Home (Non) è un paese per Festival Bif&st 2020 | Mario Monicelli, il padre della Commedia all'italiana

Bif&st 2020 | Mario Monicelli, il padre della Commedia all’italiana

Insieme al centesimo compleanno di Federico Fellini, ricorso in un febbraio lontano e inconsapevole di ciò che la primavera avrebbe portato, segna questo strano 2020 il decimo anniversario della morte di Mario Monicelli, altro gigante imprescindibile di quel cinema italiano, indelebile, seppur anno dopo anno sempre più sbiadito. E lo ricorda il Bif&st di Bari, in una rassegna lunga otto giorni che ripropone i titoli più importanti del padre della Commedia all’italiana, da quel segnante 1950 fino agli anni 2000.

In questo spazio, brevemente e senza pretese, proveremo a farne una panoramica, ringraziando il Bif&st per aver permesso a molti dei film segnanti la storia del nostro (e non solo) cinema d’esser proiettati in sala.

Dal costume collettivo alla maschera individuale

Sarebbe tuttavia errato pensare che Monicelli sia entrato in scena con già in mano gli strumenti della commedia moderna: il suo è un percorso che parte da più lontano, che attraversa il delicato passaggio dal realismo del dopoguerra alla nuova farsa popolaresca degli anni cinquanta. E inizialmente è proprio in quei luoghi che scorgiamo le prime forme di satira monicelliana, nelle commedie al servizio di Totò e nelle produzioni che poggiano sul volto riconoscibile di Aldo Fabrizi. L’arco della sua carriera riproposto dal Bif&st inizia di fatto con È arrivato il cavaliere e Vita da cani, entrambi del 1950, per poi sbarcare negli anni sessanta passando per Un eroe dei nostri tempi del 1955 e l’iconico I soliti ignoti del 1958.

Siamo negli anni del declino del decantato neorealismo che assume quelle tinte rosa tanto malviste da buona parte della critica d’allora. Castellani prima e Comencini poi traspongono stili e stilemi dei registi del dopoguerra in ambientazioni edulcorate, piene di una pulsante gioventù che prende il posto dei vagabondi reietti erranti tra le macerie di Rossellini.

Con Vita da cani e Un eroe dei nostri tempi, Monicelli compie un esperimento al confine della commedia di costume – che in quegli anni tornava con prepotenza -, ponendo l’accento sull’inadeguatezza (tema che rimarrà fondante della sua poetica fino agli anni settanta) di protagonisti inadatti a sottostare alle regole della nascente società italiana, vuoi per indole, immaturità o contesto dal quale provengono.

Vita da cani

Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, protagonisti di questi due film, respingono in modi diversi le regole dell’adattamento che la società vorrebbe loro imporre, ovvero la ricerca di lavoro, matrimonio e stabilità. Il primo (Nino Martoni) è un “guitto” che vive viaggiando da una parte all’altra dell’Italia con una compagnia teatrale a dire il vero piuttosto improbabile, costretto a continui sotterfugi per dribblare conti d’alberghi e commissari di polizia. Vive al limite, reclutando giovani ragazze in difficoltà per farle ballare e cantare in mediocri spettacolini e rifiutando ogni tipo di sedentarietà nonostante l’età avanzata (al contrario dei film di Risi, Castellani o Emmer, la giovinezza non appartiene ai protagonisti di Monicelli).

Nino Martoni: «Eh figliola mia, questa è una vita da cani altroché. Te venga mai in mente di fa l’artista sa. A Milano c’è un cugino mio che c’ha una drogheria, sai quante volte m’ha scritto? “Vieni con me, lascia perdere”… mah. A me l’odore della naftalina mi dà fastidio».

Lo stesso destino, seppur con diverse premesse, appartiene all’eterno vitellone Alberto Sordi, eroe dei suoi tempi come lo stesso titolo suggerisce. Un uomo in forma d’infante, o un infante in forma d’uomo, dipendente dalla vecchia zia, voglioso di vita, ma solo a parole, zerbino col direttore dell’ufficio in cui lavora e sbruffone con colleghi ai quali decanta virtù e imprese di fatto inesistenti. E soprattutto ansioso e terrorizzato dal mondo, destinato alla sola via d’uscita del reclutamento militare al quale Monicelli affida la sua unica possibile occasione di svoltare.

Scorre un fil rouge che collega i personaggi del fu regista romano, accomunati dallo stesso imbarazzo, la stessa testardaggine e conseguentemente lo stesso rifiuto, o respingimento, dei preconcetti collettivi della nuova Italia; e li ritroveremo tutti insieme in quella che forse è la pietra fondante della commedia di Monicelli, ovvero I soliti ignoti del 1958.

