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Biografilm 2020 – Barzakh, il tempo dell’attesa

Premessa

Alejandro Gonzàlez Salgado, regista di Barzakh – primo film presentato in Concorso Internazionale al Biografilm Festival 2020 di Bologna – ha lasciato che i protagonisti rimanessero anonimi, secondo la richiesta degli stessi ragazzi. Parleremo quindi senza chiamarli per nome, perfettamente in linea con la scelta del film. Del resto non si sarebbe potuto fare altrimenti. Ma crediamo, al di là dell’impossibilità effettiva di nominarli, che il nome qui non sia davvero importante.

Barzakh inizia con l’immagine di un dirupo roccioso, delimitato dal  mare e dal cielo. Un luogo impenetrabile e dominato dall’oscurità, dalle cui concave superfici emergono i profili di due ragazzi. Più che lo spazio in cui si svolge, la dimensione di questo racconto è il tempo: il tempo dell’attesa. L’attesa che si realizza nel passaggio dalla profezia divina al compimento delle sue promesse. L’attesa, lunghissima, che è condizione ontologica dell’uomo e al contempo limite conoscitivo di fronte alla trascendenza assoluta di Dio.

La lentezza nell’intreccio, la ripetizione delle inquadrature, l’assenza di svolte o di accadimenti, ricordano da vicino il tempo ciclico di Aspettando Godot – e richiamano da lontano la monotonia de Il Deserto dei TartariIl Godot di Beckett è un contenuto salvifico, che ha caratteristiche messianiche ma solo da un punto di vista formale – dato che di lui non conosciamo che il nome, e il fatto, decisivo, che i protagonisti lo stanno aspettando. Allo stesso modo, in Barzakh l’attesa della rinascita – dell’approdo in Europa – sembra non soddisfarsi mai

“Barzakh”, 2019, Alejandro G. Salgado

Nella religione musulmana, al-Barzakh (برزخ) rappresenta il periodo tra la morte e la resurrezione dell’anima. Si tratta di uno spazio temporaneo, e ancora temporale, dal quale tuttavia non è possibile spostarsi se non in virtù di una decisione divina. E’ nel Barzakh che si attende il Giudizio finale: paradiso o inferno. Spazio liminale, alla soglia della coscienza, Barzakh significa propriamente “barriera” (ma lo troviamo tradotto anche con “intervallo”): sostando in questo intervallo, l’uomo si confronta con il tempo della propria morte. Qui dimorano gli spiriti dei defunti prima del Giorno della resurrezione. Qui si soppesano i vizi o le virtù del passato, le pene o le ricompense del futuro. 

«Poi, quando la morte giunge a uno di loro, quello dice: “Signore, rimandami indietro; affinché io faccia del bene in ciò che avevo tralasciato”. No, egli dice soltanto parole. Per loro tuttavia vi sarà un barzakh (barriera, intervallo) fino a quando verranno resuscitati». 

(Sacro Corano, 23:99,100)

In Barzakh questa dimensione di confine, tassello dell’escatologia islamica, è Melilla, città spagnola situata sulle coste occidentali del Marocco, il cui confine è sorvegliato e recintato per impedire l’accesso di immigrati, spesso minorenni, in fuga dall’entroterra marocchino. L’atemporalità che condiziona il paesaggio è matrice di universalità: dal Barzakh sono passati e passano tutti gli uomini – nonostante ognuno sperimenti il proprio. 

“Barzakh”, 2019, Alejandro G. Salgado

Dagli scogli sembrano emergere volti mitologici di divinità dell’oltretomba, spiriti ciclopici rimasti intrappolati tra le pietre, e che adesso le popolano (in particolare in una delle numerose scene di ripresa di una roccia è visibile nitidamente una faccia pseudo-umana, come nascente da essa). Gli unici rumori (è assente una colonna sonora) sono quelli del mare che s’infrange violento sulle rocce, e del fuoco che arde. Il fuoco, principio eracliteo del divenire, è nella memoria monoteista un elemento di punizione e di sofferenza. Gli stessi protagonisti osservano con timore il fuoco che hanno meticolosamente acceso: chissà se questo è il fuoco dell’Inferno – si chiede uno dei due. 

L’obiettivo di Barzakh era – secondo le parole di Salgado – raccontare una realtà di sospensione. Una condizione dove il tempo – solitamente percepito come lineare – non progredisce, ma appunto riposa in se stesso, o gira ciclicamente su stesso, tornando a dipendere dalla natura. A questo scopo le riprese sono totalmente notturne, e il direttore di fotografia, Sergio Caro, ha dovuto lavorare con una luminosità debole, con le ombre, più che con i dettagli, e in generale con la metamorfosi che la luminosità lunare permette alla cose, e a chi le osserva. 

“Barzakh”, 2019, Alejandro G. Salgado

Il contenuto del tempo interminabile del Barzakh viene riempito da confidenze cantate, preghiere, confessioni rivolte alle madri. La madre è il simbolo, da sempre, del dolore della partenza e del viaggio.  Significativo il ricorrere dell’espressione in šāʾ Allāh, che in arabo significa “se Dio vuole” e che connota la sottomissione di ogni desiderio umano al volere di Dio, nonché l’impossibilità umana di determinare senza riserve il proprio destino. Dopo il trapasso, dopo l’affronto del Barzakh, al di là del Barzakh, si spera nella vita: una moglie, dei bambini, un lavoro, una casa. Catapultati in questo luogo di instabilità, infatti, le uniche luci profonde e visibili sono quelle dei sogni, e delle aspettative.

Le anime degli sfollati attendono di approdare alla “Terra della Luce”. Attendono la luce dell’alba, che in Barzakh è costantemente rimandata: non arriva mai. Soltanto alla fine vediamo uno dei due ragazzi salire una lunga e tortuosa scala. E’ evidente, in questo caso, l’utilizzo di una metafora direttamente tratta dal Corano, con riferimento al “viaggio notturno” (isrā) di Maometto: la metafora dell’ascesa – o scalata – che porterà l’uomo al cospetto di Allāh. Forse, al di là di quella scala, c’è il Paradiso.

Leggi anche: Biografilm Festival – Un festival accessibile a tutti

Sara Provenzano
"La semplice poesia forse discende, distratta come cala al viaggiatore, entro l'arida folla di un convoglio, la mano sulla spalla di un ragazzo" - Sandro Penna

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