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Before Sunrise – Il coraggio di Vivere

Before Sunrise – Il coraggio di Vivere

1995, Vienna. Una lei e un lui. Lei, francese, il dubbio – lecito – è che sia fatta di porcellana, per quanto delicata e armonica. Lui è un americano spavaldo e goffo al tempo stesso, difficile non prendersi una cotta per questa contraddizione.

Céline e Jesse. Un treno, due libri, un vagone ristorante e qualche chiacchiera.

Un tempo meravigliosamente frenetico, ma che ha l’urgenza delle cose vere, un tempo soprattutto impossibile da arginare. Un tempo inafferrabile della vita, dove si è in modo temporaneo, dove sembra impensabile poterci abitare in una quotidianità reale. Baretti decadenti e tanto poetici. Vicoli e strade antiche, forse nulla che davvero tolga il fiato, e va bene così. Vecchi club, locande underground. A grandi linee Before Sunrise (1995) è un po’ tutto questo, e anche di più.

Before Sunrise è forse la storia d’amore per eccellenza, per quel che amore detta come leggi: incontro, innamoramento, progetto. Con la sottile accortezza, però, che il progetto comporti un’attesa ricca di desiderio. Che non si risolva, ovvero, nei tempi più immediati. Una promessa: ci vediamo qui, a Vienna, su questo binario, tra sei mesi. Senza scambio di numeri, nulla, solo con un buon grappolo di fiducia nel cuore.

L’imbarazzo, personaggio maldestro di una trama lineare che più lineare non si può – tutto si svolge nell’arco di non troppe ore – è così umano, così sincero e pulito, che sarebbe crudele non apprezzarlo. Soprattutto quando si fa protagonista di una scena romantica di un romantico ricercato, come quella della cabina d’ascolto nel negozio di vinili.

Before Sunrise

Se già il vinile, di suo, trascina dietro sé un alone polveroso di sentimentalismo vintage, spietato e fascinoso come poche cose a questo mondo, la cabina all’interno dello shop ancora di più.

Sulle note di una canzone che fa più o meno così: «No, I’m not impossible to touch, I have never wanted you so much, come here, come here», i due si guardano, evitano di guardarsi, abbassano gli sguardi, si spiano con la coda dell’occhio, chiudono gli occhi. Baciarsi sarebbe un eccesso di perfezione, quasi irreale, l’imbarazzo allora per il momento ha la meglio. E loro sono così sinceri e vulnerabili, che viene difficile non riconoscersi in loro.

Before Sunrise

E il loro viaggio continua, tra cartomanti strambe e poeti bohemien, fino a un prato e a un binario che suggella la loro promessa. Perché lasciarsi alle spalle la vita? Perché non rischiare di viverla? Anche a costo di farsi male. Ma anche, soprattutto, a costo di scoprirsi banali, annoiati, come tutti. Perché non farlo quel salto? Loro lo fanno, accantonano le paure, provando a dimenticarne le ombre.

Jesse: «Sai io credo che se esiste un qualsiasi Dio, non sarebbe in nessuno di noi. Né in te né in me. Ma solo in questo piccolo spazio nel mezzo. Se c’è una qualsiasi magia in questo mondo, deve essere nel tentativo di capire qualcuno condividendo qualcosa. Lo so, è quasi impossibile riuscirci, ma che importa in fondo? La risposta deve essere nel tentativo».

Tra un sorriso e dei capelli tra le dita, a volte si insinua il timore di fare un passo falso o di dire anche chissà quale sciocchezza che alle orecchie dell’altro potrebbe farli sembrare stupidi e meno attraenti. Come se pretendessero entrambi di diventare detentori di verità apodittiche, in grado di renderli sicuri e impavidi. Ma l’amore, in realtà, non ha chissà quali pretese, non si aspetta di coglierli preparati.

Altrimenti dove lo troverebbe il gusto? Altrimenti come gli riuscirebbe essere così sottilmente sfrontato? L’amore, dico. Non c’è nulla verso cui sentirsi pronti, forse. E per quanto la paura dell’ordinario e della noia possa avanzare nei loro percorsi momentaneamente congiunti, è dura per Jesse e Céline l’idea di farsi vincere da lei.

Jesse: «Io, ecco, vedo l’amore come una specie di fuga per due persone che non sanno stare da sole, capisci? Oppure… insomma, è buffo, la gente parla sempre di come l’amore sia una cosa del tutto altruista e generosa, ma se ci pensi bene non c’è niente di più egoista».

