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Uomini e lupi – La testimonianza di un’Italia scomparsa

Gli anni cinquanta rappresentarono per l’Italia il decennio che spalancò le porte alla stagione del boom economico, forse la più importante stagione del secolo appena trascorso. Se il Neorealismo andava piano piano mutando – e con esso venivano alla luce i futuri maestri del cinema italiano, da Antonioni a Fellini, passando per Germi e Olmi – Giuseppe De Santis era ancora a caccia dell’Italia nascosta, quella lontana dalle sale cinematografiche e dalla neonata televisione.

Proseguendo con gli stilemi classici del suo cinema, legatissimo a terra e lotta di classe, il regista di Fondi parte per l’Abruzzo, deciso a raccontare la storia dei lupari: Uomini e lupi (1956), scritto dallo stesso regista in collaborazione con Elio Petri, Cesare Zavattini e Tonino Guerra, è il racconto di un paese ormai vivo solo nei ricordi tramandati da generazione in generazione, una storia che sembra lontanissima dai giorni nostri che mantiene, nonostante l’incidere del tempo, un fascino immutato.

Il luparo Giovanni, accompagnato dalla moglie Teresa e il figlio Pasqualino, giungono a Vischio, paese dell’entroterra abruzzese, per prendere il posto di luparo e aiutare il paese a liberarsi della sciagura degli animali. Uomo tutto d’un pezzo, Giovanni si rifugia dall’anziano collega Nazzareno, in attesa di entrare in scena. In un paese colpito da una nevicata record, l’arrivo del cialtrone Ricuccio, personaggio senza qualità e luparo improvvisato con il solo scopo di avere cibo e un tetto sulla testa, scombina i piani dell’uomo, instaurerà un conflitto a distanza con quest’ultimo, nel frattempo ammalia con le sue storie moglie e figlio del luparo. Ma i lupi non stanno a guardare, e la sopravvivenza è spesso avvolta ad un filo.

Teresa (Silvana Mangano) con il figlio Pasqualino e alcuni cittadini di Vischio

Uomini e lupi rappresenta l’ultimo film di De Santis girato con una produzione italiana di tipo classico.

Dopo questo film, per l’autore ciociaro, non ci sarà più spazio nelle Major del cinema nostrano: il carattere integerrimo del regista e il suo totale rifiuto dei compromessi, farà sì che il suo cinema venga accantonato, e il suo nome esiliato per non creare problemi. Dopo una lite con Goffredo Lombardo, direttore della Titanus, proprio nella post produzione di Uomini e lupi, De Santis spiegherà in un’intervista:

«Si era fatto venire delle manie da ducetto e credeva di poter dettare legge anche sulle questioni artistiche di un film. A film ultimato, volle impormi di tagliarlo abbondantemente perché si era fissato di ridurlo a pellicola di azione […]. Così scoppiò il grosso contrasto tra me e la Titanus e io, a quel punto, dissi: “Volete farlo così? Benissimo. Eccovi il film, tagliatevelo, montatevelo e riunitelo da soli come meglio credete. Però non lo riconosco per mio».

Girato tra l’Abruzzo e i teatri di posa della Titanus a Roma, il film rappresenta la possibilità di realizzare lo spirito classico del neorealismo senza dover seguire a tutti i costi l’imposizione della strada, ricreando in studio lo spazio circostante. De Santis porta in auge l’intima natura popolare dei piccoli borghi dimenticati, sfruttando una fotografia dai toni pastello realizzata in sinergia con il fedele Piero Portalupi e adattano la storia dei lupari abruzzesi al western di matrice americana.

Ricuccio (Yves Montand) festante dopo l’uccisione di un lupo

L’eterna lotta tra l’uomo e la natura è l’anima del film, in una comunità dove vige ancora l’importanza dell’onore familiare e dove la città – rappresentata quasi come fosse un presepe – è solo il luogo dove le vicende vengono narrate, un immaginario confine da cui nessuno vuole uscire. Un melodramma antropologico questo Uomini e lupi, che trascina lo spettatore a un cinema di forte radicamento sociale, coniugando i tratti riconoscibili di un cinema popolare e a volte guascone all’importante funzione documentaristica cara al suo autore, che lascia fuori uscire l’importanza di un realismo necessario, dalla forte carica politica.

Uomini e lupi, inoltre, rappresentò per De Santis la possibilità di tornare a lavorare con Silvana Mangano a quasi dieci anni da Riso Amaro.

La gioia per l’amica ritrovata non fu però condivisa per gli altri protagonisti: il successo dei film del regista all’estero spinsero la Titanus a rivolgersi ad attori di fama internazionale, e così sul set arrivarono il messicano Pedro Armendáriz (famoso per le innumerevoli partecipazioni ai film di Buñuel e John Ford) e l’italo francese Yves Montand, indicati come lascia passare per la distribuzione in America Latina e Giappone, dove Montand aveva riscosso un grande successo con opere precedenti. Sarà anche per questo che De Santis, famoso per l’uso del Dolly in presentazione dei personaggi, eviterà il suo uso, preferendo spesso panoramiche e piani sequenza sulla natura circostante.

Yves Montand e Giuseppe De Santis durante le prove sul set

Nonostante i numerosi tagli e un primo disconoscimento dell’opera da parte del suo autore, Uomini e lupi, a distanza di oltre sessantanni, testimonia una pagina importantissima del cinema sociale e antropologico italiano, una perla rara da conservare nella memoria storica del paese e un modo per approfondire un regista troppo spesso dimenticato.

Leggi anche: Non c’è pace tra gli ulivi – Il Neorealismo incontra il Western

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