Home Cinebattiamo Il finale di Fight Club – Quei periodi strani delle nostre vite

Il finale di Fight Club – Quei periodi strani delle nostre vite

All’inizio di Fight Club (1999) un uomo si trova intrappolato in un luogo non ancora ben definito. Ha il volto pieno di lividi e la canna di una pistola in bocca. Nonostante la situazione sia apparentemente grave, è abbastanza tranquillo, e si domanda se la canna di quella pistola sia davvero pulita.

Questo è l’inizio di Fight Club, ma ovviamente è anche la fine, poiché si è scelta una composizione ad anello per narrare questa storia. Scopriamo, durante il lungo segmento narrativo che separa il prologo dall’epilogo, che Tyler Durden (Brad Pitt), l’uomo che impugna la pistola e che minaccia il protagonista, non è altri che il protagonista stesso.

Tyler è una complessa e delirante elaborazione mentale, in cui il personaggio interpretato da Edward Norton ha riversato tutte le proprie frustrazioni e ambizioni; è una dissociazione spirituale da un’esistenza monotona, una mitizzazione estrema del proprio ego.

Fight Club
L’incipit di Fight Club

Alla luce di tutto questo, e alla luce del finale del film, possiamo elaborare diverse congetture e ipotesi riguardanti questo strano individuo, il quale si trova a combattere la grande guerra dello spirito per la quale tutti, prima o poi, siamo chiamati alle armi.

Tyler Durden: «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita».

Il dormiente che desidera dormire

Il protagonista ambisce a dormire. Il sonno è un traguardo venerato e apparentemente irraggiungibile per lui. È quell’espediente che finalmente non solo consente di recuperare le energie, ma anche di fuggire da una dimensione del reale fatta solamente di piccole e insignificanti gratificazioni, come un aumento di stipendio, un guardaroba rispettabile e un tavolino a forma di yin e yang. Tutte cose che, una volta ottenute, non fanno altro rimarcare il vuoto emotivo intorno a noi tutti.

Il protagonista (Edward Norton) in una delle sue nottate insonni

Nonostante questo forte desiderio, il protagonista non si rende conto in realtà di dormire tutto il tempo. Anzi, è proprio questo suo sonno profondo e incessante ad aver dato vita a Tyler Durden. Il sonno dura per tutta la durata del film, anche e soprattutto nel finale.

Il protagonista, seduto e impotente, parla con il suo doppio, in attesa di vedere i palazzi di fronte saltare in aria. Anche in questo momento lui è perso in un sonno profondo, un luogo indefinito, come quello in cui si trova fisicamente prigioniero, e dove nessuno, men che meno la ragione, può raggiungerlo. Lui è, per usare la definizione usata da Eraclito, un dormiente. Una persona che non riesce a indagare affatto le complesse sfaccettature del reale e vive un’esistenza vuota e immobile, come se fosse un lungo, interminabile sonno senza alcun sogno.

Tutti, nel mondo di Fight Club, sono dei dormienti. Soprattutto i seguaci dello schizofrenico protagonista. La loro mente è incapace di produrre un pensiero, il loro animo è talmente fragile da poter essere ammaliato e conquistato da poche frasi a effetto, e la loro intera vita è dedicata tutt’al più alla mera imitazione. Nonostante ciò, il rendersi conto di tutto questo, come fa il protagonista nel finale, è già un primo passo di notevole importanza. Un passo a cui però deve necessariamente seguirne un altro, forse ancor più importante: il dubbio.

Il dubitante e il risveglio della ragione

La meravigliosa lezione del “so di non sapere” impartitaci da Socrate è un buon inizio in questi casi, ma non basta. Serve un’altra considerazione, una miccia che faccia risvegliare quella ragione sopita da troppo tempo. Ecco quindi che potremmo chiamare in causa quel filosofo che nella sua trattazione del sapere elaborò un collegamento tra il pensiero e l’esistenza: Cartesio.

Il protagonista di Fight Club trova la soluzione ai propri problemi grazie appunto al filosofo del cogito, e all’estremizzazione del suo dubbio metodico in dubbio iperbolico, personificato dalla figura del Genio maligno. Così, inizia a dubitare di tutto quel che vede, e dopo una comprensibile fase di smarrimento, elabora il tutto attraverso un processo di razionalizzazione.

Chi sta a capo dell’organizzazione non sono “lui e Tyler Durden”, perché “lui è Tyler Durden”.

