Immortal”)

È sufficiente la prima strofa di My Immortal per descrivere quell’assenza che prende la forma di una presenza asfissiante. La protagonista femminile (Rooney Mara) del film cercherà sin da subito di scacciare questa sensazione: cibarsi fino quasi a soffocare se stessa, sotto la vista di quell’assenza presente, al fine di ingoiare tutto il dolore in un sol boccone, senza riuscirci.

Al di là del modo eccellente in cui viene resa la percezione della perdita, A Ghost Story ha il merito originale di offrirci, simultaneamente, ma in modo diversificato, quel senso di mancanza sentito tanto dal fantasma quanto dal sinolo di anima e corpo. L’unica discriminante fra i protagonisti è l’esistenza.

In un certo senso, viene ridimensionato il principio epicureo sulla morte, che invita a non temere questa irriducibile compagna di vita, perché quando si presenta non ci siamo più, e finché ci siamo ancora non si presenta. Invero, la morte coinvolge più la sofferenza di chi rimane al mondo piuttosto che quella di chi se ne va. Ma se così non fosse?

Sarebbe terribile dover affrontare la propria dipartita, vederla negli occhi sofferenti delle persone care e non avere più che un vago ricordo, scolorito, dell’amore e del dolore che un tempo nutriva la propria anima. Adottando questa prospettiva, la seconda strofa di My Immortal riuscirebbe a cogliere il tormento di entrambe le parti.

«These wounds won’t seem to heal
This pain is just too real
There’s just too much
That time cannot erase».

(Evanescence, “My Immortal”)

Il dolore, che sia dipinto con colori accesi come quelli della protagonista o con colori sbiaditi come quelli del fantasma, si rivela immune al fluire del tempo. Non basta la musica a cicatrizzare quelle ferite invisibili, anche se la forza emotiva della scena dei due seduti sul pavimento in soggiorno – arricchita di flashback – offre un riparo temporaneo a quelle anime straziate.

Nella casa, la spazialità del ricordo coincide con l’estensione della sofferenza, definendo così la forma del dolore della protagonista. C’è un verso della canzone degli Evanescence che, più di ogni altro, sembra darle voce, costretta a vivere quella stessa vita che il suo amato ha lasciato indietro.

«Now I’m bound by the life
You left behind».

(Evanescence, “My Immortal”)

Se il tempo non riesce a curare l’afflizione dell’anima e lo spazio impedisce la catarsi del dolore di un ricordo troppo ingombrante, non rimane che andarsene via. Non rimane che lasciare il segreto del proprio tormento in un foglietto di carta e sperare che possa riempire il vuoto dell’esistenza.

A Ghost Story non solo restituisce al senso della perdita un significato prospettico, ma lo fa affrontando la tensione ineliminabile fra l’immortalità del ricordo e la mortalità del suo oggetto.

A Ghost Story ci regala un senso della perdita prospettico dei protagonisti, ai quali la canzone degli Evanescence My Immortal sembra dar voce.

Una volta smarrito quell’unico appiglio al fragile ricordo di una vita passata, il tempo inizia a frammentarsi, presentandosi alla “coscienza” del fantasma non tanto come guida fra gli eventi, quanto piuttosto come senso collaterale della spazialità. Se lo spazio della casa, a prescindere dalla stessa, diviene la sua prigione, il tempo è il carceriere della sua non-esistenza.

In quel limbo si fa fatica a comprendere cosa manchi al proprio essere, perché le vite che attraversano il fiume dello spazio-tempo hanno, per il fantasma, carattere cognitivo solo in negativo. Forniscono cioè le condizioni per comprendere ciò che non si è, ma non dicono lui nulla su ciò che è, sulle sue condizioni di esistenza.

Quel senso di mancanza, inizialmente percepito attraverso il dolore dell’amata e che prima gli consentiva di aggrapparsi a una forma dell’esistere, adesso si affievolisce sempre più. Come se il ricordo di se stesso vivesse del riflesso di quello della protagonista e, una volta andata via, non fosse possibile scorgerlo da nessuna parte, finendo per dissolversi.

La mancanza, intesa come medium fra l’oggetto dell’amore e il dolore della sua perdita, definisce il nostro essere mortali. Dimenticandoci del senso vitale della mancanza, lasciamo che l’immortalità ci trascini nell’oblio del nostro fantasma.

Sarebbe così bello, invece, sentire la mancanza del tempo, di un sorriso, di un abbraccio, della vertigine di cadere, della paura di perdere ciò che si ama; sentire la mancanza di un foglietto di carta, nascosto come un segreto, che alla fine potrebbe rivelare quel senso di vuoto. E farlo sparire.

A Ghost Story ci regala un senso della perdita prospettico dei protagonisti, ai quali la canzone degli Evanescence My Immortal sembra dar voce.

Leggi anche: A Ghost Story – Ricordi in uno Spazio senza Tempo

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Keyser Söze – L’essenza del male, l’essenza del potere

Roger "Verbal" Kint: «Keaton diceva sempre: "Io non credo in Dio, però ho paura di lui". Beh, io credo in Dio... e l'unica cosa...

David Cronenberg – Indagatore della Mente, profeta della Nuova Carne

Quando la mente erra per sentieri oscuri e inesplorati, anche il corpo ne risente. I tratti somatici del viso si irrigidiscono e la tensione...

Il Finale di The Departed – L’etica allo specchio

Molte esperienze di vita rendono l'uomo consapevole del fatto che i paradossi albergano nella sua anima. The Departed, film di Martin Scorsese del 2006, narra...

Call Me By Your Name e Damien Rice- It’s just that it’s Delicate

«We might kiss when we are alone When nobody's watching We might take it home We might make out when nobody's there It's not that we're scared It's just...