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Game of Thrones – Cersei e Jaime oltre il Velo di Maya

Il trono sciolto dal fuoco di Drogon. La pugnalata inferta da Jon, dritta al cuore di Daenerys. Cersei e Jaime che aspettano la morte stretti l’un l’altro. La conclusione di Game of Thrones, avvenuta nella primavera del 2019, ha segnato l’epilogo di quello che è probabilmente il più rilevante fenomeno televisivo del secondo decennio degli anni Duemila.

Nonostante la sua contemporaneità, è occorsa una sorta di fascinazione del tutto: qualsiasi situazione, qualsiasi tema, qualunque dimensione del vivere umano si rivela essere un espediente tramite cui argomentare la serie e se questa è certamente una chiara espressione del successo planetario di Game of Thrones, non è tuttavia la modalità migliore per comprendere la complessità artistica dietro la sua costruzione.

Cersei e Jaime Lannister, gemelli uniti da un amore passionale e tormentato, condividono un nucleo tematico fondamentalmente tragico.

Prima di guardare al tutto, servirebbe osservare lo specifico che lo contraddistingue, le dimensioni attraverso cui si stratifica, in modo da dissodare un terreno di comprensione che possa, eventualmente, essere utilizzato per ulteriori, future proiezioni.

Volendo approfondire uno dei motivi che hanno reso Game of Thrones «fra le più impressionanti riuscite della serialità contemporanea», come scrivono Bandirali e Terrone in Filosofia delle serie tv (2012), questo è senz’altro la complessità dei personaggi che (si) muovono (nel)l’opera. Ognuno di essi è rappresentazione di qualcosa, portatore di un messaggio, veicolazione di senso.

Cersei e Jaime Lannister, gemelli uniti da un amore passionale e tormentato, condividono un nucleo tematico fondamentalmente tragico.

Prescindendo dall’analisi delle implicazioni psicanalitiche dovute, tra le altre cose, alle duplice natura del loro rapporto, intendo soffermarmi maggiormente sulla loro originaria idea di mondo e sullo scetticismo pessimista che interviene in un secondo momento.

Entrambi i fratelli, sino ad un certo punto della loro esistenza, hanno vissuto una dorata illusione: la giovanissima Cersei, ambiziosa già in tenera età, idealizzava la prospettiva di diventare regina, nella stessa misura in cui Jaime si beava nell’ideale cavalleresco forgiato nel giuramento e nell’onore. Questa falsa percezione di una realtà sognata sembra richiamare, nelle sue linee più generali, ciò che Arthur Schopenhauer scriveva ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819):

«È Maya il Velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua, o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente».

È Maya il Velo Ingannatore che avvolge gli occhi dei due amanti, mostrando loro, in effetti, un mondo davvero rassomigliante al sogno, ai loro sogni: una regina indipendente nella scelta del proprio destino e un cavaliere ammirato in tutti i Sette Regni, libero di perseguire valori morali e interessi personali con la medesima facilità. Ma due eventi, quasi contemporanei, svegliano il letargo conoscitivo dei gemelli, portandoli a profonde (e dolorose) meditazioni sull’essenza della realtà e sulla natura illusoria delle loro precedenti idealizzazioni.

L’assassinio del Re Folle, e il conseguente disprezzo di popolani e signori (“Sterminatore di re”, lo chiameranno tutti) getta su Jaime lunghe ombre di disincanto verso la sacralità dei giuramenti, così come il matrimonio tra Cersei e Robert Baratheon genera nella giovane regina consorte amarezza e avvilimento, polverizzando di fatto il suo desiderio di emancipazione dal patriarcato del padre Tywin.

I gemelli, cui la vita ha concesso davvero troppo (bellezza, ricchezza, l’appartenenza ad una delle famiglie più prestigiose dell’Occidente e, soprattutto, la perfetta consapevolezza di questi privilegi e dei vantaggi da essi derivanti), si scoprono inermi, impotenti, fratturati nelle loro aspettative e anestetizzano ruvidamente quel senso di frustrazione che pure li accompagna costantemente.

