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Il finale di 2046 – Perché non si può tornare indietro?

2046 rappresenta uno spazio, un tempo e un sentimento. È la proiezione dei dolori di Chow. In questo malinconico treno misterioso, egli riversa i ricordi perduti che l’umanità tutta, cambiando, non riesce a mantenere.

Perché il 2046 è statico, fermo e immutabile, pur essendo un prodotto dinamico dei desideri umani, troppo umani del protagonista; dopo una certa soglia pericolosa del pensiero, risulta anche del tutto superfluo capire se questo posto esista davvero, perché ciò che conta è che esso è reale per il protagonista.

Chow: «Un tempo, quando uno aveva un segreto da nascondere, andava in un bosco. Faceva un buco in un tronco, e sussurrava lì il suo segreto; poi richiudeva il buco con del fango, così il segreto sarebbe rimasto sigillato per l’eternità».

L’immateriale deposito di un amore segreto, perduto e doloroso si cristallizza nell’etereo 2046 che Wong Kar-wai carica di tutti i significati esistenziali di questo sentimento, dalla qualità più carnale a quella più spirituale.

E Chow, poiché avverte una mancanza, determinata proprio da quella perdita, fa l’unica cosa possibile: cerca, ma senza trovare, rifugiandosi come può in quei ricordi bagnati di lacrime che non riesce mai a rivivere davvero.

Come in un sogno, surreale e al tempo stesso intimamente vero, il dubbio amletico di Chow cresce, fino a risolversi (o forse no) nel finale di questo film, metateatro simbolico dell’amore più puro.

2046: soffrire è umano, perseverare è diabolico

Ritrovare l'amore perduto e superare la delusione. 2046 è un posto, un tempo, un libro, una camera d'albergo in cui Chow non fa che cercare.
2046

Lulu: «Perché non si può tornare indietro?».

Una semplice domanda può racchiudere mille desideri, nel 2046. Dopo aver consumato innumerevoli esperienze umane, che hanno logorato i sentimenti di uomini e donne come fossero vacui scrigni, il 2046 se ne separa, distaccandosi come un predatore sazio, pronto al riposo.

Perché ad esso non importa il riconoscimento del Bene, non ricerca il senso dei bisogni umani né tantomeno l’approvazione di un’entità superiore. Il 2046 è il caos, la frattura nell’ordine dell’universo di Marguerite Duras, che lascia agonizzanti coloro che lo abitano.

E per tali ragioni, lungo una silenziosa strada notturna, questo 2046 prende forma e vita, accompagnando i felpati passi di un uomo e una donna che salgono, verso le loro camere separate da un pianerottolo, senza ben sapere cosa fare del loro futuro.

Sintesi della condizione esistenziale di migliaia, milioni di amanti, quest’uomo e questa donna chiudono l’opera di Wong Kar-wai, non sapendo come né perché, quasi per inerzia.

Sentimenti contrastanti li animano, un’amarezza comune li unisce: perché il presente e il futuro non possono essere com’erano prima? Perché non si può tornare indietro? La potenza di una nostalgia senza pari si sprigiona da questo interrogativo, costituito da memorie, desideri e abbandoni.

Pur avendo sofferto abbastanza, l’uomo volta le spalle alla donna, si allontana e sale su un treno, senza guardarsi indietro. Sarà lo stesso treno che idealmente conduce al 2046 o sarà uno diverso? Non è dato saperlo, e in fin dei conti non è neanche così importante.

Quello che più ci riguarda, in questo finale fatto di rimorso, ma non di risentimento, è che l’uomo sceglie di soffrire; consapevole che nel 2046 nulla cambia né può cambiare, lui decide di non cambiare nulla, attivo nella sua passività.

Ciononostante si muove, verso una destinazione non chiara, partendo dal 2046 che lui ha creato e che ha creato lui.

Ritrovarsi nei ricordi perduti

Ritrovare l'amore perduto e superare la delusione. 2046 è un posto, un tempo, un libro, una camera d'albergo in cui Chow non fa che cercare.
2046

Eccoci alla fine del percorso, dunque. Il treno verso il 2046- o meglio il treno che è il 2046 – giunge a destinazione, producendo influenze contrastanti sui passeggeri: abbiamo fatto bene a partire? Dovremmo scendere qui o restare in attesa che il viaggio, forse, prosegua in qualche modo?

Mentre la sensibilità del film di Wong Kar-wai giunge al termine, l’amore che strugge divampando come una malattia, quella Malattia della Morte di Marguerite Duras, letale e invisibile.

Per fare in modo che qualcosa vada com’era prima, verrebbe da pensare, occorrerebbe che un ricordo si sia cristallizzato, affinché possa essere utilizzato come termine di paragone per forgiare un’esperienza anche lontanamente simile sul piano dell’intensità; nella mente dei calpestati, o di coloro che credono di essere stati calpestati come Chow, spazio per l’amore non c’è, nella misura in cui forse a mancare è lo spazio di ricordi che gli permettono di tenere presente cosa esso possa essere.

Nel momento in cui la colpa predomina, tuttavia, uscire dal vissuto claustrofobico e nostalgico di un amore che non riesce a esistere, perché non trova il canale per esprimersi, è una fatica umanamente insostenibile.

Il 2046 è anche un romanzo che Chow sta scrivendo: potrebbe sembrare che in questa misura, i ricordi simbolici e impossibili che contiene possano trovare un modo per ritornare alla memoria, se è vero, come sostenevano i latini, che verba volant, scripta manent.

Perché a un certo punto, nel finale di Wong Kar-Wai, sembra davvero che non sia nemmeno importante chi sia la figura di donna che parla con Chow, purché sia una donna: involucro di un insieme di investimenti erotici lievi che il protagonista rivolge verso un altro al quale non riesce mai davvero ad arrivare.

Ed ecco perché rifugiarsi nei ricordi, nel 2046, pare necessario, seppur doloroso.

Leggi anche: Wong Kar-wai – Il binomio tra Tempo e Uomo

Gianluca Colella
Ho 25 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa della Settima. Un po' la Forza di Star Wars.

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