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ShorTS International Film Fest: Saverio Costanzo in un’imperdibile lezione di cinema

Saverio Costanzo, regista di Hungry Hearts, L’amica geniale e la solitudine dei numeri primi, è ospite ufficiale dello ShorTS International Film Festival 2020. In un’incredibile Master Class il regista è stato insignito del Premio Cinema del Presente, per il coraggio, la forza e la poesia della sua arte. In dialogo con il critico Maurizio Di Rienzo il regista si svela davanti alla telecamera raccontando i retroscena del suo lavoro.

Saverio, è un piacere averti con noi. Per rompere il ghiaccio, volevo partire dal tuo esordio. Cosa ti ha spinto a girare il tuo primo documentario a New York?

Saverio Costanzo: Finii gli esami e per sfuggire alla leva andai a New York. Mi rifugiai con un amico in una piccola casa di produzione e iniziai a elaborare la mia tesi. Avevamo una tecnologia professionale ed eravamo vicini al dogma 95′. Volevo fare una tesi sulla comunità italoamericana, ma faticai a trovare persone da intervistare: gli italiani fuori dalla patria sono molto difficili da intercettare. Finché non trovai il Caffè Milleluci: un bar con una storia oscura dietro, di Mafia. In quel quartiere gli italiani erano stretti fra russi e cinesi. I frequentatori del bar erano gli italiani di terza generazione. Proposi quindi agli avventori di questo locale di stare con loro e studiarli dopo aver creato una vera amicizia. Scelsi di riprenderli e così rimasi incastrato in questo bar per un anno. Ripresi tutte le loro attività e le loro relazioni. La mia tesi nasceva da una teoria rischiosa: unire lo psicodramma di Moreno, che aiutava le persone a superare il loro dramma con uno spettacolo teatrale, e Goffman, che partiva dal concetto chiave del ruolo rivestito dal soggetto in pubblico. Loro rivestivano un ruolo all’interno del bar. Non si abituarono mai alla macchina da presa, non ci si abitua mai d’altronde. Venne fuori una tesi monumentale. Il direttore della Rai poi comprò questa tesi e elaborò la prima docusoap dell’internet. Fu il primo caso di un documentario a puntate della Rai.

Ma tutte le cose che mi hai detto si trovano nel tuo cinema. Avevi un’idea di racconto?

Saverio Costanzo: Io non ho fiducia nelle mie possibilità. Il cinema mi sembrava troppo nobile e mi attaccavo all’idea di realtà. Io volevo fare l’etnografo. La cinepresa fu il mio taccuino. Il cinema è nato per caso, dalla mia volontà di osservazione partecipante. Io dovevo lasciare che le cose accadessero e dirigere silenziosamente è stata una palestra ottima.

Saverio CostanzoIl tuo lavoro successivo è stato Private. Perché hai girato una storia non italiana?

Saverio Costanzo: Partì per Gerusalemme e arrivai a Gaza, in questa città abitata dai militari. In una casa incontrai un professore, molto religioso, ma amante del femminismo. Quest’uomo viveva prigioniero dell’esercito israeliano insieme alla sua famiglia. Volontariamente però! Si era assoggettato a questa cattività, per dimostrare che la vita era superiore della morte. Mi colpì il coraggio e la follia di quest’uomo che costringeva la famiglia ad assoggettarsi all’esercito. Gli chiesi se potevo fare un documentario su di lui e mi consigliò di fare un film. Decisi di accettare il suo consiglio. Mettemmo insieme attori israeliani nella parte dei soldati e attori palestinesi nel ruolo dei prigionieri. Per la prima volta si incontrarono in Calabria, a Riace. Trovammo una casa di immigrati tedeschi che era perfetta per girare: un’oasi mediorientale. Girammo questo film in cui l’osservatore partecipante ero io e loro mostravano dei conflitti intestini, reali derivanti dalla loro nazionalità. Feci molti piani sequenza. Gli israeliani e i palestinesi non recitavano, ma lasciavano trasparire le loro reciproche differenze, si autodirigevano. Il film fu imperfetto, ma si vide la loro volontà di emergere e autorappresentarsi.

Tuttavia molti tuoi film hanno un’origine letteraria. Sei molto analitico nei confronti della realtà, però hai sempre preso spunto dai libri.

Saverio Costanzo: Le cose non si decidono, l’istinto ti guida. Ha tutto a che fare con la sfiducia nei miei confronti. So scrivere storie, ma credo più nelle storie degli altri. Non ho mai avuto fino in fondo il coraggio di mettere in scena le mie; posso però nascondermi nelle altre storie e nelle altre persone. E poi, questo lo rubo a Kubrick: leggere una storia dall’inizio alla fine, ti permette di giudicarla oggettivamente. Dare allo spettatore ciò che io ho vissuto mi dà più sicuezza. Ho incontrato storie che mi piacevano, che mi assomigliavano; storie in cui ero libero di stare.