Cersei e Jaime Lannister, gemelli uniti da un amore passionale e tormentato, condividono un nucleo tematico fondamentalmente tragico.

Possa regnare a lungo – Sterilità di potere e incapacità emancipatoria: Cersei Lannister e l’insostenibile peso di essere donna

Dopo aver sposato il re, Cersei non trova l’indipendenza a lungo bramata, solo la conferma dei suoi presentimenti infantili: ovvero che alle donne, semplicemente in quanto tali, viene precluso un gran pezzo di mondo, quello in cui si prendono le decisioni più importanti e in cui si giocano complicate partite di potere.

La giovane regina consorte si fa carico del proprio sesso (con cui è grandemente in conflitto) con squisita, quanto solo apparente, disinvoltura, non mancando di palesare evidenti contraddizioni: nonostante senta su di sé il peso dell’esser nata donna, è molto attenta alla propria femminilità, ed è proprio nelle donne che identifica i veri rivali politici (Margaery, Olenna, Daenerys); obbedisce ai dettami di Tywin, ansiosissima di compiacere il genitore, ma ne soffre l’autorità, arrivando a sfidarla apertamente nel finale della quarta stagione.

È paradossale come Jaime sia la sua fonte di frustrazione e salvezza insieme: la presenza del gemello, in ogni aspetto della sua esistenza, le ricorda perennemente l’incolmabile differenza tra uomo e donna, eppure è proprio grazie alla sua incredibile devozione che lei può vivere una seconda vita, quella che le sarebbe spettata nascendo maschio.

Cersei ama profondamente il fratello, che considera non solo la sua metà, ma anche liberazione e rivincita nei confronti della supremazia degli uomini.

Eppure, nonostante questo, la regina consorte si scopre inevitabilmente rinchiusa nell’ideologia maschilista propria di quei tempi: a Grande Inverno, nella prima puntata, consuma un rapporto sessuale con Jaime in una torre (simbolo del potere fallico), china, in ginocchio, passiva, e la telecamera sapientemente neanche indugia sul suo volto. Sarà Jaime a (decidere di) rivelarlo, tirando possessivamente la sorella contro di sé, prima di accorgersi della presenza del piccolo Bran.

Cersei e Jaime Lannister, gemelli uniti da un amore passionale e tormentato, condividono un nucleo tematico fondamentalmente tragico.

Cersei mostra il suo indomito orgoglio attraverso gli abiti, sfarzosi ed eleganti: è possibile ritrovare il leone dei Lannister su collane, ricami, anelli, mentre la corona Baratheon sul suo capo è volontariamente soffocata da acconciature elaborate e complesse; nelle prime due stagioni indossa un vestito celeste (su cui è visibile una rondine in volo, probabile simbolo di desiderata libertà) in alcune delle scene che la vedono calata nel difficile ruolo (sempre passivo) di moglie, amante e madre (quando Robert la schiaffeggia, quando Jaime ne deride la reazione scomposta, quando Myrcella viene imbarcata verso Dorne).

Più la sua posizione si affranca dalla tutela maschile (sia essa del padre, del marito, persino del fratello Tyrion), più le sue vesti diventano sobrie, scure, discrete, fino a non lasciare neanche un lembo di pelle scoperta.

Questo perché Cersei non ha più bisogno di mercificare il suo corpo per mantenere salda la sua piccola porzione di potere, quindi lo tutela gelosamente come sua, legittima, proprietà: quando si auto-incorona monarca dei Sette Regni al termine della sesta stagione, è finalmente libera (di regnare, di amare), o almeno crede di esserlo.

Può essere utile, in questo senso, il paragone tra la sua prima e ultima scena di sesso con Jaime. Nella terza puntata della settima stagione, è lei che aggredisce passionalmente il gemello, iniziandolo all’amplesso con eccezionale vigore e lo scenario della torre viene sostituito da un più comodo letto dai sapori coniugali.

