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Dark – Il problema logico-gnoseologico del finale

Dopo aver risalito il fiume del tempo, giunti alla sorgente dalla quale questo ha preso vita, non resta che starsene lì, immobili. Da quella posizione privilegiata, la vista dell’intero disegno, dalla natura più divina che umana, riempie uno sguardo che finalmente può delimitarne i contorni. La terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto (Leggi: Come dovrebbe finire Dark – Il cerchio perfetto).

La produzione tedesca targata Netflix è una serie che tende prepotentemente alla perfezione. Dalla fotografia alla colonna sonora, dalla scenografia ai costumi, dalla caratterizzazione dei personaggi all’accuratezza della scelta di attori che interpretassero lo stesso personaggio a distanza di decenni. Per non parlare della sceneggiatura e della (quasi) perfetta concatenazione logico-narrativa messa a punto nell’arco di tre stagioni.

È nell’opinione di chi scrive che Dark abbia trattato il tema della circolarità temporale con una complessità mai raggiunta prima.

«Tutto è collegato»: la frase manifesto della serie diventa elemento meta-narrativo nel momento in cui si mostra, letteralmente, come un fil rouge che ruota attorno all’opera teatrale Ariadne, così come gira fra le mani di Helge offrendo un appiglio alla monetina, o guida i viaggiatori attraverso le caverne di Winden.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.

Persino introducendo una dimensione specchio, che apre dunque alle realtà alternative e ipso facto alla linearità temporale, questa si rivela parte determinante dello schema concentrico che è sempre stato e che sempre sarà (sarebbe potuto essere, ndr). Per giunta, nessuno dei due mondi può esistere senza l’altro, perché il nodo che li unisce è sia causa che effetto del continuo crearsi e dissolversi di quel sistema cosmico.

Quel nodo genera la vita di tutti coloro che ne fanno parte, in entrambi i mondi, per poi disperdere dolore e morte, affinché sia possibile nuovamente la vita; e così via lungo un ciclo perpetuo. Adam vuole distruggere il nodo, mentre Eva vuole preservarlo: entrambi muovono i pezzi sulla scacchiera del tempo in modo tale che le loro versioni precedenti diventino quello che loro sono già. In questo senso, gli eventi e i protagonisti del mondo B influiscono sugli eventi e i protagonisti del mondo A, e viceversa.

Viene a crearsi una stratificazione manipolatoria senza eguali, dove gli inganni attraversano spazio e tempo: nel 1888 Jonas adulto verrà ingannato da Martha del mondo B, a sua volta manipolata da Adam, senza che questo sappia che il proprio scopo fa già parte del disegno di Eva.

Ogni scelta compiuta dai protagonisti durante la terza stagione di Dark è già inscritta nel cerchio del tempo. Ogni sofferenza provata è l’ennesima condanna scaturita dalla speranza illusoria di poter cambiare il proprio fato.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.
Il finale della seconda stagione

A rafforzare un nodo già inscindibile, la correlazione quantistica tra due avvenimenti che non solo avvengono e non avvengono contemporaneamente, ma sono anche l’uno causa dell’altro. Martha salverà Jonas dall’apocalisse trasportandolo nel proprio mondo, dando via al corso degli eventi che porteranno la sua versione più giovane a salvare Jonas e, contemporaneamente, a non farlo.

Nel primo caso, senza saperlo, Martha condannerà Jonas alla morte per mano della propria versione alternativa che aveva deciso di non salvarlo, per poi ritrovarsi di fronte, ancora una volta, a questo Sliding Doors.

Nel secondo caso, lo condannerà a diventare Adam, il quale si renderà responsabile, 66 anni dopo, di condurre il suo Io più giovane a quello stesso punto di svolta. E tutto si ripeterà ancora e ancora.