Come gestisci il rapporto con gli attori?

Saverio Costanzo: Ha a che fare con l’osservaione degli altri, con la curiosità verso l’autenticità. Mi trovo bene con loro. Credo nei ruoli, ma anche nella persona. Ho lavorato con grandissime donne e grandissimi uomini. Dipende tutto da cosa racconti. Mi sento un regista da attori, più che da immagini, mi nascondo dietro qualcuno. Non faccio un cinema rivolto a me stesso, io metto l’attore al centro di tutto e questo essere solo gli fa sprigionare tutta la sua energia. Il regista è lo spazio denso e vuoto fra l’attore e la cinepresa, la giusta distanza.

Saverio Costanzo
In Treatment

Cosa ti ha spinto a girare In treatment e perché?

Saverio Costanzo: Sarò franco: lo feci per soldi. Ero in difficoltà economica. Piansi tutta la notte quando accettai, pensai di aver rinunciato all’autenticità; ma mi sbagliavo, perché mi diede molto quella serie. Avevo un ottimo cast e un ottimo script. Dovevo lavorare in un testo di trenta pagine, ma in quel testo così breve, c’erano tre atti con altrettanti colpi di scena. C’era la drammaturgia delle non azioni. In poco tempo divenni dipendente da quella serie. Giravamo una puntata al giorno. Eravamo massacrati, ma il creatore disse che la mia era la migliore versione dello show.

Invece come hai affrontato l’impresa de L’amica geniale?

Saverio Costanzo: Lei ha trovato me. Avevo letto il libro, ma pensavo di non essere in grado. Avevo già messo in scena il romanzo di Paolo Giordano e la gente non aveva apprezzato l’adattamento, così avevo deciso di non girare più film tratti da romanzi. Però la Ferrante mi propose di farlo. Lessi il libro, la storia mi piacque. Capii però che si trattava di un lavoro mastodontico, collettivo. Mentre leggevo il libro mi sembrò che la Ferrante lavorasse su un asse verticale. Da fuori entrava dentro: un meccanismo da tragedia greca che si infila dentro e fuori; si arriva in un personaggio scavando dentro la sua psiche. Poi, dopo aver preso questo asse verticale della tragedia greca, lo intersecava in un asse orizzontale, quello dell’epica. Mi sforzai di avere uno stile tragico, che non si infilasse mai sotto l’acqua, per non precludermi l’attenzione dello spettatore. I grandi registi comunicano grandi temi con semplicità e questo ho cercato di fare. 

Saverio Costanzo
Hungry hearts

A che punto ti senti di essere?

Saverio Costanzo: Non mi faccio mai questa domanda. Sono stato felice di Hungry Hearts, tantissimo. Lo girai con pochi soldi, velocemente. Fu il mio primo film con Alba e me lo ricordo come se fosse un’opera prima, senza mezzi. Trovai un attore straordinario piccolo piccolo e mi sentii di ricominciare. Mi sentii vitale. Mi auguro di riuscire sempre a ricominciare. Senza troppe riflessioni, spero di continuare a far parlare una voce che non controllo.

Quanto la realtà italiana ti interessa? Percepisci dei cambiamenti?

Saverio Costanzo: Penso di sì, ho grande fiducia nell’italia. Ho vissuto molto fuori. Ahimè la cultura non è centrale qui, in Francia sì. Mi manca il rapporto con la sala: andavo moltissimo al cinema e ho smesso, non per il covid, ma perché è difficile trovare i film belli. La Ragazza d’autunno per esempio. Io vedo tutto, ma se vedo film poco interessanti li vedo anche in televisione e un certo tipo di cinema manca. Mi dispiace che l’Italia sia poco attenta nei confronti dei registi e della sala. 

Pensi che il cinema verrà sommerso dalla quantità di nuove immagini che ci colpiranno?

Saverio Costanzo: Voglio essere progressista, non voglio essere mortifero. Più offerta c’è, più interesse c’è. Ci sono poche cose buone, ma alcune sono eccellenti, tutto il resto è generalista. Oggi il social è un arricchimento: tutti possono esprimere il loro pensiero.  Lo schermo sta diventando piccolo e questo è un male: le storie più piccole sono per il grande schermo, ma scegliere è ancora l’unica strada. 

Leggi anche: ShorTS International film festival: il grande passo -due fratelli in viaggio sulla luna

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