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Come Ingmar Bergman ha cambiato il cinema

Anni fa, Woody Allen definì Ingmar Bergman il più importante artista cinematografico dall’invenzione della macchina da presa. Pochi autori sono stati capaci di studiare l’animo umano come Bergman. L’impatto del regista svedese sulla settima arte è difficile da quantificare. Parliamo infatti di uno dei rari casi di registi in grado di coniugare alla perfezione sostanza e forma, creando numerosi capolavori, capaci di consacrarlo come una delle figure più importanti della storia della cinematografia mondiale.

Nelle pellicole di Bergman risulta evidente la sua doppia natura di regista e drammaturgo. Le sue sceneggiature sono infatti curate fino al minimo dettaglio, riuscendo a trattare temi profondi ed esaltando il talento dei suoi attori-feticci, tra i quali possiamo annoverare Max Von Sydow, Liv Ullman, Bibi Andersson, Gunnar Bjornstrand. Allo stesso tempo il regista svedese ha realizzato delle inquadrature tra le più memorabili della storia della settima arte. Particolarmente celebre è infatti il sapiente uso dei primi piani, che tantissimi dopo di lui hanno provato a ricreare.

Tra gli innumerevoli autori che si sono ispirati a Bergman, oltre allo stesso Allen, possiamo citare autori fondamentali come Martin Scorsese e David Lynch. La sua influenza si può però notare anche in registi più recenti come Noah Baumbach o due volti nuovi del cinema horror americano, come Robert Eggers e Ari Aster.

Il settimo sigillo è il film che ha lanciato Bergman in campo internazionale. L’uscita del film è del lontano 1957, anno in cui il regista svedese ha regalato al mondo anche un altro capolavoro, Il posto delle fragole. Per comprendere l’importanza storica de Il settimo sigillo è necessario prima di tutto rendersi conto del suo gigantesco impatto culturale. Si tratta di uno delle prime pellicole arthouse europee ad avere un grande successo di pubblico in America: Bergman con questo film mostra al mondo come sia possibile fare film dalla grande profondità tematica evitando di riservarli ad una nicchia ristretta di persone.

Per consacrare Il settimo sigillo all’olimpo del cinema sarebbe sufficiente riflettere sull’iconicità della personificazione della morte presente in questo film. Tantissime sono state infatti nel corso dei decenni le parodie e le imitazioni dell’immagine della morte che gioca a scacchi. Quella del cavaliere che sfida a scacchi la morte per guadagnare tempo è del resto una metafora dalla disarmante semplicità, ma allo stesso tempo potentissima.

Ma Il settimo sigillo è anche molto altro. È un film sul rapporto dell’uomo con il divino, tema molto caro a Bergman, a cui egli dedicherà diversi altri film. La riflessione che il film pone arriva in maniera perfetta allo spettatore, grazie all’universo che la sceneggiatura crea: non è solo il cavaliere interpetato da Max Von Sydow a incarnare questa tematica, ma sono tutti i personaggi che, in modi diversi, manifestano i vari rapporti che l’uomo può avere con Dio. C’è quindi il cavaliere tormentato, l’ateo convinto, la famiglia pura e dalla fede incrollabile. La grandezza del film risiede nella capacità di non prendere le parti di un unico personaggio. Il settimo sigillo permette allo spettatore di immedesimarsi in diversi momenti nei pensieri dei vari personaggi. Spettatore a cui viene lasciata piena possibilità di scelta su un tema che riguarda chiunque come il rapporto con il divino.

Dall’uscita de Il settimo sigillo, qualsiasi pellicola che ha affrontato questa tematica ha cercato di ricreare lo stesso effetto e si è dovuta rapportare con il capolavoro bergmaniano. Un film piuttosto recente che ha sicuramente cercato di creare questo tipo di sensazioni è certamente Silence di Martin Scorsese. Anche Silence infatti affronta il tema del silenzio di Dio, delineando dei protagonisti che si rapportano con esso in maniere radicalmente diverse. La differenza sostanziale è nella minaccia, che nel film di Scorsese non è naturale come la peste, ma è l’ostilità di una cultura diversa. Non si può però non notare come i missionari interpretati da Andrew Garfield, Adam Driver e Liam Neeson rappresentino, come i personaggi de Il settimo sigillo, gli stessi modi con cui gli esseri umani scelgono di relazionarsi con un Dio che non risponde mai direttamente.

Si è visto come una delle particolarità del cinema di Bergman è il coraggio di affrontare temi esistenziali, precedentemente spesso assente nella settima arte. Allo stesso tempo, non si può dimenticare come nelle opere del maestro svedese la forma fosse fondamentale  quanto la sostanza. E sull’aspetto formale nessun altro suo film è stato influente quanto Persona del 1966. Uno degli elementi che caratterizzano le pellicole di Bergman è la capacità di esaltare l’espressività dei volti dei suoi attori attraverso i primi piani.