In quel momento, dunque, non solo le due realtà si sovrappongono, ma si co-implicano, compattando un nodo già di per sé inestricabile. Le realtà percorrono i lati esterni dei due cerchi, aprendo due strade differenti, che tuttavia giungono nel medesimo punto, dove quei due cerchi si intersecano, dove i due mondi si abbracciano.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.
Jonas ed Eva

Ancora una volta, è importante comprendere come in Dark il nesso causa-effetto mantenga la propria necessità causale, (pre)determinando l’intero corso del tempo, e contemporaneamente sia privato della propria natura ontologica: il concetto di causa e di effetto si appiattiscono sullo stesso piano.

Speranza e dolore sembrano rincorrersi senza sosta, così come vita e morte, creazione e apocalisse: tutto segue il medesimo destino del nesso causa-effetto, divorato dal tempo. Le credenze, le azioni, i fini, abiteranno sempre, immutati, nelle differenti versioni dei personaggi, perché ogni evento contribuisce a determinare ciò che essi sono.

Ciascun personaggio è destinato ad affrontare un percorso evolutivo segnato da eventi favoriti da una versione più o meno anziana di se stesso, a sua volta già imprigionata, nel ciclo precedente, da quegli stessi eventi. La volontà diventa, frammentandosi, un’eredità biologica da imprimere, lungo il tempo, nelle versioni più giovani di se stessi, funzionale al mantenimento di quella stessa volontà dalla quale il frammento ha avuto origine.

«È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole».

(Schopenhauer)

Tuttavia, in un meccanismo fisico e psicologico perfetto come questo, stona un finale che, se da una parte è emotivamente intenso e, a onor del vero, estremamente poetico, dall’altra lascia spazio a critiche sia sul piano logico che sul piano gnoseologico.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.
Jonas, il protagonista di Dark

Il problema gnoseologico: il Diavolo Bianco

Quella sul piano gnoseologico è una critica che, più che il finale in senso stretto, coinvolge il passaggio narrativo con il quale vi si giunge. Nella fattispecie, la variabile che rompe la perfetta equazione di Dark è Claudia Tiedemann.

La prima criticità si presenta nel momento in cui Claudia A uccide Claudia B. Le possibilità sono due: è la prima volta che succede oppure è un avvenimento che si ripete da sempre.

Se è la prima volta che accade, allora non si capisce come sia possibile sfuggire alla catena temporale, che vieta la morte di un personaggio laddove esista già la sua versione futura. Ad esempio Noah non riesce a uccidere Adam sul finale della seconda stagione, così come Jonas non riesce a suicidarsi nel mezzo della terza: il tempo lo impedisce.

Al contrario, se la morte di Claudia B fa già parte del cerchio del tempo, allora anche la consapevolezza maturata da Claudia A relativa all’impossibilità di salvare Regina ne fa già parte. In questo caso, dunque, da quel momento in poi, in ogni ciclo, Claudia A non solo è la marionettista, ma lo è sempre stata.

La conseguenza è che il lasso temporale che intercorre fra quel momento e la morte del «Diavolo Bianco» dovrebbe essere stato sempre uguale a se stesso, parte della circolarità temporale come tutto il resto. Infatti, la versione più anziana sarà sempre obbligata, ogni volta, a far ripercorrere alla sua versione precedente gli stessi passi, affinché possa diventare il Diavolo Bianco che lei è già.

La conclusione paradossale è che la linea temporale che ha inizio dall’ultimo episodio è anche la linea temporale che traccia l’intera circonferenza, sempre uguale a se stessa. Non solo Jonas e Martha impediscono la creazione dei loro mondi, ma lo hanno sempre impedito, e sempre lo impediranno.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.

Il personaggio di Claudia, tuttavia, è avvolto da una criticità ancor più rilevante, che riguarda i limiti della propria conoscenza. Sul piano puramente gnoseologico, l’inferenza che compie a partire dall’impossibilità di salvare Regina combinando gli eventi dei sue mondi è estremamente debole.

