Home Cinebattiamo Il finale di Her – Il sorriso di una solitudine a due

Il finale di Her – Il sorriso di una solitudine a due

Her (2013) come quasi tutta la filmografia di Spike Jonze verte sul “mettersi nei panni degli altri”. Se Essere John Malkovich (1999) faceva di questo processo un film grottesco e davvero originale, Nel paese delle creature selvagge (2009) era un film di formazione in cui un bambino diventava leader di un gruppo e capiva le difficoltà di gestire una famiglia.

Oggi più che mai siamo chiamati a metterci nei panni degli altri per capire quanto certe battaglie vadano combattute. Non capire l’animo furente che muove i disordini socio–politici in America significa essere miopi e non cercare di comprendere lo sguardo altrui. Lo stesso Jonze ammette che questo sia molto difficile, tuttavia il suo cinema chiama all’azione di immedesimarsi nell’altro per comprendere un disagio, delle proteste o un trauma. Tentare è necessario.

Theodore (Joacquin Phoenix) scrive lettere per conto di chi non vuole assumersi questo compito. Il suo lavoro, perciò, consiste nel mettersi nei panni di un’altra persona che forse non ha mai visto, scrivendo da lettere d’amore a semplici auguri di compleanno. Testo dopo testo, Theodore immagina dei sentimenti e li scrive senza difficoltà, esprimendo attraverso bellissimi versi un pensiero che non gli appartiene, di una vita che non ha mai vissuto. I suoi sentimenti invece restano celati e non espressi, solo nel finale riuscirà a comunicarli.

Her

Theodore e Samantha

In questo futuro prossimo Theodore è solo non tanto per la mancanza di persone attorno a lui, ma per via di una società che rende l’uomo non più dipendente da un proprio simile; tuttavia, il protagonista ha alcuni amici, ma anche un passato sentimentale che lo tormenta. Proprio come Nel paese delle creature selvagge, il bisogno di solitudine ed evasione dal quotidiano non è un obbligo dato da un luogo remoto e disabitato, ma dal non essere compresi.

Questa solitudine trova una conseguenza nelle immagini molto coerente. Difatti la messa in scena di Jonze, consolidata con videoclip e corti, ha una gestione degli spazi molto precisa. Essa all’inizio relega Theodore sempre distante dagli altri, anche quando ci sono più persone nella stessa stanza, tramite un punto macchina molto intelligente. La relazione con un sistema operativo cambierà tutto questo.

Se l’inizio risulta molto semplice da gestire, poiché è sempre il soggetto ad avere il controllo sull’intelligenza artificiale, e un solo ripensamento può cessare la sua esistenza, nel corso dell’instaurazione di un’autentica relazione, le cose iniziano a farsi più complicate. In un incontro determinante, sarà l’ex moglie a sintetizzare la sua difficoltà in una sola frase.

Catherine: «Hai sempre voluto una moglie, ma senza le complicazioni della vita reale».

Come in tutto, sia nella finzione cinematografica che nella realtà, spesso è un’esperienza a seminare una consapevolezza. In tutta le opere di Jonze, difatti, esiste un evento determinante per il percorso del protagonista che, tuttavia, non sempre ottiene l’effetto sperato. A volte quella consapevolezza svanisce o non si raggiunge per inseguire una meta che non ci appartiene. Essere John Malkovich insegna.

Fantascienza e intimità

Da quell’opera prima così peculiare, inizierà per i protagonisti dei film di Spike Jonze il tentativo di adattarsi al meglio con le proprie possibilità, come le orchidee nel finale di Adaptation (2002). In Her questo evento decisivo, poc’anzi citato, ha il nome di Samantha. Lei non è altro che una coscienza virtuale che accompagnerà la vita di Theodore, diventando talmente interessante da farlo innamorare di lei. Pur non avendo un corpo ed essendo costruita artificialmente, Samantha ha la capacità di crescere ed evolversi ogni secondo come una persona reale. Prova emozioni complesse e ha bisogni sessuali, sentimentali, amicali. Dopo una relazione in cui Theodore non riusciva a gestire tutte quelle situazioni per cui non puoi sottrarti dal confronto, Samantha sembra essere l’essere perfetto per lui. Qualcuno che puoi gestire esattamente come vuoi.

