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Biografilm 2020 – Wake up on Mars

Wake up on Mars, documentario presentato al Biografilm Festival 2020 di Bologna in Concorso Internazionale, è il primo lungometraggio di Dea Gjinovci. Potremmo definirlo, senza mezzi termini, un ritratto familiare. Dalle protettrici Alpi albanesi del Kosovo, ai freddi alberi innevati della Svezia, fino alla polvere rossa di Marte. Immobili, immerse in un sonno che dura da anni, Djeneta e Ibadeta sono soltanto due dei numerosi bambini caduti nel dolore violento della guerra. Un dolore che non uccide, ma ammutolisce. I loro corpi non si muovono più. Lento e uniforme è invece il respiro. Un respiro che alimenta una vita nuova che non c’è ancora. La “sindrome della rassegnazione” è una catalessi, un’apatia (απάθεια, letteralmente “senza emozione”), uno stato di morte apparente. I più colpiti sono bambini rifugiati in Svezia, e il coma – questa depressione profonda – sembra darsi come l’insolita reazione alla paura del rimpatrio. 

Ibadeta e Djeneta, “Wake up on Mars”, 2019, Dea Gjinovci

Non esistono partenze semplici, quando obbligate e necessarie. Né esistono riposi certi. Solo rifugi provvisori. La fuga dalla propria casa, dalle proprie strade. L’espatrio forzato, inaspettato, così ingiustamente arbitrario, è l’ultimo grande oltraggio a chi è sopravvissuto al terrore delle bombe. «Ibadeta voleva diventare medico», racconta la madre. «Era il suo desiderio. Quando Djeneta era a casa, e stava bene, voleva fare l’artista». Il 3 Luglio del 2019, in un giorno d’estate, Ibadeta si sveglia da un sonno durato tre anni. Due mesi dopo, come per necessità, la seguirà Djeneta. 

Con la delicatezza di chi ne comprende il linguaggio (o forse dovremmo dire la lingua), Gjnovci, regista di origine albanese kosovara, affronta la sofferenza senza severità, come se non fosse questa l’unica realtà possibile, ma al contrario ne fosse piuttosto una privazione, una negazione. Ogni immagine, anche la più difficile da sostenere, rincorre la successiva con gentilezza, calma, rispetto. La dedizione del padre e della madre è una risposta operosa che sfida la morte, e una promessa, che non sa invecchiare, di vita. Con uno sguardo mite e singolare, privo di artificio, ma comunque scelto, la cinepresa segue – non insegue – un tempo di pochi mesi come fosse il tempo degli anni: passato, presente, futuro. Infatti la guerra è un ricordo, e il trauma, rinchiuso nelle due ragazze addormentate, è nel piccolo Furkan matrice di azione, di attività contro la passività di un mondo incomprensibile e indifferente.  

“Wake up on Mars”, 2019, Dea Gjinovci

Wake up on Mars, già dal titolo, rimanda al risveglio. Atterrare su Marte, e svegliarsi. Questo è il desiderio di Furkan: «A casa in Kosovo hanno lanciato delle pietre dalle finestre. E sono entrati con i coltelli. Hanno squarciato i muri». Furkan non ricorda tutto, ma abbastanza per realizzare nei suoi sogni di bambino un’astronave di lamiera. E’ convinto che sia possibile vivere altrimenti. Forse su Marte non esisteranno persecuzioni, e le richieste di asilo non dovranno attendere conferme, perché ci sarà posto e spazio per tutti. 

Quanto dista la verità dalle speranze di un bambino? Poco o nulla, perché è attraverso gli occhi di Furkan che passa – trapassandoli – il dolore. La verità di un dolore non è misurabile, sfugge ad una definizione univoca, e ha conseguenze imprevedibili, differenti. Così crediamo che sia il dolore, ad aver gettato Djeneta e Ibadeta in questo coma abissale, e che sia nuovamente il dolore a riempire la memoria di Furkan, quando disteso su un prato verde, a primavera, si immerge nell’attesa di un cominciamento – di un mirabile inizio non terrestre, ma marziano. Marte, il pianeta bellicoso, è stato scelto come orizzonte di pace.

Forse c’è bisogno di un altro pianeta per tutti coloro che non hanno frontiere, o le cui radici sono state recise, allontanate, estirpate. L’aiuto (il «Mayday, Mayday») chiesto e raccontato da Furkan nasce dall’interiorizzazione di una situazione, e dalla sua grandiosa sublimazione – sublimazione concessa soltanto ad un bambino. La famiglia Demiri, in tutta la sua dignitosa normalità (la normalità è spesso l’unica modesta richiesta) non è soltanto reduce di guerra, né soltanto rifugiata, ma porta con sé innanzitutto progetti e sogni non contaminati dalla guerra: è questa progettualità che salva e coltiva i resti del disastro. Il passato è un eco, indimenticabile, che preoccupa il presente, ma non può inquinare il futuro. Perché il futuro è già lì. 

Furkan, “Wake up on Mars”, 2019, Dea Gjinovci

Wake up on Mars concretizza il valore ineliminabile di rapporti semplici, complicati da uno spaesamento che tuttavia non sa renderli ostili, non sa oscurarne la luce. Il passaggio dagli interni agli esterni, dal mondo dentro e al mondo fuori, accade con continuità, con una sorprendente leggerezza, che – con Calvino – «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Planare al di là delle cose di questo mondo, come un’astronauta.

Non stupisce quindi che anche il surreale viaggio su Marte sia l’epilogo più naturale del film. Dea Gjinovci inserisce, in un documentario, un elemento da film di finzione, incastonandolo perfettamente con la realtà delle cose. Questo perché la realtà non risiede nelle cose, ma nell’intreccio tra l’apprendimento e la trasfigurazione creativa di esse.

Furkan è pronto a partire, e lo vediamo partire veramente. Si libra in volo attraverso il suo veicolo efficiente, una notte, e con la tuta spaziale della Nasa che, ci piace immaginare, sia un dono per sempre. 

Leggi anche: Biografilm Festival – Una nuova edizione online tutta da scoprire

Sara Provenzano
"La semplice poesia forse discende, distratta come cala al viaggiatore, entro l'arida folla di un convoglio, la mano sulla spalla di un ragazzo" - Sandro Penna

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