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Favolacce – Quando la verità è infantile

Favolacce – Quando la verità è infantile

C’era una volta un bambino vestito da uomo. Ogni giorno, nel giardino di casa che dava su una piccola strada, di tetto in tetto il bambino disegnava con lo sguardo i luoghi che avrebbe visitato. Sopra di lui un cielo azzurrissimo lasciava spazio a qualche bianca nuvoletta: non avrebbe piovuto, e se avesse piovuto sarebbe stato bello lo stesso. L’infanzia è una porta spalancata, se confrontata con l’età adulta, che solitamente è una porta sbarrata, una guizzante luce trasformatasi in un’oscena bocca storta.

Basta un attimo di distrazione ed eccolo che arriva: il torbido, il libidinoso, l’irrequieto senso di disperazione che travolge anche l’emozione più semplice. Di questo e di molto altro Favolacce è il racconto spietato. Se infatti è un film che sembra prometterci una storia normale, in realtà quest’ultima è di una normalità circolare: l’inizio è già la fine e la fine è appena l’inizio.

I volti adulti di Favolacce, secondo film dei fratelli D’Innocenzo, presentato in concorso al Festival di Berlino 2020, sono la gigantesca caricatura di una decadenza provinciale, non popolare, ma piccolo-borghese: l’Italietta, quella che Pasolini aveva già intuito sorgere, in Scritti corsari, dalle macerie del fascismo. Tuttavia, qualsiasi riferimento a personaggi realmente esistiti si direbbe essere del tutto casuale.

Bruno, Pietro, Amelio sono piuttosto le tracce, personificate, di un atteggiamento genitoriale – quello del padre che possiede il figlio che ha generato. Le madri, assenti (come nel caso del piccolo Geremia) o per lo più più appendici dei mariti, sembrano aspettare con ansia il crollo finale.

 Favolacce apre uno squarcio nuovo sul mondo degli adulti: un mondo grottesco e meschino dal quale emergono, come condanna, volti di bambini.
Bruno alla festa di Viola, “Favolacce”, (2020)

La nevrosi di Bruno è acerba, sconosciuta persino allo spettatore: essa irrompe con violenza di fronte alla domanda di un bambino: «tu e la mamma state bene?». È il figlio Dennis che chiede, con il garbo di chi crede di sbagliare, se effettivamente quel mondo roseo non sia in realtà mostruosamente diverso. E, a una sensazione da infante, Bruno risponde con una violenza più che simbolica, fisica, spropositata per chi guarda. Una violenza adulta che non lascia spazio all’interpretazione. Ma è questo il prezzo da pagare per aver distorto la dolce novella con allusioni azzardate.

Uno scenario inquietante: quello della favola senza morale. Una favolaccia, appunto, o una “storia sbagliata”, ma molto lontana dalla poeticità di Faber, lontana anche da quella tenerezza drammatica che certe periferie del nostro paese sanno trattenere in faccia alla tristezza. Favolacce è veramente una storia triste, perché non vibra di difficoltà concrete, ma di vergogne senza origine. Vi è un narratore, una voce fuori campo: forse l’eco di una mente in rivolta? No. Il tono è quello di chi legge qualcosa che in parte non ha scritto nessuno.

È la voce di un adulto che legge un bambino, e che per questo suona stridente, cacofonica e bugiarda (la menzogna, che solitamente è utilizzata dai bambini per nascondersi dai rimproveri dei grandi, pullula invece nel mondo dei genitori).

 Favolacce apre uno squarcio nuovo sul mondo degli adulti: un mondo grottesco e meschino dal quale emergono, come condanna, volti di bambini.
Geremia e Viola, “Favolacce”, (2020)

Ma che ruolo ha, nel grottesco paesaggio di Favolacce, la calligrafia acerba e sognante di una bambina? Un ruolo che prelude, negativamente, a un rifiuto: rifiutarsi, costi quel che costi, di appartenere per forza a una vita combinata e scritta bene; rifiutarsi di maturare dietro uno spazio costretto e obbligato, o di diventare poveri diavoli in corpi piacenti e profumati. Certo è che anche questo rifiuto non è programmato, non è pienamente consapevole. Tra le vene aperte di un universo in rovina l’unico punto di sutura che ricuce le ferite ancora fresche sono i pochi momenti, indimenticabili, che legano tra loro i volti bambini di Favolacce. 

Dennis, Alessia, Viola, Geremia, e nel mezzo, immobile tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, Vilma. 

Vilma è l’unica figura amorfa del racconto, perché posta tra due estremi separati: non ancora adulta e non più bambina, la sua corporeità squarcia fin da subito il contegno dei quadretti familiari (fondamentale è la scena che le riprende il fondoschiena in movimento), ma al contempo dona realtà e autenticità ai rapporti tra le cose (Vilma è, nella sua mancanza di pudore, libera dalle menzogne degli altri). E i rapporti tra le cose sono tragici, si concludono in maniera innaturale, per tutti.

 Favolacce apre uno squarcio nuovo sul mondo degli adulti: un mondo grottesco e meschino dal quale emergono, come condanna, volti di bambini.
Dennis e Vilma, “Favolacce”, (2020)

La verità non può trovare posto in una favola – così come essa è scritta per i bambini – ma è sempre presente là dove un racconto falso vi si sovrappone, per persuaderla a essere meno meschina.

Per questo Favolacce mira dritto al cuore: la realtà è una pesante massa che non trova riposo in se stessa, ed è vile il bisogno dell’adulto di portarsela addosso più leggera. Che farsene, poi, dell’arrogante presunzione di essere al di sopra di tale realtà? I bambini di Favolacce, che hanno già visto prima di vedere, sentito prima di sentire, non sanno partecipare ai desolanti cedimenti dei padri né sanno essergli figli con consenso, complicità, approvazione.

Dennis, “Favolacce”, (2020)

Non sappiamo se davvero fu commesso l’atto estremo di Vilma, lanciatasi insieme al fidanzato e la piccola bimba neonata da un balcone di provincia. Non sappiamo se veramente quel suicidio collettivo, che travolge come l’ultimo e più ingeneroso dono i piccoli di Spinaceto, sia stato voluto e scelto. E non ci viene raccontato – come avviene nelle più riuscite tragedie – il coerente svolgimento dei fatti, interni o esterni, che motivarono il gesto dei volti bambini di FavolacceL’ennesimo caso di cronaca nera che distrugge una favola bianca trascinandola indietro, al suo punto di inizio. E trascinandoci indietro, con gli occhi spalancati e increduli, impariamo a vedere anche noi.

C’era una volta un bambino vestito da bambino. «Il giorno ha gli occhi di un fanciullo», scriveva Sandro Penna, e non può tradursi negli occhi oscurati dei grandi: forse perché le finestre dei bambini sono senza persiane, sono immuni alla luce solare, gentile, che entra indesiderata dalle fessure lasciate incustodite dagli adulti.

Leggi anche: Favolacce – La realtà è una fiaba oscura

Sara Provenzano
"La semplice poesia forse discende, distratta come cala al viaggiatore, entro l'arida folla di un convoglio, la mano sulla spalla di un ragazzo" - Sandro Penna

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