Tutto ciò apre moltissime possibilità alla fantascienza politica più importante, da Terminator a Matrix, e difatti Her accenna qualcosa. Queste intelligenze virtuali comunicano tra loro e potrebbero sviluppare pensieri politici, ma a Spike Jonze non interessa tutto ciò. Il suo sguardo profondamente intimo cerca di elaborare molto probabilmente il suo rapporto con l’ex moglie Sofia Coppola e tutto ciò che ne consegue.

Nessun conflitto fisico, ma tantissimi scontri del sentimento, dove si cerca di trovare le parole giuste per comunicare ciò che si sente. Quando le trova, nel finale, non sono ricercate, ma di una semplicità disarmante perché per chiedere scusa serve solo una parola. Perfino una relazione come quella con Samantha, Theodore spesso non riesce a gestirla, cerca disperatamente il controllo su di lei e quando una qualsiasi variabile s’inserisce, corre ai ripari.

Her

La solitudine che scaturisce dall’incomprensione

Con o senza Samantha, Theodore soffre di solitudine, poiché per quanto possa relazionarsi con la sua fidanzata virtuale, l’incomprensione tra due esseri che non hanno avuto la stessa esperienza di vita è davvero forte. Come possiamo metterci nei panni degli altri senza aver mai vissuto il loro stesso percorso di vita? Si può solo immaginare.

Quel finale così frettoloso nell’abbandonarci a un’altra rottura sentimentale, sembra riportare a quella solitudine che avevamo provato all’inizio di Her, tuttavia l’esperienza condivisa con un’altra persona metterà fine all’incomprensione del nostro sentimento. Anche la migliore amica di Theodore, infatti, vive il suo stesso abbandono, e nello stare soli insieme, sparisce la solitudine. Non c’è spazio per l’incomunicabilità nell’inquadratura finale, perché i due personaggi non devono dirsi niente, non serve spiegare come ci si sente o cosa sia successo. Nel loro guardarsi sanno esattamente cosa provano, un sorriso d’intesa è sufficiente. Con il grande cinema, e quello di Jonze spesso lo è, si può attingere dall’opera qualcosa di prezioso per il nostro quotidiano.

Theodore, che vive fino agli ultimi attimi del film un rapporto conflittuale con se stesso e con la sua ex moglie, solo nel finale, dopo la magica esperienza d’amore con Samantha, scriverà per la prima volta la sua lettera alla donna che pensava essere la storia della sua vita. Difatti, quelle parole terminano la sofferenza di un amore finito e svelano un messaggio molto semplice: ciò che siamo oggi lo dobbiamo anche a chi non è più parte della nostra vita.

Her racconta l’elaborazione di una perdita importante e si estende al concetto di memoria. Il ricordo felice o infelice di una persona scomparsa dalla tua vita ti rende quello che sei, è inutile condurre un’esistenza mirante a trovare chi avesse la colpa. Forse è meglio circondarsi delle persone che vogliono vivere insieme a te, le altre saranno comunque parte del tuo vissuto. E questo nulla potrà cambiarlo.

Theodore: «Cara Katrine, ho pensato tanto a tutte le cose per cui ti vorrei chiedere scusa, a tutto il male che ci siamo fatti, a tutto quello di cui ti ho accusata, a tutto ciò che avevo bisogno che tu fossi o dicessi. Ti chiedo perdono. Ti amerò sempre perché siamo cresciuti insieme e mi hai aiutato a essere chi sono. Voglio che tu sappia che ci sarà sempre un po’ di te dentro di me e ti sono grato per questo. Chiunque tu sia diventata, in qualunque parte del mondo tu sia, ti mando il mio amore. Sei mia amica per sempre.
Con amore, Theodore. Invia.».

Leggi anche: Lost in (Her) Translation

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