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Biografilm 2020- It Takes a Family

Può un trauma di un passato lontano creare ferite inguaribili nel presente? Può esso resistere imperturbato al trascorrere del tempo e continuare a mietere nuove vittime?       A questi interrogativi, la regista danese Susanne Kovàcs cerca di rispondere realizzando un toccante documentario: It Takes a Family, una breve e personale opera prima, selezionata per il Concorso Internazionale del Biografilm Festival di quest’anno.

La donna è nipote di due ebrei sopravvissuti all’Olocausto, con i quali ha sempre avuto un rapporto conflittuale. In una sola ora di girato, lo spettatore viene catturato e profondamente toccato dalla storia di questa famiglia, i cui conflitti trovano la loro origine in una delle pagine più tragiche della Storia umana. Se ci si riflette, infatti, raramente il Cinema decide di narrare le conseguenze di un trauma. Innumerevoli sono le opere, documentaristiche o non, che portano sullo schermo il tema dell’Olocausto, adottando diversi stili narrativi e punti di vista; raramente, però, ci si sofferma sul dolore che matura nell’animo umano dopo che si è vissuta una tragedia del genere.

In It Takes a Family, Susanne Kovàcs decide di intervistare le persone a lei più vicine in famiglia: sua nonna, suo padre e sua madre.

Tutti e tre, direttamente e indirettamente, hanno vissuto la drammatica esperienza dell’Olocausto: un evento talmente doloroso da non poter essere dimenticato o soppresso, anche a distanza di decenni. La nonna di Susanne ricorda la sua permanenza in un campo di concentramento con parole frammentate, interrotte da lunghi silenzi e sguardi persi nel vuoto: aveva infatti solo quindici anni quando vide la sua famiglia morire per mano dei Nazisti.

Un’esperienza che non può essere dimenticata, cancellata, ma che anzi ha notevolmente influito sul futuro rapporto con la sua famiglia. La donna si sposò con uomo che, come lei, era un ebreo sopravvissuto a quella tragedia e i due ebbero un figlio, ossia il padre di Susanne. L’uomo racconta tra le lacrime come i genitori avessero riversato il dolore represso su di lui, fin da bambino: un’infanzia vissuta tra violenze fisiche e psicologiche, per lui tuttora incomprensibili e inaccettabili. Come possono persone che hanno subito dolore infliggerlo consapevolmente su qualcun altro? Quanto effettivamente un’esperienza traumatica può essere causa diretta di una condotta così disumana?

Anche la stessa Susanne ha sempre vissuto e subito queste ripercussioni psicologiche.

In fondo, la famiglia è il primo piccolo mondo che si conosce e i suoi componenti le prime persone con cui si impara ad interagire: è perciò inevitabile che una bambina ne assimili i conflitti più radicati e irrisolti. La madre racconta a Susanne come, una volta annunciato ai genitori del marito che fosse incinta, i due volessero che abortisse.

La donna era infatti tedesca e i due non riuscivano a tollerare che qualcuno del loro stesso sangue potesse essere di nazionalità “nemica”. Susanne Kovàcs ricorda infatti che i suoi nonni tentavano sempre di essere gentili, amarla e mostrarle affetto, ma spesso i loro sforzi risultavano vani. La tragedia, il trauma vissuto era sempre lì: quella bambina incarnava per i due amore e odio al tempo stesso, innocenza e colpevolezza.

Con onestà e coraggio, Susanne Kovàcs trascina lo spettatore nei suoi conflittuali rapporti famigliari, rendendolo diretto partecipe dei dolori vissuti. Da menzionare in particolar modo la delicata regia: attraverso la tecnica del Found Footage si alternano le interviste ai famigliari e la rappresentazione di foto e filmati di repertorio, elemento che rende ancora più coinvolgente la visione. Inoltre, molto significativa la scelta di rendere spesso le inquadrature instabili, traballanti, come a voler tradurre in immagine l’inquietudine, la sofferenza che i protagonisti di questo documentario devono aver provato nel mettere a nudo se stessi e le proprie sofferenze.

Nonostante il tema trattato, alla fine della visione lo spettatore prova un senso di pace, di armonia.

Nelle riflessioni conclusive della sua personalissima opera, Susanne Kovàcs decide infatti di accettare e fare proprie le difficili verità di cui è venuta a conoscenza. Rifiutandosi di condannare o assolvere, Susanne riesce a trovare pace solo prendendo piena consapevolezza di ciò che è accaduto, di quel dolore costantemente sussurrato e mal celato dai suoi famigliari.

Attraverso It Takes a Family, Suzanne Kovàcs ci ha regalato una delicata e commovente esperienza cinematografica. Una storia intima, vera, che racconta un dolore personale, ma al contempo collettivo: un sentimento che, nelle sue più differenti manifestazioni, unisce inesorabilmente tutti gli esseri umani.

Leggi anche: Biografilm 2020: Faith- Osservare una scelta di vita

 

 

 

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