Il mattino seguente, alla sussurrata richiesta del suo amante di restare nel letto con lui, letteralmente lo sovrasta con un bacio e apre la porta della stanza, rivelando pubblicamente il loro incesto senza alcuna inibizione («Sono la regina dei Sette Regni, faccio quello che più mi aggrada»), mentre la telecamera ne riprende per intero il corpo nudo.

Ma Cersei è solo apparentemente libera: quando Jaime le volta le spalle per partire in direzione di Grande Inverno, si trova costretta, ancora una volta, a usare il suo corpo come merce di scambio, nel rispetto dell’impegno con Euron Greyjoy (prezioso alleato in guerra).

La ruvidezza con cui lo respinge nella puntata di esordio dell’ottava stagione («Se vuoi una puttana, puoi comprartela. Se vuoi una regina, guadagnatela») nasconde probabilmente la sua incapacità a gestire la situazione e rivela una sicurezza solo illusoria.

Di contro, con Jaime al suo fianco nella capitale, il rifiuto di Cersei nei confronti del suo spasimante è addirittura doppio e non ammette possibilità di replica.

Nonostante la corona sul suo capo e nessun uomo a cui dover obbedire sistematicamente, la regina si scopre di nuovo debole, padrona di un potere sterile e per nulla gratificante: emblematica la sua figura che vaga per la Fortezza Rossa, data alle fiamme dal drago di Daenerys, incapace persino di disperarsi. Il suo corpo sembra rinchiuso in un impenetrabile bozzolo di catatonia, manifesto di impotenza e fallimento.

Solo quando rivede il gemello, rientrato ad Approdo del Re nella speranza di salvarla, Cersei torna di nuovo permeabile alle emozioni: gioia, incredulità, amore, commozione, ma anche sgomento e paura. Ed è proprio grazie alle parole di Jaime («Il resto non ha importanza, solo noi») che il trapasso assume i contorni di un viaggio che la porterà finalmente alla libertà.

Morto proteggendo la sua Regina – Non chiamatela redenzione: fenomenologia del conflitto identitario in Jaime Lannister

Jaime, dal canto suo, è stato profondamente segnato dall’omicidio di Aerys II durante il Sacco di Approdo del Re. Da quella pugnalata alla schiena, non ne sono derivati che insulti, sdegno, biasimo, nonostante abbia significato in realtà la salvezza della capitale.

«Troppi giuramenti. Ti fanno giurare, giurare. Difendi il re, obbedisci al re, obbedisci a tuo padre, proteggi gli innocenti, difendi i deboli. Che succede se tuo padre disprezza il re? E se il re massacra degli innocenti? Giuramenti… qualsiasi cosa tu faccia, finirai sempre per infrangerne uno».

Sono parole, quelle che rivolge a Catelyn Stark, cariche di cinismo e disillusione, volte a evidenziare il cortocircuito logico e morale dei giuramenti e l’incontro con Brienne di Tarth rappresenta, per lui, un ulteriore risveglio al mondo.

Il viaggio intrapreso al fianco della donna cavaliere gli offre la possibilità di confrontarsi con qualcuno che rappresenta carnalmente il concetto di onore e non perché Brienne persegua una morale inattaccabile (o banalmente perfetta). Semplicemente, perché possiede la forza di portare avanti ciò in cui crede (non è un caso che sopravviva e che faccia parte della nuova generazione di costruttori di Westeros).

Curiosamente, giura fedeltà incondizionata a Catelyn dopo essere stata costretta alla fuga, in quanto accusata degli stessi crimini di Jaime (a lei è infatti imputata la morte di Renly Baratheon, pretendente illegittimo al Trono di Spade, ma comunque suo re). Forzato dalla vicinanza a quei valori che non ha mai perseguito, incarnati nella figura di Brienne, Jaime compie una cavernosa introspezione per scoprire, amaramente, ciò che ha realmente mosso il suo desiderio di diventare un leggendario cavaliere: essenzialmente, null’altro che l’affermazione di sé stesso e la perdita della sua mano destra è il punto di snodo attorno a cui ruota non un processo di redenzione/espiazione (come da molti convenientemente, o ingenuamente, interpretato), bensì di crisi identitaria.