Attraverso il dubbio e il risveglio della ragione, il protagonista realizza che, nonostante la sua psicologia frammentata, egli è un tutt’uno con il proprio aguzzino. Lui è il suo aguzzino. Lui è anche la vittima.

Grazie a tutto questo, il protagonista capisce che ha il potere di dominare quel doppione diventato così invadente. Tyler ha la pistola in mano, puntata verso di lui, e poiché si tratta della stessa persona, citando Cartesio: «cogito ergo sum»… “ergo la pistola è anche nelle mie mani”.

Il protagonista si punta la pistola

Tyler viene in questo modo disarmato e “ucciso” da colui che lo aveva creato. Il suo potere sulla mente del protagonista, nonché su quelle di tutti coloro con cui è venuto in contatto, è finalmente cessato. Di lui non rimarrà più traccia, ad eccezion fatta delle sue azioni e di quelle che ha ispirato e comandato di fare al suo esercito dormiente.

Fight Club: storia di un narratore senza nome di periodi molto strani

Ora che Tyler non c’è più, il protagonista rimane solo, sanguinante, e ancora stordito dal fatto di essere, per la prima volta in vita sua, sveglio. Lo raggiunge Marla Singer (Helena Bohnam Carter), furente per i maltrattamenti ricevuti, a chiedere spiegazioni. L’unica risposta che viene data, per altro sussurrata a causa della ferita, è la famosa: «mi hai conosciuto in un periodo molto strano della mia vita». Subito dopo il rumore di un’esplosione. E subito dopo ancora il cielo illuminato dal pirotecnico spettacolo di edifici cadenti.

Rimane ancora un’ultima questione da affrontare. In questo articolo abbiamo attribuito al personaggio di Edward Norton vari nomi; “il protagonista”, “il dormiente”, “il dubitante”. Ma qual è il suo vero nome? Nel film ne usa tanti, soprattutto per imbucarsi alle sedute, ma nessuno di questi probabilmente è vero. Si chiama Cornelius? Si chiama Rupert? Il suo nome è Tyler Durden? Il suo nome è Robert Paulsen? No, nessuno di questi lo è. Nel film non ci viene mai rivelato il suo vero nome.

Allora noi “bariamo” e andiamo a consultare direttamente i titoli di coda del film, che scorrono accompagnati dalle note di Where Is My Mind dei Pixies. Scopriamo che Edward Norton è accreditato solamente come Narrator.

Il protagonista/narratore dopo lo sparo

Il protagonista è un narratore senza nome; quindi, potenzialmente, ha tutti i nomi possibili. Per tanto, nelle innumerevoli sessioni di sedute a cui ha partecipato, lui può aver scritto sul suo identificativo qualunque nome, anche il nostro. E forse è proprio questo quel che ci lascia Fight Club, una volta che i palazzi dell’economia sono tutti crollati e appare un membro maschile in un fotogramma inserito da un folle proiezionista. Anche noi potremmo diventare narratori; anche noi potremmo diventare, se non lo siamo già, dei dormienti.

Certo, nessuno di noi fronteggerà mai un amico immaginario armato di galloni di nitroglicerina, ma sarebbe riduttivo pensare a Fight Club, film, e romanzo di Chuck Palahniuk, come a una semplice storia di tamarraggine e anarchia. Dietro c’è molto di più, e questo finale roboante ne è la prova.

Leggi anche: Perché dovete assolutamente vedere Fight Club

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Perché Joel Miller? | The Last Of Us

Bill: «Ti racconto una storia. C'era una volta qualcuno a cui tenevo davvero, una persona... qualcuno di cui mi prendevo cura. Ma in questo...

Tenet – Nolan e Rancore nella Macchina del tempo

Nolan e Rancore. Il primo dietro una macchina da presa, il secondo dentro la macchina del tempo: entrambi riavvolgono la storia del mondo. Esattamente...

Le notti bianche di Lost in Translation – L’intraducibilità della solitudine

Lost in Translation e Le notti bianche. «La poesia è ciò che si perde nella traduzione. Ed è anche ciò che si perde nell'interpretazione».  (Robert Frost) La...

Kim Ki-duk – Violenza, magia e rassegnazione

Kim Ki-duk è un autore che si è sempre assunto piena responsabilità per i suoi lavori, nel bene o nel male. Attivo nel cinema...