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Bif&st 2020: Sympathy for the Devil – Un po’ di rumore in tanto silenzio

Sympathy for the Devil è la prima vera opera del giovane regista canadese Guillaume de Fontenay, il quale ci regala una pellicola ispirata ai report giornalistici e agli omonimi romanzi del protagonista Paul Marchand, un reporter di guerra che, a suo modo, è riuscito a fare la storia della sua categoria. Grazie al Bif&st 2020 siamo riusciti a godere di questo crudo racconto di guerra: prima di inoltrarvici, è tuttavia opportuno fornire un breve resoconto del contesto storico.

«We’re fools to make war

On our brothers in arms»

(Dire Straits, “Brothers in arms”)

sympathy for the devil

Siamo nel 1992, durante l’assedio di Sarajevo: gli schieramenti in campo vedevano da un lato la Bosnia ed Erzegovina, sostenuta dalla NATO, e dall’altro le forze armate serbe della JNA e la nuova Repubblica Serba. Il 2 maggio 1992 Sarajevo fu completamente isolata dalle forze serbo-bosniache. Le principali strade che conducevano in città vennero bloccate, così come anche i rifornimenti di viveri e di medicine. I servizi come l’acqua, l’elettricità e il riscaldamento furono tagliati. Solo poche organizzazioni umanitarie riuscirono a organizzare qualche servizio per fornire generi di prima necessità ai cittadini assediati. Sebbene inferiori di numero ai difensori bosniaci nella città, i soldati serbi intorno a Sarajevo erano meglio armati.

Nella seconda metà del 1992 e nella prima metà del 1993 (che è esattamente il periodo mostrato in Sympathy for the Devil) l’assedio raggiunse il suo apice per la violenza dei combattimenti. Si commisero gravi atrocità, con i bombardamenti di artiglieria che continuavano a colpire i difensori. Gran parte delle principali posizioni militari e le riserve d’armi all’interno della città erano sotto il controllo dei serbi, che impedivano i rifornimenti ai difensori.

I serbi erano ovunque in città e il grido “Pazite, Snajper!” (attenzione, cecchino!) divenne molto comune: addirittura una strada prese il nome di Viale dei Cecchini. Per aiutare la popolazione assediata, l’aeroporto di Sarajevo aprì agli aerei delle Nazioni Unite alla fine del giugno 1992. La sopravvivenza della città da allora dipese in larga parte proprio dai rifornimenti ONU.

In Sympathy for the Devil seguiamo questo atroce scenario dal punto di vista di un giornalista, Paul Marchand, inviato francese in loco. Il giovane reporter presenta una corazza fatta di sarcasmo e apparente cinismo (nei primi frangenti del film lo vediamo parlare con sufficienza del numero di morti giornalieri) che in realtà nasconde il cosiddetto presupposto silenzioso che lo riguarda: non è solo la professionalità ad averlo portato lì, ma una grande sensibilità.

Il suo essere inviso e scontroso con tutti (colleghi e non) via via lascia il posto, nel corso del film, ad atti che lo qualificano come un vero amante dell’altro e, nel suo piccolo, come un eroe.

sympathy for the devil

La doppia linea che Sympathy for the Devil segue (da un lato gli eventi della guerra, e dall’altro il punto di vista dei giornalisti) trova dei punti d’incontro e delle soste di mai scontata tenerezza: la relazione che Paul inizia con la traduttrice Boba è una vera e propria oasi sospensiva dell’orrore circostante. Tuttavia, tale orrore non rimane alla finestra, non rispetta i momenti di cui ogni essere umano ha bisogno per sopravvivere in una situazione come quella della guerra: entra, invece, nelle mura domestiche, nei panni di un proiettile che distrugge il cranio di un piccolo bambino di tre anni, nipotino di Boba.

La forza devastante del film è manifestata anche attraverso la frustrazione dei protagonisti: Paul si trova spesso a sfogarsi con i suoi colleghi che chiedono, ad esempio, in sede di montaggio di alzare il volume degli spari. «Non è abbastanza forte?!», reagisce Paul inferocito.

Il tema dell’etica giornalistica, infatti, attraversa sibillino le conversazioni dei protagonisti anche nei momenti di svago (come una partita a poker), portando però tutti, alla fine, di fronte alla consapevolezza che la morte è molto, troppo, più vicina di quello che si può sperare.

«Dobbiamo parlare di loro, non di noi!» è la rabbiosa frase pronunciata con commovente forza dal protagonista Marchand, che del suo ruolo in quella guerra ha capito probabilmente tutto: dire sempre la verità, anche se cruda, perché il mondo non ascolterà se non gli si grida addosso. La sua filosofia è perfettamente racchiusa, inoltre, nella frase scritta sulla sua Ford Sierra: “Don’t shoot me. I’m immortal“, emblema di una strafottenza tanto pericolosa quanto necessaria.

sympathy for the devil

Sympathy for the Devil, come ci ricorda la canzone finale dei Dire Straits Brothers in Arms, ci mostra dunque quanto «stupidi siamo a fare la guerra», a fare quello che Marchand chiama «un po’ di rumore in tanto silenzio»:

«There’s so many different worlds
So many different suns
And we have just one world
But we live in different ones».

(Dire Straits, “Brothers in arms”)

Leggi anche: Bif&st 2020 – Free Country, c’è del marcio in Germania Est

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