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Keyser Söze – L’essenza del male, l’essenza del potere

Roger “Verbal” Kint: «Keaton diceva sempre: “Io non credo in Dio, però ho paura di lui”. Beh, io credo in Dio… e l’unica cosa di cui ho paura è Keyser Söze».

Roger “Verbal” Kint

Esiste, all’interno della natura umana, nascosto in un angolo recondito, un frammento di oscurità, di ribellione, di caos assoluto. È poco più che un istinto primordiale, e come tale viene sottomesso, costretto sotto il peso delle convenzioni sociali, del vivere comunitario, dell’ordine necessario al mantenimento di una struttura entro cui si possa costruire e convivere.

Quel frammento è violenza, è rabbia, è odio. È egoismo, forza bruta e animale, è abbandonarsi al caso, alla Natura, che per un momento, un attimo solo, non viene piegata alla chiara volontà umana, ma accompagnata, assecondata, senza regole, senza limiti. Sono rare le occasioni in cui a quel frammento del nostro essere umani è concesso respirare, tornare a rivedere il mondo esterno, senza che il tessuto sociale attorno a noi si disintegri, lasciandoci isolati. E quando questo accade, che ci piaccia o no, ciò che segue è il piacere.

Questo è il motivo per cui, avendone l’occasione, siamo tanto attratti dai personaggi rappresentanti del male, dagli antagonisti, dai villain. Perché essi incarnano l’essenza stessa di quella libertà tanto desiderata, quel caos così distruttivo eppure così rigenerante, quell’incendio dalle cui ceneri sentiamo nascerà nuova vita. Gli antagonisti sono liberi, sono loro stessi senza vincoli o freni, sono chi spesso e volentieri vorremmo essere noi. Ma cosa accade quando uno di loro ci è invisibile? Quando tutto ciò che sappiamo di lui, che invidiamo, che ci provoca piacere, non ci viene mostrato, ma solo raccontato, lasciato intendere? È possibile godere del semplice genio, della leggenda?

Keyser Söze

Keyser Söze ci dimostra che sì, è possibile. Questo personaggio, costruito unicamente attorno alle leggende che nel tempo si sono venute a formare attorno a lui, vive nell’ombra, e da lì si prende gioco di tutti all’interno de I Soliti Sospetti, anche e soprattutto dello spettatore.

Roger “Verbal” Kint: «Nessuno crede che esista davvero. Nessuno l’ha mai conosciuto, o visto qualcuno che abbia lavorato per lui. Ma a sentire Kobayashi chiunque avrebbe potuto lavorare per Söze. Non lo sapevamo, era questo il suo potere».

È a partire da questo suddetto potere, dall’invisibilità, dalla leggenda, che Roger “Verbal” Kint, o meglio, come scopriremo solo alla fine del film, Keyser Söze, può permettersi di decidere cosa e come mostrare, quando farlo, mescolare le carte, fare a braccio di ferro con la nostra intelligenza e con quella dei detective. Inventa, genera storie, porta chi lo ascolta su strade folli attraverso chiacchiere inutili e dispersive. Ma è la premessa a essere errata, è il punto di vista da cui stiamo guardando a disorientare. D’altronde è un caos ordinato: va visto da lontano perché assuma un senso.

Keyser Söze ne I Soliti Sospetti ci dimostra come la forza distruttiva dell'anonimato possa elevare uomini a vere e proprie leggende viventi.
I Soliti Sospetti

È affascinante pensare come il potere di questo personaggio, da noi spettatori vissuto, goduto, a tratti invidiato, cozzi con ciò che sempre più va delineandosi come la norma nelle nostre vite. Keyser Söze è chi è, e fa ciò che fa solo e unicamente grazie al potere che gli viene conferito dall’anonimato. Lui non parla di sé (o perlomeno, non proprio, e quando lo fa mette addirittura in dubbio la sua stessa esistenza), sono gli altri a farlo. Al massimo ne hanno sentito parlare, hanno lavorato per un tizio che conosceva un tizio che era stato a cena con qualcuno che aveva visto Keyser Söze una volta, forse, per sbaglio.

Vive nell’ombra, nel non visto, nel non detto, e in un’epoca in cui parlare di sé alla ricerca di una qualche considerazione pare essere tutto ciò che conta, ci ricorda con prepotenza che la popolarità altro non è che la cuginetta zoccola del prestigio.

Questo personaggio si pone quindi con lo spettatore in un rapporto particolare; gli permette, infatti, di godere di ciò da cui normalmente fuggirebbe. L’anonimato, l’essere “nessuno”, l’essere invisibile. Rende chi osserva il film scorrere sotto i suoi occhi partecipe di quella che, sul piano teorico, sarebbe la sua più grande paura. Eppure, vissuta attraverso Keyser Söze, questa perdita di un’identità ben definita diviene improvvisamente allettante, qualcosa a cui guardare con desiderio, quasi da invidiare.

Cosa accadrebbe se da un giorno all’altro semplicemente scomparissimo? Cosa accadrebbe se per una volta non fossimo noi a parlare di noi stessi, ma altri? Keyser Söze è la risposta ideale a queste domande, ci porta per un cammino unico, mostrandoci non come nasca la semplice fama, ma la leggenda.

Keyser Söze ne I Soliti Sospetti ci dimostra come la forza distruttiva dell'anonimato possa elevare uomini a vere e proprie leggende viventi.
Keyser Söze

Questi sono i motivi per cui, oltre ogni altra cosa, questo antagonista rimane nel cuore e nella memoria di chi guarda. Keyser Söze non teme l’ombra, la morte, il nulla. Non le teme perché le domina, le fa sue, le sottomette a sé e ne diventa veramente padrone. Egli è colui che noi potremmo essere, ma scegliamo di non farlo, schiacciati dal terrore, dal giudizio, dalle conseguenze. Perché noi non siamo lui, non potremmo mai esserlo. Non potremmo mai essere il Diavolo.

Roger “Verbal” Kint: «La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste e come niente… sparisce».

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Michel Buraggi
Laureato in Lettere Moderne, aspirante regista e sceneggiatore. Studio, scrivo, mi lamento e bevo tanto tanto troppo caffè.

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