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Biografilm 2020: Sing Me a Song – Tra fede e progresso

Dopo la rivoluzione digitale del XXI secolo, le nuove generazioni hanno sviluppato un rapporto simbiotico con la tecnologia, dai tratti fortemente pervasivi. Il docufilm Sing Me a Song, in concorso al Biografilm Festival 2020, ha il merito di riprodurre, nel microcosmo di una comunità di aspiranti monaci, l’esigenza umana di interconnettersi con il mondo esterno.

La pellicola si apre sul sogno di Peyangki, un bambino di otto anni del villaggio di Laya, in Bhutan. La sua aspirazione più grande è quella di intraprendere gli studi per diventare monaco, un percorso segnato da dedizione, fede e forza di volontà. A Peyangki non interessa frequentare una scuola normale: perseguire la saggezza attraverso il percorso monastico è tutto ciò che desidera.

Il progresso tecnologico non ha ancora toccato quei quattromila metri dai quali Peyangki può guardare il mondo con gli occhi dell’immaginazione. L’orizzonte non è fissato da pali della luce, celle telefoniche o antenne: si estende oltre il possibile, verso luoghi dove solo la fantasia di un bambino può raggiungerlo, e toccarlo. Di lì a poco l’elettricità e internet sarebbero giunti sin lì, aumentando la potenza del reale a discapito della potenza dell’immaginario.

«Sarò felice quando l’elettricità arriverà, ma sarò anche preoccupato. Ho sentito che è una delle principali cause degli incendi domestici».

(Peyangki)

Sing me a Song

La parte iniziale di Sing Me a Song è uno sguardo sull’ingenuità di scoprire la meraviglia del mondo, una condizione che l’uomo moderno ha perso da tempo.

In un istante trascorrono dieci anni e Peyangki è ormai un navigato studente – o quantomeno dovrebbe esserlo. Ma già dalla prima scena dopo l’intervallo temporale il documentarista Thomas Balmès getta luce su un nuovo mondo: la sveglia di uno smartphone irrompe nella tranquillità del primo mattino e Peyangki può iniziare ad assolvere i compiti della giornata.

Anche un mondo chiuso come quello monastico, persino se sperduto tra le catene montuose dell’Himalaya, si è ormai aperto al digitale. Studenti che, mentre svolgono la preghiera mattutina, si cibano avidamente dei giochi loro offerti dal proprio smartphone, quasi come se il nutrimento dell’anima attraverso la fede non fosse più sufficiente. Monaci che tentano di sistemare l’antenna sul tetto in modo che la loro tv possa essere raggiunta dal segnale, che certamente non è divino, ma neanche così umano.

Tra i dualismi indagati nel documentario, oltre quello fede/tecnologia, si presenta prepotentemente anche quello villaggio/città. Mentre il primo è un luogo di condivisione e appartenenza, in cui sviluppare la propria individualità, la seconda è teatro della disgregazione del proprio Io, dell’omologazione dilagante, della massificazione delle inclinazioni.

A rendere ancor meglio il contrasto tra natura e innovazione, una fotografia che lascia senza fiato a ogni inquadratura. Sing Me a Song permette che lo spettatore si perda in quelle distese sterminate di azzurro, bianco e verde, per poi ritrovare la strada della città, tra sfumature di grigio e tonalità sbiadite di giallo.

Peyangki, inizialmente, sembra adattarsi bene al mondo cittadino, tra sale giochi, ristoranti e discoteche. Ma in realtà è l’ennesima illusione di aver trovato una facile risposta alle proprie domande. Né il mondo della fede né il mondo digitale garantiscono la certezza di trovare il proprio posto nel mondo. La prospettiva, in questo senso, non aumenta la sua portata nemmeno se si è sospesi fra i due mondi come lo è il protagonista.

Il disincanto dal mondo sviluppato coinciderà con la partenza di Ugyen, la ragazza che aveva conosciuto su WeChat e per la quale aveva abbandonato i propri studi monastici. Il ritorno all’imprevedibilità del mondo e dei rapporti umani permette a Peyangki di prendere coscienza del fatto che la tecnologia, sebbene abbia aumentato il potere di controllo a disposizione dell’uomo nei confronti della propria vita, non ha cancellato lo scarto provvidenziale tra ciò che l’uomo vuole che accada e ciò che accade realmente, indipendentemente dai propri desideri.

L’avvento della tecnologia ha sicuramente affievolito la capacità umana di meravigliarsi, ma ha altresì aperto un’altra finestra sul possibile. Il pericolo è l’assuefazione all’immediatezza del digitale, sempre a portata di mano. Ma la responsabilità di controllare uno strumento quale la tecnologia ricade sotto i doveri dell’uomo, e mai sotto quelli dello strumento stesso, di per sé neutrale all’utilizzo benevolo o malevolo che se ne fa.

Leggi anche: Biografilm 2020: The Earth is Blue as an Orange

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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