Omaggio a Monicelli in occasione del decimo anniversario della sua morte: riproposti in rassegna al Bifest 2020 i suoi titoli più importanti
I soliti ignoti

L’epica del ridicolo

Tanto si è detto del film che ha ispirato un nuovo modo di raccontare la criminalità organizzata – o disorganizzata – nelle peripezie di un gruppo di tricksters che tentano la strada delle rapine, più che per vocazione, per pigrizia e illusione di poter diventare ricchi in poco tempo e con poco sforzo, magistrale metafora della visione di un’intera generazione.
Strisciano goffamente tra le pieghe del tessuto sociale, guidati dallo sguardo arrogante di Vittorio Gassman e quello condiscendente di Marcello Mastroianni, maschere buffe e inadeguate che nella lotta con le leggi superiori hanno puntualmente la peggio, sicché imprese e ambizioni di successo sfociano irrimediabilmente in un ridicolo che sfiora il grottesco – come nell’emblematica immagine del piatto di ceci alla fine del film.

I soliti ignoti segna il passaggio dalla commedia italiana alla Commedia all’italiana – per citare Giancarlo Beltrame -, oltre a rappresentare il primo approccio di Monicelli a quello che sarà uno dei grandi temi dei precursori del filone: il conflitto che intercorre tra l’individuo colto nella sua dimensione singolare, comune e irrilevante, e l’immensità quasi epica degli avvenimenti storici abbraccianti la collettività.

Se ne I soliti ignoti i protagonisti si limitano a sfidare, oltre che la legge, il decoro e il pensiero comune di un paese alle soglie del sogno italiano del boom economico, negli anni ’60 Monicelli firma La grande guerra (a dire il vero prodotto nel 1959), I compagni e L’armata Brancaleone. Film nei quali i protagonisti del quotidiano entrano in tensione con contesti tremendamente più grandi di loro, svelando, nuovamente, la loro inadempienza nei confronti dei debiti morali ed etici che tali contesti impongono loro. Fino a che vigliaccheria e codardia non soccombano al peso di un destino inesorabilmente sovrastante.

Omaggio a Monicelli in occasione del decimo anniversario della sua morte: riproposti in rassegna al Bifest 2020 i suoi titoli più importanti
La grande guerra

La grande guerra, insieme a Tutti a casa di Comencini, è probabilmente una delle poche commedie all’italiana che si avvicina al colossal, per come la ricostruzione del contesto bellico inglobi la narrazione. È un porre in perfetta antitesi la natura del tutto non eroica e non particolare dei due protagonisti, Gassman e Sordi, e l’immaginario pomposo e retorico che i film di guerra italiani hanno fino allora alimentato, da Blasetti al primo Rossellini.

I due protagonisti non possono compiersi in alcun modo in quanto soggetti attivi, uomini consapevoli e capaci di prendere in mano il proprio destino: si tratta di fatto di individui imperfetti, elementi che attraverso il loro goffo auto-soggettivarsi sporcano il quadro collettivo dell’esercito italiano in missione per una causa collettiva, venendone conseguentemente espulsi. Al rigettare la massa corrisponde dunque il venir risputati dall’insieme stesso, simil destino nel quale incorre Mastroianni ne I compagni, in questo caso non durante la guerra, ma nel pieno dei movimenti operai.

Non a caso i film di Monicelli selezionati dal Bif&st seguono questo filone tematico – unica eccezione Risate di gioia con Totò e Anna Magnani, del 1960.

Giusta conclusione è L’armata Brancaleone del 1966, nel quale lo scenario anche visivamente epico e cavalleresco assume i contorni di una mascherata quasi circense, guidata dal volto di un Vittorio Gassman all’apice della sua carriera. Con gli anni ’70, tuttavia, si ha un ritorno del regista in ambienti urbani segnati dal boom, nei quali i protagonisti cessano di scontrarsi con contesti incontrollabili per confrontarsi con la propria soggettività frammentata; tra i titoli proposti al festival di Bari ci focalizzeremo sugli imprescindibili e più significativi, ovvero Romanzo popolare, Amici miei e Un borghese piccolo piccolo.

Il tramonto di una generazione

Sono gli anni in cui la Commedia all’italiana intraprende un’inesorabile parabola discendente, e nei quali, con Monicelli, ma soprattutto con Ettore Scola, si tirano le somme di ciò che tal filone ha significato, cinematograficamente e socialmente parlando. Tra i sopracitati, l’unico film ancora pregno di questo tipo di ricerca è Romanzo popolare del 1974, che pone lo sguardo su un Ugo Tognazzi frustrato dalla duplicità del suo viver quotidiano: dal lato pubblico, operaio impegnato, simbolo della classe media milanese del tempo, dal lato privato, amante inadeguato di una giovane e bellissima donna, una Ornella Muti in gran spolvero.

Tognazzi richiama, nella sua interpretazione, quel Magnifico cornuto interpretato sotto la guida di Pietrangeli appena dieci anni prima, nel paranoico chiodo fisso che la giovane donna lo tradisca con un bello ed energico poliziotto (un giovanissimo Michele Placido), non a caso suo avversario nelle lotte politiche portate avanti coi compagni operai.