Nel dettaglio, la premessa che ascrive la morte necessaria di Regina, in entrambi i mondi, non è condizione sufficiente per inferire l’esistenza di un terzo mondo. Anche tralasciando la prima obiezione e supponendo che Claudia abbia un tempo infinito – e non i soliti 33 anni, infinitamente uguali – per giungere a questa conclusione, il salto logico è viziato da un’impossibilità gnoseologica.

Immaginate di essere nel Matrix, più volte citato nella serie. Potreste avere sensazioni strane, magari accentuate da imperfezioni del sistema, ma è impossibile che possiate rendervi conto che quella non è realtà, perché il sistema è costruito per farvelo credere. Inoltre, senza una realtà alternativa con la quale confrontarsi, è cognitivamente impossibile non credere che quella sia l’unica realtà.

Tempo, spazio e coscienza forniscono gli appigli al reale, ma allo stesso tempo lo vincolano.

In questo senso, Claudia e Neo (protagonista di Matrix, 1999) non solo non possono uscire dal tempo e dallo spazio in cui si muovono, ma non hanno – e non possono avere – gli strumenti concettuali per allargare lo sguardo e comprendere che la realtà è molto più ampia.

La discriminante fra le due situazioni è l’elemento esterno, l’unico in grado di fornire gli strumenti concettuali necessari per la visione d’insieme. Ancora una volta, la posizione dell’osservatore è necessaria per stabilire il grado di conoscenza che un personaggio può avere. Neo, nel prendere coscienza della realtà, verrà aiutato da Morpheus, personaggio esterno a quella realtà e dunque in possesso di una posizione privilegiata.

Ma la posizione di Claudia, seppur privilegiata rispetto agli altri protagonisti, non può garantirle una visione d’insieme che non sia quella dei mondi dei quali fa parte, perché è vincolata entro i limiti spazio-temporali di questi. Senza un “aiuto” dal terzo mondo, quello di origine, non può aver maturato la certezza dell’esistenza di quel mondo. Né tanto meno le modalità con cui sciogliere il nodo.

Parafrasando Wittgenstein, i limiti del pensiero di Claudia sono i limiti del suo mondo.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.
Le tre versioni di Claudia Tiedemann

Il problema logico: il paradosso del nonno

La seconda difficoltà che incontra il finale, stavolta direttamente, ha a che fare con il classico paradosso che ha origine dai viaggi temporali. È importante però sottolineare che non tutti i viaggi nel tempo determinerebbero le conseguenze paradossali mostrate dal paradosso del nonno.

Nello specifico, affinché incorra nel paradosso, il viaggiatore deve modificare un evento rilevante per la propria esistenza o per quella del proprio albero genealogico.

Mi spiego: se tornaste indietro nel tempo e consegnaste i numeri vincenti della lotteria nazionale a un ragazzo, la cui esistenza non ha niente a che fare con la vostra, sicuramente il presente dal quale siete partiti sarebbe diverso, in un modo che non è determinabile. Ma non dovrebbe crearsi alcun paradosso – il condizionale è d’obbligo su simili speculazioni.

Tuttavia, se il vostro obiettivo fosse consegnare quei numeri al voi stesso del passato, la questione si complicherebbe esponenzialmente. Posto che ci riusciate, al netto di realtà parallele che potrebbero o non potrebbero crearsi, in nessuna di queste esisterebbe il vostro Io di adesso, perché sarebbero altri gli eventi, dal momento della vincita in poi, a determinare il vostro percorso evolutivo personale. Ma se quella versione di voi stessi, originaria, non fosse mai esistita, allora non sarebbe potuta tornare indietro nel tempo per consegnare i numeri vincenti, impedendo, di fatto, la realtà alternativa nella quale avete vinto.

Nell’opinione di chi scrive, il finale di Dark si trascina dietro l’ombra di un paradosso che per tutta la serie aveva evitato.

