Presentato al Biografilm Festival 2020 il documentario di Nancy Lang e Peter Raymont A word after a word after a word is power sulla vita dell’autrice best-seller Margaret Atwood e il suo percorso per diventare ciò che è oggi.

La passione è l’unico motore che, da sempre, governa la vita di Margaret Atwood. La passione verso la vita, il gioco, la letteratura, l’amore. Il documentario A word after a word after a word is power è il sunto della sua vivacità e curiosità verso tutte le cose esistenti al mondo. Ma, sopratutto, del suo impegno verso le nuove generazioni che invece guardano con indifferenza alla loro attualità. Fenomeno che, secondo l’autrice, è da trattare con spavento, poiché denota uno scarso impegno verso la ricerca della verità spesso occultata per il piacere di differenti politiche che mirano a distrarre con semplici mezzi l’opinione pubblica.

Umanesimo, non femminismo

«Non avrei mai pensato di diventare una scrittrice di successo, volevo solo essere una brava scrittrice»

(Margaret Atwood)

Margaret Atwood è sempre stata definita un’autrice femminista. Nella realtà dei fatti però non parteggia soltanto per le donne , ma per l’emancipazione dell’umanità in tutta la sua interezza. Non sta scrivendo «odio gli uomini», sta scrivendo «ci siamo anche noi donne».

La donna che si nasconde dietro la scrittrice lo mette bene in chiaro. Nel suo romanzo più conosciuto Il racconto dell’ancella si parla di una società distopica narrata dal punto di vista di una donna. Ed è proprio questo che tiene a precisare. La voce delle donne conta. E non perché siamo donne ma perché siamo prima di tutto persone con le proprie differenti fragilità, spesso ridotte ad un mezzo più che ad una vita in carne ed ossa. E, sempre più spesso, gli uomini non sembrano rendersene conto. Così, la vita della protagonista del romanzo denominata Offred verrà consumata e ridotta ad uno mero strumento per raggiungere uno scopo: fare bambini. Ed è proprio di questo che hanno paura le donna odierne: di essere private della loro indipendenza e riportate ad essere guardate come oggetti, con sospetto e ironia, dal sesso opposto che non considera le loro ambizioni. 

Margaret e Peggy

Al contrario di quello che si potrebbe pensare, la vita di Margaret, soprannominata Peggy dai conoscenti di vecchia data, non verte al pessimismo e all’oscurità ma riempie la sua vita di ironia e gioia. Il documentario, infatti, narra della sua storia personale, ascoltando anche la voce degli amici, del compagno, della figlia. Lei stessa si presenta a noi come una persona dotata di profondo sarcasmo e accettazione del presente. «E’ perché sono vecchia», ammette, ma proprio la sua esperienza di vita che ha visto cambiare la storia dell’uomo da decennio a decennio la rende così affascinante agli occhi di chi la ascolta.

Il documentario, non si sporge oltre determinate questioni politiche ma le sfiora soltanto lasciando intendere agli spettatori il punto di vista dell’autrice. Per la maggior parte, approfondisce la sua vita da giovane ragazza anticonformista nel college di Harvard diviso tra maschi e femmine per poi approdare alla sua storia d’amore con lo scrittore Greaeme Gibson, morto nel 2019. L’ottantenne Peggy rimane sempre uguale alla sua metà giovane, magari meno esperta delle questioni della vita, ma con la stessa fiducia immensa nella possibilità che l’uomo ha di cambiare il mondo attraverso la parole.

E lei stessa lo ha fatto.

Non lo è forse il mondo?

«La guerra è ciò che accade quando il linguaggio fallisce».

(Margaret Atwood)

I due documentaristi Nancy Lang e Peter Raymont non possono fare a meno di dedicare una parte del film all’impegno politico della Atwood. Non si tratta di vocazione politica o altro, ma di quel mettersi in gioco che qualsiasi uomo in quanto tale può e deve fare per cambiare lo stato delle cose.

E non attraverso la guerra. L’incomprensione è la peggiore delle guerre. Il non parlare e confrontarsi. Può sembrare retorica ma non lo è. Basti pensare a questi giorni di protesta, a quello che accade continuamente nel mondo. Violenza e ignoranza. Quando le chiesero perché i suoi romanzi fossero così brutali Margaret Atwood rispose così: Non lo è forse il mondo?

Non possiamo fare altro che darle ragione.

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