Home Cinebattiamo Tre colori: Film blu - La libertà è un naufragio?

Tre colori: Film blu – La libertà è un naufragio?

Può una creazione ribellarsi al suo creatore? È possibile che essa, nel corso del suo accadere, sovverta a tal punto i propri fini da rivelare tutt’altra natura rispetto a quella che originariamente per lei era stata prevista? Guardando Film blu di Krzysztof Kieślowski, premiato nel 1993 col Leone d’oro al Festival di Venezia, la risposta parrebbe essere affermativa. Primo film della trilogia che il regista polacco dedicò ai colori della bandiera francese e agli ideali della Rivoluzione illuminista, quest’opera assomiglia infatti al contrario di ciò che nelle intenzioni del suo autore avrebbe dovuto rappresentare.

Al blu Kieślowski assegna il compito di descrivere il valore della libertà, eppure l’intero film non è altro che la negazione della possibilità che questa possa effettivamente realizzarsi nella vita umana. Una libertà per altro mai declinata nella sua dimensione sociale e collettiva, ma sempre ricercata individualmente, scandagliata nel profondo di un solo cuore e di una sola coscienza. Più che un omaggio della libertà, dunque, Film blu appare come la travagliata consapevolezza della sua inesistenza e della sua ineludibile illusorietà. Ma in che modo ciò può avvenire?

Si può essere davvero liberi da se stessi? Krzysztof Kieślowski e Karl Jaspers a confronto sul Film blu, il risultato potrebbe sorprendervi.
La locandina italiana di Tre colori: Film blu

Tre colori: Film blu, costruire un nuovo sé

Juliette Binoche è Julie, una giovane donna trovatasi all’improvviso a dover sopravvivere alla perdita del marito e della figlia, entrambi morti in un incidente stradale. Incapace di uccidersi a sua volta, Julie affronta il lutto che la frantuma fuggendo qualsiasi reale tentativo di elaborarlo. Una dopo l’altra comincia quindi a spezzare le radici che la legano alla vita di prima, sbarrandone l’amore e cancellandone violentemente i ricordi. Spinta dalla necessità di ripulirsi e di riorientarsi nel mondo, dispone la vendita della sua villa in campagna, si disinteressa al patrimonio famigliare, riprende il suo cognome da ragazza, dice addio alla madre malata e si trasferisce in un umile quartiere popolare parigino. Oltre a questo, distrugge la partitura dell’inno che il marito, celebre compositore, aveva iniziato a scrivere in vista di un’importante ricorrenza celebrativa dell’Unione Europea.

Riemergere dalle macerie. Ricominciare da capo. Ricostruirsi senza obblighi o imposizioni, essendo liberi di scegliere l’esistenza che si desidera. Kieślowski inghiotte lo spettatore nel dolente processo di autodeterminazione di Julie, mostrandone insieme il carattere utopico e contraddittorio. Cosa significa propriamente libertà? Ci si può in definitiva affrancare da se stessi? Julie in tutto il film palpita per il sì, ma la sua volontà rischia presto di tramutarsi in una lotta senza sbocco.

Juliette Binoche nei panni di Julie in Tre colori: Film blu

Tre colori: Film blu, desiderare la libertà

O in un tradimento, avrebbe detto Karl Jaspers, filosofo esistenzialista e psichiatra tedesco fra i più influenti dello scorso secolo. Per egli, infatti, l’esistenza umana non può mai smarcarsi dal mondo in cui agisce, o meglio, dalla porzione determinata di mondo che si trova ad abitare e nella quale intesse relazioni. Julie invece anela allo sconfinamento, all’assenza di catene, allo spalancarsi di un orizzonte assolutamente altro da quello che fino a quel momento in lei era solito tramontare. Ella cerca la totalità del cosmo quando in realtà di questo non può che afferrare un singolo frammento, quello condizionato dal suo particolare e inscindibile punto di vista.

Per Jaspers l’unico modo di essere se stessi, l’unica scelta autentica che l’essere umano può ragionevolmente compiere, è quella di accettare incondizionatamente la situazione a cui di fatto appartiene. Atteggiamento questo che non va confuso con la rassegnazione passiva di chi si abbandona a un presente immodificabile, ma che piuttosto rappresenta la sola possibilità che abbiamo di vivere oltre la paura, fuori dalle gabbie di una libertà in fin dei conti astratta e inaccessibile.

Karl Jaspers (1883-1969)

Jaspers e l’impossibilità della scelta

«Io non posso farmi da capo e scegliere tra l’essere me stesso e il non essere me stesso, come se la libertà fosse davanti a me solo come uno strumento. Ma in quanto scelgo sono, se non sono non scelgo».

(Karl Jaspers, “Ragione ed esistenza”)

Per tutto il film Julie non fa altro che scegliere. Scegliere se concludere o meno la partitura iniziata dal marito, se donarsi o meno a un altro uomo, se prendersi cura o meno di una giovane prostituta che abita nel suo condominio, addirittura se aiutare o meno l’amante del marito e il bimbo di lui che questa porta in grembo. Julie sceglie, e in base a queste scelte si reputa libera. Per Jaspers è proprio tale libertà a essere radicalmente impossibile.

Ogni disconoscimento di sé è destinato a fallire, ogni azione che all’apparenza risulti libera o accidentale è in realtà nel profondo necessitata dalla situazione in cui si è originata e in cui poi è stata compiuta. Il Film blu di Kieślowski è intimamente percorso da questa tensione, dallo scarto che separa le proiezioni della protagonista dagli invalicabili muri contro i quali esse di volta in volta si sgretolano.

Si può essere davvero liberi da se stessi? Krzysztof Kieślowski e Karl Jaspers a confronto sul Film blu, il risultato potrebbe sorprendervi
Krzysztof Kieślowski e Juliette Binoche sul set di Tre colori: Film blu

Tre colori: Film blu, scacco e trascendenza

Eloquente in questo senso è la scena in cui Julie, baciata da una luce quasi angelica, si lascia cullare dal pensiero di essere finalmente libera dal suo passato. Nel frattempo, in strada, un’anziana gobba e malferma tenta con penosa fatica di gettare una bottiglia nel cassonetto. Da una parte il piacere dell’altrove, dall’altra l’affanno dell’adesso. La contrapposizione delle due immagini stride e racchiude il senso di un’opera sospesa e sofferente, irriducibile a canoni che non siano puramente interiori e al di là della morale.

Nessuno, neanche Julie come si vedrà, trascende fino in fondo il proprio naufragio. Nessuno può non subire il proprio dolore, sfuggendo al proprio essere ora e qui, radicato in un determinato corpo e non in un altro. Jaspers definiva scacco questa impossibilità di oltrepassarsi, identificando nell’accettazione di tale incapacità la cifra della massima pace raggiungibile dall’uomo. L’unica libertà che possediamo è quindi quella di essere obbligati a essere liberi, siamo condannati a essere liberi, sosteneva Jean-Paul Sartre.

Kieślowski sarebbe stato d’accordo con Jaspers? Non lo sappiamo, eppure il suo film sembra affermarlo a gran voce.

Leggi anche: Blue Jasmine – Il Colore della Malinconia

Andrea Tiradritti
La faccia è assonnata ma la testa non dorme mai.

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