Jonas e Martha impediscono l’incidente nel mondo di origine, di modo che l’orologiaio H.G.Tannhaus non incontri quel dolore del demiurgo dal quale nasceranno i due mondi e il nodo che li unisce. Finalmente la malattia che corrodeva quel dualismo cosmico e corrompeva l’anima di ogni personaggio che non sarebbe mai dovuto esistere è stata curata.

Ma se i due mondi non sono mai stati creati, ogni protagonista della storia sin qui raccontata non è mai esistito, Jonas e Martha compresi. Allora, se non sono mai esistiti, logicamente non possono essere giunti nel mondo di origine al fine di impedire l’incidente dal quale nascerà tutto. Di conseguenza Tannhaus soffrirà per la morte della propria famiglia e cercherà di costruire la macchina del tempo, generando ancora una volta il mondo di Jonas e quello di Martha.

La linea temporale in cui Jonas e Martha impediscono l’evento scatenante della loro esistenza è anche la linea temporale in cui non possono né avrebbero potuto impedirlo perché, semplicemente, non esistono. Le loro condizioni di esistenza sono anche le loro condizioni di non-esistenza.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.
Il paradiso: la fine del dolore

La soluzione più elegante per sfuggire a simili paradossi del tempo è il principio di Novikov, elemento essenziale dell’intera trama di Dark fino al penultimo episodio. Il tempo è un sistema chiuso: passato, presente e futuro si influenzano vicendevolmente, determinando una circolarità temporale inviolabile. Il nesso causa-effetto, dunque, agisce in modo bidirezionale.

La versione originale del paradosso del nonno vede un ragazzo che torna indietro nel tempo per uccidere il proprio nonno e cancellare ipso facto la propria discendenza. Se uccidesse il proprio nonno, tuttavia, il ragazzo non sarebbe mai esistito e non potrebbe aver viaggiato nel tempo per uccidere il proprio nonno, che dunque rimarrebbe in vita, e la propria discendenza seguirebbe lo stesso corso.

Dalla prospettiva della teoria di Novikov, tornando indietro nel tempo, il ragazzo, piuttosto che modificare il passato, contribuirà in modo determinante a creare quello stesso corso del tempo dal quale è partito. Mettiamo che sia riuscito a sparare a suo nonno, e per questo sia stato incarcerato. Il nonno, nell’ospedale in cui è ricoverato, incontrerà la donna con cui creerà quella stessa discendenza della quale il ragazzo è parte. E tutto si ripeterà esattamente nello stesso modo.

Tornando alla serie, se Jonas avesse salvato Mikkel nel passato, questo non sarebbe diventato Michael e Jonas non sarebbe mai nato, ragion per la quale non avrebbe potuto salvare Mikkel. L’intera trama si regge sull’elusione del paradosso del nonno attraverso il principio di autoconsistenza di Novikov.

In Dark, infatti, il tempo funziona esattamente così: ogni tentativo di modificare il corso degli eventi si rivela determinante nello stesso.

La speranza, il dolore, il desiderio, le passioni, la volontà: ogni elemento umano sarà sempre soggetto al dominio del tempo, che favorirà le stesse credenze, le stesse scelte, gli stessi scopi. Tutto si incastra perfettamente in un cerchio senza principio né fine. Per questo sarebbe stato estremamente azzeccato lasciare quel nodo intatto, magari introducendo il terzo mondo in un altro modo, evitando così di incappare nel paradosso.

Ma al di là di speculazioni e congetture, Dark rimane una delle serie tv più coinvolgenti di sempre: non è un caso che chi scrive abbia superato abbondantemente i 2000 caratteri e ancora vorrebbe scriverne. Anche se avesse già scritto questo mattone innumerevoli volte e fosse condannato dal tempo a scriverlo innumerevoli altre, ne sarebbe felice.

Il finale della terza stagione di Dark ha sicuramente messo un punto definitivo, ma lo ha lasciato fuori dal cerchio perfetto.

Leggi anche: Dark – Il Nodo inscindibile

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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