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I’m Thinking of Ending Things – Un viaggio nell’indefinito

In uno dei tanti monologhi interiori di I’m Thinking of Ending Things (2020), la protagonista arriva a una semplice conclusione: gli animali vivono nel presente, mentre gli esseri umani non possono, perciò si sono inventati la speranza. È intorno a questa innata capacità, nel senso più ampio possibile, che si snoda il nuovo meraviglioso film di Charlie Kaufman, ossia quella di vivere sia nel passato che nell’infinito spettro delle possibilità, quella di popolare la nostra mente di interrogativi, di universi paralleli, di persone, di ricordi, di infinite e dispersive inferenze.

La vastissima psiche umana fa sì che ciò che sta alle nostre spalle prema costantemente sulle scelte quotidiane, al contempo influenzate dalla qualità unicamente umana di prefigurarsi scenari futuri. Così Lucy (o Louise, detta anche Lucia), si trova intrappolata tra un forte esistenzialismo e una sorta di metis. La sua capacità di essere nella presenza si affievolisce, immedesimandosi quindi in ciò che non è.

I’m Thinking of Ending Things, Charlie Kaufman (2020)

L’opera è un adattamento dell’omonimo romanzo di Iain Reid, consistente in una trama di una semplicità unica. La protagonista, laureata in fisica, ma appassionata di poesia e pittura, viaggia con il suo compagno di sei settimane, Jake, per andare a conoscere i suoi genitori. Se durante il percorso in auto l’atmosfera è sospesa tra inquietudine, imbarazzo e malinconia, ciò che avviene (o non avviene) durante il soggiorno si tinge di toni grevi e spiccatamente surreali.

Al di là degli spoiler, quasi indescrivibili per un film simile, risulta difficile raccontare qualcosa di definitivo su I’m Thinking of Ending Things. Kaufman, infatti, sceglie di seguire una strada marcatamente autoriale, dove il cinema si fa foriero di una serie di riflessioni che vanno ben oltre la trama stessa. Il film, quindi, diventa quasi esclusivamente un’esperienza.

Tuttavia, al contrario della tendenza degli ultimi anni, in cui la sinossi viene scavalcata dal bagno visivo e sonoro, l’esperienza che offre Kaufman è soprattutto cognitiva, grazie a una comunicazione vaga ed ellittica assimilabile a quelle di pietre miliari sci-fi come 2001: Odissea nello Spazio e Stalker. L’originalità del film sta nell’ancorare questo tipo di retorica a un’espressività surrealista in linea con l’horror d’autore contemporaneo.

Ne risulta un film unico, che gioca sulla suggestione, sull’universalità di certe emozioni che paiono specifiche, sulla rappresentazione artificiosa della genuinità delle persone. Allo stesso tempo vengono toccati ampi temi sociali come l’influenza invisibile esercitata dai media, l’instabilità psicologico-emotiva e l’incerta condizione dei giovani adulti in quest’epoca.

Kaufman raccoglie quindi alcuni capisaldi della sua narrativa e li spinge al livello massimo, nella sua opera più strutturata ed enigmatica, insieme a Synecdoche, New York (2008). Tuttavia, l’autore newyorchese non rinuncia alla sua fulminante ironia, tra impossibili omaggi metacinematografici e precisazioni sul sistema ferroviario fascista.

Iniziamo a familiarizzare con I'm Thinking of Ending Things, l'ultimo splendido ed enigmatico gioiello firmato dal genio di Charlie Kaufman.
I’m Thinking of Ending Things, Charlie Kaufman (2020)

C’è una scelta particolare in I’m Thinking of Ending Things che resta più impressa di tutte: ambientare un’ora abbondante di film all’interno dell’auto di Jake, tra il viaggio d’andata e di ritorno.

In queste lunghe scene la neve funge da terza protagonista; il susseguirsi di inquadrature interne ed esterne all’abitacolo ci fanno passare da momenti in cui le espressioni e le voci dei protagonisti sono chiare, ad altri in cui i dialoghi hanno un suono ovattato e i visi dei due ragazzi sembrano solcati dalla velocità dei fiocchi che si muovono nella notte.

I loro argomenti apparentemente spaziano in ogni direzione, ma di fatto si gira sempre intorno all’arte: da David Foster Wallace ai musical, fino ad arrivare a Una Moglie (1974) di John Cassavetes. I dialoghi sono pensati in modo che Lucy e Jake esprimano dei punti di vista assolutamente personali e spesso discordanti. Sembra allora che Kaufman riversi nella sceneggiatura una miriade di pareri opposti, imbastendo dei lunghi dibattiti con se stesso, senza soluzione di continuità.

Nonostante la perfezione dei dialoghi, sono i monologhi interiori a farci capire la profondità di I’m Thinking of Ending Things, frase che la protagonista continua a ripetere a se stessa e che ci fa interrogare su cosa voglia farla finita: se sulla sua relazione, la sua vita, o chissà cos’altro. L’interpretazione di Jessie Buckley è fenomenale, e Jesse Plemons è perfetto come suo partner. Toni Collette e David Thewlis impreziosiscono l’opera caratterizzando i genitori di Jake in modo davvero particolare.

Iniziamo a familiarizzare con I'm Thinking of Ending Things, l'ultimo splendido ed enigmatico gioiello firmato dal genio di Charlie Kaufman.
I’m Thinking of Ending Things, Charlie Kaufman, 2020.

Charlie Kaufman è tornato, questo è ciò che conta di più. Era ormai uscito dai radar, per qualche strano motivo sembrava che quella macelleria ad alto prezzo che è Hollywood lo avesse inghiottito e poi dimenticato. Invece, non solo ha dimostrato di aver conservato la sua brillantezza, ma ha anche confermato di essere ancora tra i migliori sceneggiatori americani di questo secolo.

Il suo modo di concepire e rappresentare la trama è innovativo, forse addirittura avanguardista: non solo mira a costruire un adattamento fortemente personale, ma pone delle basi per delle nuove modalità di narrazione che vanno oltre il mero sbalzo tra ciò che è reale e ciò che non lo è, giocando in maniera deliziosa coi punti di vista e lasciando la storia tra le mani di una narratrice tanto appassionante quanto inaffidabile. Infine, Kaufman evita di far filtrare una morale solida, condivisa e universale.

Il lato tecnico-visivo aderisce perfettamente all’impresa. Infatti, Kaufman sfodera la sua miglior prestazione alla regia, scegliendo delle inquadrature molto ricercate, connesse da movimenti di macchina ambiziosi e spesso spiazzanti. Il rapporto d’immagine in 4:3 e il montaggio tutt’altro che invisibile di Robert Frazen completano un film che anziché chiudersi dentro spiegazioni perentorie si apre sempre di più, oscillando perennemente tra realtà, irrealtà e possibilità, tra suggestione e incertezza. 

Non può esserci un’interpretazione certa e definita di I’m Thinking of Ending Things. In lunghi frangenti sembra quasi inutile interrogarsi su quali siano le mosse interpretative da intraprendere perché ci si perde nel viaggio, nell’efficacia dei singoli eventi, che creano una grande impalcatura di senso e insieme ne producono, anche se slegati dagli altri. Ed è proprio questo a renderlo un’esperienza straordinaria.

Leggi anche: Il finale di Eternal Sunshine of the Spotless Mind – Perché quel dialogo?

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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