Una poesia – o meglio – un epitaffio, della grandiosa opera di Edgar Lee Masters, la nota Antologia di Spoon River (1915), sembra quasi fare al caso loro, e ripercorre sia un richiamo al loro ardire sia soprattutto un monito al loro vivere, anche se in un tempo sospeso, la loro storia d’amore con la vita. L’Antologia ha raccolto poesie a loro modo simboliche di quello che è stato il vissuto degli abitanti dell’immaginario paese di Spoon River, declamate con tanta naturalezza – il tono è poco solenne, ma confidenziale e spontaneo – e rivolte, dedicate, a chi ha ancora la possibilità di un respiro.

Edmund Pollard

«I would I had thrust my hands on flesh

Into the desk- flowers bee-infested,

Into the mirror-like core of fire

Of the light of life, the sun of deligh.

For what are anthers worth or petals

Or halo-rays? Mockeries, shadows

Of the heart of the flower, the central flame!

All is yours, young passer-by;

Enter the banquet room with the thought;

Don’t sidle in as if you were doubtful

Whether you’re welcome – the feast is yours!

Nor take but a little,  refusing more

With a bashful “Thank you”, when you’re hungry.

Is your soul alive? Then let it feed!

Leave no balconies where you can climb;

Nor milk-white bosoms where you can rest;

Nor golden heads with pillows to share;

Nor wine cups while the wine is sweet;

Nor ecstasies of body or soul,

You will die, no doubt, but die while living

In depths of azure, rapt and mated,

Kissing the queen-bee, Life!».

(Edgar Lee Masters, “Antologia di Spoon River”)

«È tutto vostro, giovani viandanti», Jesse e Céline lo sanno e afferrano al volo la possibilità di essere poco prudenti, lasciandosi divorare dal moto indecifrabile delle ore che trascorrono insieme.

In Before Sunrise Jesse e Céline, prima di un'alba non qualunque, in una Vienna tutta vicoli e storie da ricordare, a tu per tu con la vita.
Before Sunrise

Anche lo scrittore statunitense Thomas Wolfe ha spesso parlato, nei primi decenni del ‘900, di qualcosa di simile. Citato fuggevolmente, peraltro, nei primi minuti del sequel Before Sunset – seconda parte della storia, a cui però non ci affacciamo in questa sede, per partito preso – Wolfe, scriveva un delizioso e intimo romanzo breve intitolato A portrait of Bascom Hawke:

«E scesi nelle strade, dove l’atmosfera permeata di canto e di poesia, gli sciami umani trascorrenti col tessuto di milioni di passi, le splendide donne e ragazze – consone in una sola musica di ventri, di seni, di cosce – il mare, la terra, la città possente, orgogliosa, fragorosa, e tutte le voci del tempo, si fondevano in una nota sola, ch’era un canto, ch’era un canto augurale. Io torsi il collo ad ogni dubbio, vittoriosamente, quasi che i dubbi fossero dei serpi; mi sentii confuso alla terra, una parte della terra, ed il suo signore; mi desiderai eternamente devastato e consumato, ed eternamente colmato e rinnovellato; esposto senza tregua ad alterne maree di vitalità e d’oblio; spogliato di tutto senza fatica e colmato di tutto, e per sempre, con robusta gioia. Avevo voce per lottare, cibo per la mia fame, una porta aperta per l’evasione e sazietà pei desideri insaziabili; un senso di certezza rampollò nel mio cuore, pensai che potevo possedere, e gridai: “O vita, sì! Sarai mia!”».

Ecco, è probabile che tutto questo non abbia neppur lontanamente influenzato la poetica del regista Richard Linklater. Quel che conta, però, è che per una strana coincidenza l’autore Wolfe citato – insieme al suo Look Homeward, Angel – in una battuta di Jesse, nel corso della sua vita artistica abbia prodotto un frammento di alta fattura come questo qui, che ci riporta a un tipo di desiderio inconscio che è lo stesso di Céline e Jesse: quello per la vita.

«Alla fugacità», brindano, durante un pranzo in campagna con amici, Jesse e Céline adulti. A quanto pare quel tipo di credo è ancora tutto ben impresso nelle loro menti, fino alla terza parte della loro storia d’amore, Before midnight.

Forse però, come vanno le cose poi, nel tempo, non ci interessa fino in fondo. Sarebbe bello starsene ancora in quel tempo sospeso, senza grandi coordinate. Senza cercare di sapere «come va a finire».

Ci importa davvero sapere se Jesse e Céline vissero per sempre felici e contenti? O se, magari, l’avvento della maturità ha sfaldato per sempre la loro incoscienza? No. Torniamo al principio, all’imbarazzo dei primi momenti in solitudine e agli sguardi un po’ persi. Basterebbe provare a credere che non esistano le parole inizio o fine, ma che la vittoria sia soltanto di un leggiadro durante. Beneficiamo ancora di quel: «vieni qui» che suggeriva la canzone imbarazzata di Kate Bloom. Tutto il resto è noia.

Leggi anche: Paterson – La Poesia in Autobus

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