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Kynodontas, il meta-cinema e la caverna di Platone

Voce fuori campo: «Le parole nuove di oggi sono: mare, autostrada, escursione e carabina. Mare è una poltrona in cuoio, autostrada è un vento molto forte, escursione è un materiale durissimo per fare i pavimenti e carabina è un bellissimo uccello bianco».

Queste parole, proferite da una voce senza volto proveniente da una musicassetta, segnano l’inizio del film del regista greco Yorgos Lanthimos, il quale, attuando un’operazione di matrice essenzialmente ermeneutica, decide di riprodurre in chiave contemporanea diversi miti della sua Grecia antica. Se con Il sacrificio del cervo sacro (2017) attualizza il mito del sacrificio di Ifigenia, con Kynodontas (2009) mette in scena una riproposizione del mito della caverna di Platone presente nel VII libro de La Repubblica.

In questa allegoria, il filosofo greco si immagina dei prigionieri che, fin dalla nascita, sono incatenati negli abissi di una grotta oscura. Costretti a guardare le mura di una parete, essi non sanno che dietro di loro è presente un fuoco che proietta le ombre di oggetti, animali e persone generate da altri uomini. I prigionieri, non avendo esperito alcun fenomeno del mondo esterno, sono condannati a credere che questa illusione sia l’unica e autentica realtà.

Analogamente, il regista greco di Kynodontas si immagina i genitori di una famiglia borghese che decidono di rinchiudere i loro tre figli, un maschio e due femmine, all’interno di un’immensa casa isolata dal resto del mondo. I prigionieri della caverna di Lanthimos vivono all’interno di questa bolla creata dai loro genitori, dalle uniche figure autorevoli del loro mondo, le cui parole sono considerate fonte di verità assoluta, cosicché la reclusione non appaia violenta o ingiustificata, ma giusta e necessaria.

Terrorizzati da ciò che possa esserci al di là delle mura di casa, questi ragazzi, che potranno uscire solo quando cadrà loro il canino – kynodontas, appunto, o dogtooth in inglese -, non hanno mai avuto contatto con la realtà esterna e mai lo avranno, asservendosi inconsapevolmente e inevitabilmente al potere coercitivo di coloro che proiettano le ombre nella caverna: il Padre e la Madre.

In questo schema classista di dominio, i genitori che conoscono la verità, usano il telefono, ascoltano la musica proibita, e si ergono a divinità di un universo da loro stessi creato, la cui parola è legge.

Il primo film di Yorgos Lanthimos, Kynodontas è una ripresa del mito della caverna di Platone, letto in chiave contemporanea.
Padre in “Kynodontas”

La Famiglia diviene l’unico mondo reale e, come ogni mondo, anche questo ha un proprio linguaggio, creato ad hoc dal padre-demiurgo, l’unico che può uscire di casa, che costruisce un sistema di regole e valori ai quali i tre figli sono incatenati. Alterando il linguaggio di una persona se ne modifica l’essenza, poiché la lingua determina il modo di pensare e vedere il mondo, espandendo o riducendone l’orizzonte di possibilità, la propria manifestazione ed espressione. Il linguaggio, infatti, è da considerarsi come la singolarità che differenzia l’essere umano da qualsiasi altra forma vivente, poiché, come sosteneva Aristotele, l’uomo è l’animale con logos.

«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo».

(Ludwig Wittgenstein,”Tractatus logico-philosophicus”)

La modificazione di un linguaggio, dunque, implica l’alterazione del mondo e quindi della formazione di un individuo. La soggettivazione avviene necessariamente attraverso una particolare forma di espressione semantica. Le ombre e le voci della caverna platonica, infatti, trasformano gli uomini costretti a guardarle in autentici prigionieri.
L’obiettivo della volontà dominante genitoriale è appunto questa, creare un microcosmo composto da regole autoimposte che formino l’identità della propria prole, addestrandoli e donando così loro una forma pre-imposta.

Addestratore: «Un cane è come la creta, il nostro lavoro qui è di dargli forma: un cane può essere dinamico, aggressivo, un lottatore, codardo o affettuoso. Richiede lavoro, pazienza e attenzione da parte nostra. Ogni cane, anche il suo, aspetta che noi gli insegniamo come comportarsi».