È evidente come la sconfitta, in questo caso sia politica che personale, sia preponderante in questa fase della carriera di Monicelli. Sconfitta intesa a più livelli, che tocca tutta una serie di credenze e speranze di una generazione, abbattute dal tempo e dall’inadeguatezza dei loro portatori.

Omaggio a Monicelli in occasione del decimo anniversario della sua morte: riproposti in rassegna al Bifest 2020 i suoi titoli più importanti
Amici miei

Sembra un preludio a quello che è il film cardine di questa presa di coscienza del regista, Amici miei del 1975. Un testamento, un affresco che riunisce in unico film tutti quei volti (Ugo Tognazzi in testa) che la Commedia all’italiana ha in mille salse raccontato: cinque uomini di mezza età che passano il tempo a compiere le burle più fantasiose e infantili, con l’unica prerogativa di non prender mai la vita sul serio.

Un affresco segnato da una malinconia feroce, che nasconde sotto il riso la deflagrazione e la brandellizzazione di un intero costume sociale, di un’immensa serie di concezioni e convenzioni spappolatesi sotto i colpi di malesseri, deformanti ossessioni, grottesche inclinazioni. In questo senso, l’ultima scena del film, quella del funerale del Perozzi (Philippe Noiret), non potrebbe essere più iconica, con i quattro amici restanti che scoppiano in un riso quasi isterico dissimulandolo in un pianto mascherato.

Giorgio Perozzi: «Però è stata una bella giornata. Bella, libera… stupida. Come quando s’era ragazzi. Chissà quando ne ricapiterà un’altra».

Naturale prosecuzione è la tragicità priva di qualunque vena comica di Un borghese piccolo piccolo, che recupera il volto di Alberto Sordi e lo getta tra le ipocrisie di quella piccola borghesia suggerita dal titolo. Un uomo alle soglie della disperazione, privo di un’identità, che dopo aver assistito in prima persona all’omicidio del figlio – al quale per un trentennio si era interamente dedicato – rimane solo, perso, in pasto a un mondo privo di modelli o punti di riferimento, nel quale la forza del soggetto è regnante e i deboli vengono schiacciati, annullati.

Sipario

Gli anni ottanta, terra di mezzo di un cinema italiano in pieno periodo di transizione, vengono ricordati dal Bif&st con Il marchese del grillo e Speriamo che sia femmina, il primo celebrante con vena innocua e nostalgica il lato che popolarmente ha più inciso della commedia, ovvero lo scherzo, il riso nella sua forma genuina, senza troppi scervellamenti alla base. Monicelli non poteva che affidare il ruolo del nobile giocherellone al volto di Alberto Sordi, che forse strizza velatamente l’occhio al vent’anni precedente Brancaleone da Norcia.

Fino all’approdo negli anni novanta e duemila, con quel Parenti serpenti che a suo modo segna un ritorno del regista alla satira di costume – stavolta tra i confini di un microcosmo familiare riunitosi per Natale – e Le rose del deserto del 2006, che racconta – guarda caso – l’inadeguatezza e l’imbranataggine di un gruppo di militari, con Michele Placido, Alessandro Haber e Giorgio Pasotti che prendono idealmente il posto dei vari Gassman, Sordi e Tognazzi.

Parenti serpenti

In definitiva, l’enorme portata del lavoro di Monicelli ha segnato un intero periodo storico, con al fianco, tra gli altri, gli egualmente rilevanti Risi, Comencini, Pietrangeli, Germi, Salce. Una generazione di registi forse irripetibile nel loro convergere gli sguardi verso un testimoniare comune, ognuno con la propria poetica e il proprio stile. Un filone, la Commedia all’italiana, imprescindibile, dal valore di documento storico e sociale. E forse troppo spesso sottovalutato.

Leggi anche: Commedia italiana – Luoghi e tempi di racconto delle maschere

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

David Cronenberg – Indagatore della Mente, profeta della Nuova Carne

Quando la mente erra per sentieri oscuri e inesplorati, anche il corpo ne risente. I tratti somatici del viso si irrigidiscono e la tensione...

Il Finale di The Departed – L’etica allo specchio

Molte esperienze di vita rendono l'uomo consapevole del fatto che i paradossi albergano nella sua anima. The Departed, film di Martin Scorsese del 2006, narra...

Call Me By Your Name e Damien Rice- It’s just that it’s Delicate

«We might kiss when we are alone When nobody's watching We might take it home We might make out when nobody's there It's not that we're scared It's just...

Aster, Eggers, Peele e la rinascita del cinema horror

Aster, Eggers, Peele e la rinascita del cinema horror Dopo un periodo in cui le pellicole horror di qualità in sala scarseggiavano, negli ultimi anni...