Home Cinebattiamo È sempre un buon momento per dei Pomodori verdi fritti

È sempre un buon momento per dei Pomodori verdi fritti

Pomodori verdi fritti al Cafè di Whistle Stop

Alcuni film sono come alcuni libri che, dopo averli letti, se presentati alla vista, non si può escludere di leggerli di nuovo.

Sono come il cibo preferito presentato quando si è sazi, che si fa spazio in un ultimo stimolo di fame, e arriva al cuore invece che alla pancia.

Si indulge loro come a un vecchio maglione dismesso, nelle cui tasche mangiate dagli anni si annida un calore che le cose nuove non sanno imprigionare, almeno non prima che diventino vecchie.

Mantengono gli odori di quando incontrati la prima volta, e si gustano a colori talvolta poco nitidi, sbavati dal videoregistratore. Sebbene nulla della trama possa stupire o sorprendere, in loro stanzia un’attenzione vivace, e se ne accoglie ogni scena con lo spirito di chi incontra un vecchio amico che negli anni è rimasto immutato.

Così, ogni volta che ritrovo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991), la sua forza di attrazione si riafferma grande, e mi calamita più dei film che dovrei ancora vedere e di quello che mi sta per spoilerare l’amico di turno.

Le protagoniste di Pomodori verdi fritti: Ruth, Evelyn, Ninny e Edgie

L’Alabama dopo la Grande Guerra ha un odore di acqua e fango, di erba alta lungo il fiume che rigettò il camioncino di Frenk Bennett, scomparso in circostanze non chiarite. Ha pure l’odore, acidulo e oleoso, dei pomodori fritti al Cafè di Whistle Stop, dove le vite dei clienti si intrecciano e annodano, e peregrinano in labirintiche direzioni, fino a trovare ciascuna la propria pace.

Il Cafè odora di bacon e uova, del sudore di chi lavora, del sangue dei neri caduti sulla frusta lungo la strada per l’equità, ancora lunga e accidentata. L’aria è greve di umidità, e pare di sentirla appiccicarsi addosso, seguendo le fughe di Edgie dalle attese della famiglia e dal copione monocromo dell’essere donna, vecchio finanche nella Grande Guerra. Ovunque è anche il paglierino dei cappelli di Ruth, di cui uno tanto caro quanto la vita di Buddy Threadgood, il più grande amore di Edgie.

In Alabama la vita è ricorsiva, scandita dai richiami di una Chiesa che non è sempre sorda ai lamenti dei suoi agnelli, anche di quelli insofferenti alle messe. La gente è quasi sempre buona e quasi sempre cattiva, come ogni uomo in ogni terra, da quelle bevute dal sole a quelle schiantate dal gelo.

Se la pioggia batte dolente, si attende che cessi, e se la morte porta via degli affetti, si sopravvive, mutando e adeguandosi, adattandosi. Si comprende l’impossibilità di affermarsi contro ciò che precede e include, che prosegue dopo di noi; che sia Dio, la Sorte, la Vita, l’Assenza di questa. Se ne piange la puntualità, come quella dei treni, impietosa, ma anche uguale per ogni viaggiatore che cammini sui binari non prestandovi attenzione, come l’uomo cammina sulla vita: senza previsione di coincidenze, senza sapere quando giunge, infine, l’arrivo della propria carrozza.

Gli odori e le tinte di Whistle Stop: dove i pomodori verdi fritti sotto simbolo di amore, di accettazione della vita e di ribellione.
Edgie, Ruth e Buddy

Parimenti all’accettazione, in Alabama alberga la ribellione, nei pensieri e negli atti di Edgie e Ruth, e di molti altri assieme a loro; nella resistenza attiva all’ingiustizia e alle imposizioni, contro le quali affermarsi è possibile. Da un abito da festa odiato, al matrimonio imposto, all’allineamento della propria vita alle altre vite, come quella dei fiammiferi in scatola, dritti e stretti con le teste ruvide alla stessa altezza, fino a bruciare tutti della medesima estinzione.

Ne emerge il lavoro, quotidiano e diramato, per l’affermazione di sé, del proprio volere, pensare, preferire, incidere, amare; ma anche la lotta, fattuale e loquace, all’occlusione dell’umano al solo uguale e riconoscibile, all’equiparabile che esclude il diverso, il vario, il dissimile.

