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The Truman Show e la caverna di Platone

Orientandosi sul sottile e fragile filo che collega l’illusione alla realtà, The Truman Show (1998) racconta una storia di vita particolarmente drammatica. Truman è il protagonista di una narrazione esibita in tutto il mondo, un reality montato in funzione della sua quotidianità.

A rendere lo show drammatico, tuttavia, è il fatto che tutte le percezioni che arrivano a Truman sono artifici: come le ombre del celebre mito platonico, il mondo che circonda il protagonista è composto solo ed esclusivamente da finzioni, apparenze tranquille che nascondono verità molto meno affascinanti.

Seaheaven è solo un enorme set televisivo travestito da Eden, un ideale e apparente paradiso dove Truman può continuare, giorno dopo giorno, a coltivare il suo illusorio senso di continuità esistenziale in questo greco simbolismo riattualizzato.

La chiave di volta dell’intero film di Weir sta nell’inquietudine che affligge la narrazione tutta: perturbante è il graduale senso di estraneità e sospetto che Truman coltiva, rendendosi conto via via sempre di più che quello che sta vivendo è solo un enorme, offensivo scherzo.

«Non sono gli occhi a vedere, ma noi a vedere attraverso gli occhi».

(Platone, “Repubblica VII”)

Il messaggio che The Truman Show invia allo spettatore sembra essere qualcosa di molto simile a questo messaggio filosofico, storico e antico, ma anche magicamente attuale. In apertura del settimo libro della Repubblica, il filosofo greco sembra anticipare il messaggio del film.

The Truman Show: apparire ed essere

Il rapporto indissolubile tra la caverna di Platone e il film di Peter Weir: perché The Truman Show è così importante?
The Truman Show

Christof: «Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice».

Il mare, allegorico confine che separa la realtà visibile da quella invisibile, e quindi insondabile, diventa il limite che separa Truman dalla verità, da quella platonica contemplazione di un reale crudo e autentico.

In principio, la strana caverna artificiale in cui vive non proietta ombre, ma vivide e accecanti luci; i riflettori investono quel palcoscenico che è la sua finta vera vita come un grottesco teatro della mente proiettato al di là dell’intimità della coscienza.

Le impressioni che il protagonista riceve dal mondo esterno diventano sensazioni e percezioni così comode, affidabili e certe che dubitarne sarebbe più una sofferenza che altro; eppure l’umana angoscia, il malessere che affligge questi fallaci esseri senzienti prima o poi insidia anche Truman, che in queste certezze non trova più comodità alcuna, proprio come il filosofo di Platone, che pian piano inizia a liberarsi dalle catene che lo tengono al sicuro nella sua caverna.

Quando la frattura tra apparenza e realtà fa intrusione nell’esistenza di Truman, il dolore è la prima emozione che egli conosce: lo stesso, pare, capitò a quel prigioniero che venne liberato dalle catene nella caverna di Platone, quando per la prima volta fu costretto a fissare non le ombre, ma la luce del sole.

A questo punto un bivio si presenta sia al filosofo che a Truman: tornare comodamente nella sicura gnosis (= conoscenza) offerta dalle ombre, oppure esplorare quell’ignota luce, avventurandosi laddove qualcosa di pericolosamente seducente si cela?

The Truman Show: la curiosità ovvero la fede nell’ignoto

Il rapporto indissolubile tra la caverna di Platone e il film di Peter Weir: perché The Truman Show è così importante?
The Truman Show

Graduale e sofferto, il passaggio dal disagio alla curiosità porta Truman lentamente a sollevare il capo e a rivolgere lo sguardo al cielo sopra di lui piuttosto che all’apparente perfezione del mondo che lo circonda.

Come il celebre prigioniero platonico, solo attraverso il tempo Truman riuscirebbe a superare l’irritazione di essere stato ingannato da qualcuno, e per giunta senza una ragione apparente.

In questo caso specifico, la poesia si compie solo quando una serie di avvenimenti critici portano il protagonista a scoprire che la sua vita è oggetto di una manipolazione iniziata il giorno della sua nascita.

Nella vita di Truman, apparenza e realtà sono state sempre costantemente intrecciate, ora il compito della sua poetica ricerca (che è prima di tutto una ricerca dell’Io che si afferma) sta nella minuziosa distinzione tra questi due piani, così rischiosamente confondibili.

Da questo punto in poi, la narrazione diventa la spasmodica ricerca di una fuga che permetterebbe alla cavia Truman di liberarsi da questa perversa trappola, così come il prigioniero della caverna prova a cambiare le sue prospettive sul mondo, elevandosi lentamente fino alla contemplazione dell’idea di ciò che è bene.

«…alla dimora della prigione, e la luce del fuoco che vi è dentro al potere del sole. Se poi tu consideri che l’ascesa e la contemplazione del mondo superiore equivalgono all’elevazione dell’anima al mondo intelligibile, non concluderai molto diversamente da me […]. Nel mondo conoscibile, punto estremo e difficile a vedere è l’idea del bene; ma quando la si è veduta, la ragione ci porta a ritenerla per chiunque la causa di tutto ciò che è retto e bello, e nel mondo visibile essa genera la luce e il sovrano della luce, nell’intelligibile largisce essa stessa, da sovrana, verità e intelletto».

(Platone, “Repubblica VII”)

The Truman Show

Il parossismo che la sua vita diventa non si districa immediatamente, d’altronde anche al prigioniero della caverna gli occhi si sono rovinati a furia di contemplare la verità.

Per tale ragione, Truman rilegge il proprio passato cercando il senso del suo futuro, a partire dalla ragazza di cui si innamora, Lauren, allontanata dal set con la scusa di un viaggio alle Figi, che per il protagonista diventano subito un’idea alquanto allettante.

I viaggi in barca con il padre sono lo stimolo definitivo, il quid che a Truman mancava per accedere alla consapevolezza piena che ciò che sta vivendo è solo una copia sensibile della realtà autentica, di quella idea di ciò che è bene, luminosa e accecante.

Ed ecco che proprio in barca questa luce Truman inizia a cercarla, dapprima a tentoni, poi in maniera sempre più convinta, come il navigatore esperto che si orienta nella tempesta.

Di fronte alla curiosità di Truman, il regista Christof prova a salvaguardare l’integrità del suo show riportando il prigioniero nella caverna, seducendolo con l’idea che la comodità sicura delle ombre sia più attraente di un’ignota luce vera, ma insondabile.

L’Essere è lo scopo ultimo della navigazione di Truman, e l’Essere lui trova, e con esso l’Amore, la Verità, il Sé. Tutte queste trascendentali dimensioni le saluta, esattamente come con un saluto dà il benservito a quelle copie che Christof aveva così minuziosamente proiettato sul muro di Seaheaven per lui.

Truman: «Casomai non vi rivedessi… buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!».

Leggi anche: Il finale di Eternal Sunshine of the Spotless Mind – Perché quel dialogo?

Gianluca Colella
Ho 25 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa della Settima. Un po' la Forza di Star Wars.

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