In Persona lo studio dei volti del regista svedese raggiunge il massimo livello. Nel film la fisionomia delle attrici protagoniste gioca un ruolo importante, come dimostra uno dei primissimi dialoghi del film in cui l’infermiera interpretata da Bibi Andersson descrive con grande precisione l’impressione che ha avuto dell’altra protagonista basandosi solamente su ciò che le è stato trasmesso dal suo volto. Ciò è inevitabile, considerando che l’attrice interpretata da Liv Ullman pronuncia pochissime parole nel corso dell’intero film.

La scena madre del film per quanto riguarda lo studio dei volti è però inserita nella seconda metà della pellicola. Bergman sceglie infatti di proporre per due volte in maniera integrale lo stesso identico monologo, pronunciato dall’infermiera, variando un solo elemento: la prima volta per l’intera durata di esso la telecamera inquadra il volto dell’ascoltatrice, la seconda volta invece l’attenzione si sposta sull’oratrice, con i personaggi che finiscono infine per fondersi. Questa scena riesce a rendere particolarmente evidente la natura sperimentale del film. La scelta infatti permette di mostrare nella loro integrità le emozioni espresse dai due personaggi, animati da stati d’animo del tutto diversi. Tanti sono i registi che hanno ricercato quella stessa espressività dei primi piani bergmaniani, in particolare quelli presenti in questo film. Un esempio su tutti è sicuramente Paul Thomas Anderson, con lavori e in questo senso un caso evidente è sicuramente rappresentato da The Master.

L’influenza di Persona è poi legata anche alla narrazione del tema del doppio. Il film è infatti incentrato sul rapporto tra le due protagoniste, che si ritrovano a vivere sotto lo stesso tetto forzatamente, con una relazione che si alterna tra l’interesse e l’attrazione, per poi degradarsi rapidamente nel corso della pellicola.  Il film inoltre crea costantemente nello spettatore un alone di incertezza su ciò che sta accadendo, assumendo a tratti caratteri surreali. Difficile non vedere le similitudini con Mulholland Drive di David Lynch, ma anche in misura minore con Tre donne di Robert Altman.

Una pellicola spesso non nominata tra i capolavori del maestro svedese, ma non per questo meno influente, è L’ora del lupo del 1968. Il grande merito del film è di dare una chiave di lettura del tutto particolare a un genere, l’horror, che in quegli anni stava finalmente uscendo da dei canoni ristretti e ben definiti. Si può infatti definire L’ora del lupo uno dei primissimi casi di horror psicologico. Il film racconta la discesa nella follia del pittore Johan, caratterizzata da un problema di insonnia e da spaventose visioni sempre più frequenti. Particolarità de L’ora del lupo è la capacità di coniugare in maniera impeccabile elementi gotici e surreali, creando una sequela di immagini inquietanti che uniscono lo sguardo dello spettatore a quello del protagonista, in modo da creare un costante senso di angoscia.

Pur non potendo considerare L’ora del lupo come capostipite assoluto dell’horror psicologico, è necessario tenere presente una differenza sostanziale tra la pellicola di Bergman e altri film riconducibili al genere dello stesso periodo, di cui un chiaro esempio può essere Repulsione di Roman Polanski. Nel film di Polanski non viene mai messo in dubbio il fatto che tutto ciò che la sua protagonista percepisce sia frutto delle sue paranoie. Al contrario L’ora del lupo, pur mettendo in scena il pittore come un personaggio chiaramente disturbato, non prende mai una strada precisa, mantenendo una chiara ambiguità che viene mantenuta anche nel finale.

Innumerevoli sono i film che ricercano dinamiche simili a quelle create dal regista svedese in questo film. L’esempio più evidente è però probabilmente ancora una volta legato al cinema di David Lynch, questa volta con Eraserhead. L’opera prima di Lynch ricorda fortemente il film di Bergman, non solo per le sensazioni evocate, ma soprattutto in termini di messa in scena. Ma tante altre sono le pellicole che negli anni hanno ricercato quella stessa ambiguità presente ne L’ora del lupo, come l’indimenticabile Shining di Stanley Kubrick, ma anche film molto più recenti come Babadook e The Lighthouse.

Riassumere un’eredità vasta come quella bergmaniana con solo tre pellicole non può che essere un’operazione estremamente riduttiva. Inevitabile che restino escluse molte altre pellicole fondamentali nella storia del cinema quali Il posto delle fragole, Sussurri e grida, Fanny e Alexander e tante altre, a fronte di una filmografia che può contare oltre quaranta film. Affrontare Bergman vuol dire confrontarsi con un autore fondamentale per forma e contenuto, da cui ogni grande regista ha in qualche modo attinto. È evidente quindi come, anche se molti dei suoi lavori più importanti hanno più di mezzo secolo di vita, il suo cinema risulti ancora più attuale che mai.

Leggi anche: La Malinconia di Bergman – Chiediamo perdono per la nostra umanità

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