Le case in Alabama sono alcune grandi, altre piccole e malsicure, sorrette dalle ossa delle nere lavoranti, dei neri braccianti, che mangiano coi bianchi al Cafè di Whistle Stop, dove Edgie e Ruth vedono gli uomini come uomini, senza essere, né più né meno, parte esse stesse della stessa umanità.

Dopo la Grande Guerra, l’Alabama è verde scura e marrone acqua sporca, è nera delle notti nei bar in cui Edgie gioca a poker vincendo quasi sempre senza barare, a volte senza inciampare nei cappucci bianchi, che non sono tanto lunghi da nascondere gli zoccoli e le code di coloro che li vestono.

Gli odori e le tinte di Whistle Stop: dove i pomodori verdi fritti sotto simbolo di amore, di accettazione della vita e di ribellione.
Edgie e Big George

Le storie d’Alabama dopo la Grande Guerra sono vecchie, eppure giungono alle orecchie di Evelyn, casalinga di mezza età incline a glassare col cioccolato ogni suo dispiacere: l’indifferenza del marito, una vita senza obiettivi, le beffe e i torti di una società prepotente e maleducata. Peregrina fra la cucina e gruppi di ascolto costosi, dove apprende usi eterodossi della pellicola da forno.

La rassegnazione la ingrassa, il carattere mite la schiaccia al suolo ogni giorno che passa senza reagire, senza togliersi di dosso il fiato caldo dell’annientamento.

Il Cafè le giunge dai racconti di Ninny Threadgood, così Edgie e Ruth, la fermezza delle loro gambe dinnanzi ai pericoli, alle minacce e alle torce nella notte, al treno in corsa che mangiò Buddy e prese un assaggio di Buddy Junior. Le giunge l’odore dell’erba fluviale, delle api incantate da Edgie solo per colpire Ruth, e convincerla a donarle tutto il tempo della sua vita fino al tempo ultimo, di fronte alla finestra con le tende aperte.

Evelyn ascolta, torna a casa, ritorna, poi di nuovo a casa, in palestra, a lavoro, va ancora da Ninny, che all’ospizio ha una stanza di rose di carta, peccato non profumino come quelle dove abita. Qualcosa sta cambiando, ed Evelyn lo scopre gradualmente, ma senza indugi, riappropriandosi delle parole rimaste per anni fra sterno e gola, come i groppi difficili da deglutire. Quando teme di non riuscire, pensa a Edgie, l’invincibile amazzone, che è sempre stata se stessa prima di qualsiasi altra cosa; degli altri, della legge, della società, e ha amato senza preoccuparsi di classificare il suo amore, perché la tassonomia non è scienza per sentimenti.

Gli odori e le tinte di Whistle Stop: dove i pomodori verdi fritti sotto simbolo di amore, di accettazione della vita e di ribellione.
Le attrici Mary Stuart Masterson e Mary-Louise Parker

L’Alabama dopo la Grande Guerra è una terra che si sente sulla schiena, alla fine della giornata, e sul petto, prima di addormentarsi dopo le morti, le ingiustizie, le botte e le frustate; ma è anche una terra che rende i suoi frutti, quando si è difeso e riparato il seme dalle ombre, dai pregiudizi, dagli orchi.

Per un treno che arriva troppo presto, c’è il miele delle api incantate, il poker e i liquori, le feste che durano tre giorni.

Per i cazzotti e i calci, delle braccia che sanno nascondere e aiutare, persino ammazzare se non c’è altro modo.

E per le frustrate e le esclusioni, le derisioni, la bestialità di uomini che si sentono più uomini degli altri, c’è un’umanità che pretende la difesa di ogni suo figlio, e che continuerà a pretenderla per ogni suo figlio che non avrà difesa.

L’Alabama dopo la Grande Guerra odora di accettazione della vita e di lotta per la libertà, almeno nel Cafè di Whistle Stop, assieme al profumo dei pomodori verdi fritti.

Leggi anche: 12 anni schiavo – Continuare ad essere, ovunque

Ambra Librizzi
• Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere presso Unipi • Classicista per (de)formazione • Lettrice vorace per natura •

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