Kynodontas

Come i genitori, nemmeno i figli posseggono degli autentici nomi, ma soprattutto non sanno di doverne avere uno, poiché appartenenti a un mondo che non esige un’identità o un riconoscimento intersoggettivo, nelle trame di una realtà illusoria che non comprende in se stessa il concetto di illusione.
Condannati a osservare quelle ombre sulla caverna e concepirle come la sola verità, i tre figli vivono all’insegna di un’autarchica alienazione esistenziale, in un limbo tra noia, apatia e tacita insofferenza, in un mondo in cui non ci sono giorni, se non uno solo che costantemente si ripete, richiamando a una degenerata forma dell’eterno ritorno nietzschiano, oppure di matrice stoica, per rimanere nel territorio greco.

Tuttavia, il mito platonico non termina qui, poiché il filosofo greco si immagina che a un certo punto un prigioniero riesca a liberarsi e a fuggire. Una volta uscito dalla caverna, l’uomo ormai liberato assaggerà per la prima volta il sapore della verità, accecato dalla luce del sole in quanto rappresentazione dell’idea di Bene, riconoscendo così la realtà menzognera delle ombre nella caverna.

Questo momento del mito, nell’immaginario di Lanthimos è rappresentato dal primo approccio che la Figlia Maggiore ha con la realtà esterna, in particolare con l’arte cinematografica. Ella, ricattando una donna che lavora con il Padre assoldata per soddisfare i bisogni sessuali del Figlio, ottiene delle videocassette: Lo squalo, Flashdance e Rocky. 

Dopo la visione di questi film, la Figlia Maggiore non sarà più come prima, inizierà a farsi chiamare per nome dalla sorella, identificandosi con “Bruce” – il protagonista de Lo squalo -, acquisendo conoscenze che prima non avrebbe neppure potuto immaginare e iniziando a divenire sempre più consapevole di se stessa e della realtà circostante. Attraverso il cinema, la Figlia Maggiore, ormai divenuta Bruce, inizia il proprio processo di soggettivazione, di individuazione nelle parole Jung, o di etopoietica in quelle di Foucault.

Ed è qui che il guscio apollineo imposto dalla volontà genitoriale piano piano si sgretola, permettendo l’emergere di tutto ciò che fino ad allora era stato taciuto, consentendo all’ebbrezza, all’irrazionale e all’orgiastico proprio della manifestazione dello spirito dionisiaco di venire finalmente alla luce.

Per quanto Lanthimos segua le orme del connazionale filosofo, in questo passaggio il regista se ne distanzia, addentrandosi in un discorso strettamente meta-cinematografico. In un film, infatti, scopriamo che è proprio attraverso il cinema che si può accedere a un grado più autentico di realtà, che è proprio attraverso la finzione che si smaschera la finzione. Il distacco da Platone emerge in modo preponderante non solo perché per il filosofo l’arte risulta essere una copia della copia – poiché copia della realtà esperibile, che è a sua volta copia dell’idea nell’iperuranio -, ma, essendo il cinema una realtà di per sé illusoria, è come se la Figlia Maggiore uscisse dalla caverna attraverso un’altra forma di ombra.

Nel quadro meta-cinematografico di Lanthimos, invece, questo tema funziona perfettamente, mostrando come il cinema possa essere in grado, paradossalmente, di permettere di uscire dal mondo per rientrarci con una nuova consapevolezza, di parlare della realtà più della realtà stessa, di rivelare la verità attraverso la menzogna.

Sarà infatti il cinema che consentirà alla Figlia Maggiore di divenire Bruce e uscire dalla caverna platonica. Alla fine del film, infatti, ella, pur rimanendo fedele a quelle regole insegnate dal Padrone che percepisce come assolute, si stacca il canino per poter scappare da quella casa.

Il primo film di Yorgos Lanthimos, Kynodontas è una ripresa del mito della caverna di Platone, letto in chiave contemporanea.
Figlia Maggiore – Bruce in “Kynodontas”

Il mito platonico prosegue con il ritorno nella caverna da parte dell’uomo liberato – personificazione del filosofo Socrate che vuole salvare le anime degli ateniesi – che decide di rivelare la verità agli altri prigionieri, e farli uscire dalla caverna. Tuttavia, questi ultimi, ormai troppo attaccati e dipendenti dalla menzogna a loro raccontata, non credono alle parole dell’uomo liberato e decidono di ucciderlo, proprio come accadde a Socrate che venne condannato a morte nel 399 a.C. da parte del governo ateniese.

Lanthimos non ci racconta cosa accadrà alla Figlia Maggiore-Bruce nel mondo reale, e non ci rivela gli effetti che questa fuga provocherà ai restanti della famiglia nella favola. Ma il mito della caverna risale al IV secolo a.C., mentre Kynodontas al 2009, dunque, forse la fine non ci è ancora dato saperla.

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Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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