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ShorTS International Film Festival 2020 – Los Fantasmas

In concorso allo ShorTS International Film Festival 2020, nella sezione “Nuove Impronte”, Los Fantasmas racconta la storia di Koki, un ragazzo come tanti tra le strade di Guatemala City; diviso tra i suoi due lavori a mezzo, guida turistica di giorno e gigolò di notte. Nelle camere di un albergo pulcioso, Koki riceve uomini adescati nei locali della città, salvo poi derubarli non appena le lenzuola si raffreddano. Le ore vuote della giornata le riempie girando in moto, badando al suo fratello piccolo o attorno ad un tavolo da biliardo; infilando palle nelle buche, come occasioni sul tappeto verde bucato dell’esistenza. Ma quanto ancora potrà andare avanti così? Quando la realtà impietosa busserà alla porta, chiedendogli il conto di questa vita spericolata?

Los Fantasmas racconta la storia di Koki, ladruncolo di Guatemala City incapace di sfuggire a una vita di stenti e solitaria.

Sul tetto di quel pulcioso hotel, ci sono solo buio, letti distrutti e materassi macchiati di sperma. Koki aspetta che Carlos, il suo complice, gli porti i pochi spiccioli rubati all’ultimo pollo caricato al bar. A fare il gigolò non si guadagna abbastanza per vivere, a lavorare in generale non si guadagna abbastanza. Koki assume questa come una verità incontrovertibile, mentre osserva le luci che circondano l’occhio di bue di oscurità in cui si trova: i lampioni, ad illuminare le strade deserte di Guatemala City, e la brace della sua sigaretta, che si consuma poco a poco, boccata dopo boccata.

Si sente come quella cicca; maltrattato da mani distratte, vittima del suo stesso fuoco, si consuma per il piacere degli altri. Sente il bruciore del fumo nel petto, frammisto a quello del suo sesso violato, e si convince che non esiste alternativa; non c’è via d’uscita, nessuna scappatoia. Ci hanno provato a farlo andar via dalla città, verso il lago; ma alla fin fine, giri e rigiri è sempre la stessa merda. E allora tanto vale dar via il culo, rubacchiare in giro e consumarsi, a forza di “Agua de Fuego” e Marlboro.

In cima all’hotel osserva la vita scorrere via nell’attesa di Carlos. Sembra uno degli angeli del Cielo sopra Berlino, gli mancano solo le ali e la santità. Per il resto, è anche lui uno spettatore del film della propria esistenza; segue la corrente che lo porta verso la cascata, ma non si sente in grado di cambiare le cose, di mutare direzione, ma solo di seguire l’inerzia del tutto. Non è un angelo alla ricerca della propria strada, è uno spettro che infesta le pozzanghere di Guatemala City. Uno dei tanti componenti della tribù dei Los Fantasmas.

Los Fantasmas racconta la storia di Koki, ladruncolo di Guatemala City incapace di sfuggire a una vita di stenti e solitaria.

I fantasmi esistono, Koki lo sa. Anche se la sua fidanzata, ragazza, o come la si voglia definire, ridacchia quando glielo dice. Lui lo sa bene che esistono, li vede di continuo aggirarsi per le strade e i locali di Guatemala City, ci convive addirittura. Sua madre è uno di quegli spettri, compare e scompare come se nulla fosse, inghiottita nel traffico dell’ora di punta o nel flusso delle persone che corrono per andare a lavorare. Koki la incrocia all’alba, si avvicendano come la notte e il giorno sulla soglia dell’aurora; il caffè borbotta sul fornello nella cucina spoglia, mentre madre e figlio si scambiano convenevoli, l’uno sfatto dal lavoro e l’altra pronta per partire.

Per Koki e suo fratello, la madre è una presenza che aleggia nella casa; non ha più alcuna consistenza corporea. È l’odore del cibo che trasuda dalle pareti; una raccomandazione di amore e ansia materna, scritta distrattamente su una carta sporca; è il letto sfatto, i panni sporchi, il materasso pieno di cimici, che per miracolo tornano al loro posto, sistemati e profumati. La madre è come la Bella ‘mbriana, los fantasmas a protezione del focolare domestico, invisibile eppur così presente.

Anche Carlos è uno spettro, una sorta di barone morto che infesta l’hotel dove lavora; si trascina dietro le coppe vinte con il wrestling, dove si copre il viso di bianco. Sembra quasi il Baron Samedi, spirito dei crocevia che comanda i morti, nei riti Voodoo. Anche la compagna di Carlos è uno spettro, un po’ cantante e un po’ puttana, divisa tra l’albergo e il Karaoke. Così come tutti quegli uomini che Kiko incrocia nei locali; spiriti vaganti che cercano il senso della loro vita vuota nel corpo docile di un bel ragazzo, nell’organo umido che non pulsa nel petto, ma tra le gambe.

«Un giorno ne vedrai uno di questi Los Fantasmas», sussurra Koki sul letto alla sua ragazza. Non ha però il coraggio di dirle che ne sta guardando uno in quel preciso istante, quell’uomo da marciapiede di un film di serie B; perché lui stesso si sente un fantasma, inconsistente, capace solo di rubare piccoli momenti di felicità, come quel rapporto ingenuo e sincero. Si sente sospeso, come il semaforo giallo che gli brilla sulla faccia; quel lampeggiare gli dà l’idea di non riuscire a prendere una decisione o una direzione, eternamente spento e ignorato da tutti.

Los Fantasmas racconta la storia di Koki, ladruncolo di Guatemala City incapace di sfuggire a una vita di stenti e solitaria.

Le inquadrature si susseguono fisse, dagli angoli delle stanze o nei luoghi nascosti, come se il regista volesse quasi spiare quello che succede. La sensazione di seguire un voyeuristico desiderio di osservare la vita da uno spioncino, sulle orme di Koki e di tutti gli altri spettri di Guatemala City; Los Fantasmas come idea di persone che spiano la vita, che non riescono a prendere in pugno il proprio futuro. Senza avere mai la capacità o anche solo la consapevolezza, per dare un’inerzia diversa al proprio domani.

Dove non riescono le parole, riesce il silenzio; dove non arriva la compagnia, muove la solitudine. Los Fantasmas è un film di silenzio, di mutismo interiore ed esteriore; di solitudini che si incrociano al tavolo di un bar, che provano a ingannarsi sul mondo, a raccontarsi favole di epopee e di futuri rosei. E Koki è solo un escamotage per raccontare un destino comune a molti, troppi. La disperazione come unica alternativa, la fuga come unica soluzione.

Le strade di Guatemala City che, sotto le ruote della moto di Koki ormai abbandonato anche da Carlos, si tramutano in un fiume; quel Panta Rei metropolitano, che conduce il protagonista fuori da quell’inferno, verso il lago da cui osservare una nuova alba. Ma forse è solo una finzione, un’altra illusione. Perché che sia al lago o in città, la vita scorre uguale a prima, bruciata tra Marlboro e Agua de Fuego, sugli sgabelli di un bar qualsiasi affollato di solitudini.

Leggi anche: ShorTS International Film Festival: Il grande passo – Due fratelli in viaggio sulla luna.

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