Cersei e Jaime Lannister, gemelli uniti da un amore passionale e tormentato, condividono un nucleo tematico fondamentalmente tragico.

Nella straordinaria sequenza dei bagni di Harrenhal, Jaime è nudo, con la menomazione in evidenza, acciaccato e febbricitante (ai limiti del delirio), di fronte a qualcuno che riesce a scorgerne la miseria morale, finanche fisica, ma che da lì in poi smette di giudicarlo.

«Perdi troppo tempo a preoccuparti di ciò che la gente pensa di te»
«Io non mi curo di cosa pensano di me»
«No, questo è quello che tu vuoi far credere, Jaime».

Interessante lo scambio di battute tra Tywin e Jaime all’apertura della settima puntata della prima stagione, che sembra centrare, forse anche con troppa precisione, la vera ossessione dello Sterminatore di re: ciò che lo logora non è il tormento per i suoi crimini (da lui stesso ammessi, riconosciuti e non rinnegati), né l’incapacità di perdonarsi, solo l’immagine che riflette al mondo, l’opinione degli altri e conseguentemente la percezione che hanno della sua figura (quando Cersei gli rivela di aspettare il quarto figlio, di cui lui potrà annunciarne liberamente la paternità, Jaime trattiene a stento l’emozione, ma commenta: «Alla gente non piacerà»).

Qualsiasi gentilezza è ostentata, velata dalla (perlopiù vana) speranza che venga notata: nella sesta stagione se ne accorgono sia il Pesce Nero («Già, adesso lo so. E sono molto deluso») che Edmure Tully («Come vivi con te stesso? Tutti dobbiamo credere di essere nel giusto, non è così? Per dormire la notte… come puoi dire di te stesso di essere nel giusto dopo tutto quello che hai fatto?»).

Persino quando porge il veleno a Lady Olenna, in un atto di apparente pietà, non manca di sottolineare l’aspetto compassionevole del gesto («Cersei ha avuto diverse idee: torturarti e decapitarti davanti alla Fortezza Rossa, scuoiarti viva e appenderti alle mura di Approdo del Re… ma poi ha scelto la mia»).

E poco prima, Jaime difende ottusamente la propria lealtà verso la sua regina e amante, non questionando mai la dimensione morale dei massacri perpetrati, ma rimarcando quella che potrebbe essere la futura pubblica percezione della guerra condotta.

Lady Olenna: «Lei è un mostro e tu lo sai bene»

Jaime: «Per te, non ne dubito. E anche per altri, credo. Ma quando avremo vinto e non avremo più alcun nemico, quando la gente vivrà in pace nel mondo che avremo costruito… credi davvero che ci maledirà per come sarà avvenuto?».

Pur perdendo buona parte della sua arroganza, Jaime rimane dunque grandemente assorto nei suoi interessi, quali la tutela e la protezione della sua famiglia, cui si aggiunge la salvaguardia della sua reputazione (nei limiti del possibile). Ne vien fuori un uomo capace di azioni spregevoli e caritatevoli in egual misura, in costante conflitto con il mondo e con se stesso per provare a conciliare (seppur vanagloriosamente) ciò che viene reputato onorevole con quei valori intimi e fondativi della sua identità, cui non verrà mai meno.

Squarciato il Velo e scoperto il vero mondo, sia Cersei che Jaime smettono di rifugiarsi nell’illusione e cercano di adattarsi alla nuova forma della loro esistenza, pur incapaci di snodare completamente quel groviglio di inappagamento e inquietudine così saldamente radicato, che sembra continuare a tormentarli intimamente.

Fino al momento in cui, nella quinta puntata dell’ultima stagione, lasciano il mondo stretti in un abbraccio che sa di eternità. Cadono insieme, come una cosa sola e, crudele ironia, proprio la morte li consacra nelle due figure cui hanno anelato per tutta la vita, ma che non hanno mai saputo di incarnare davvero: Cersei come Regina dei Sette Regni e Jaime come onorevole Cavaliere che è morto proteggendola, donandole il suo ultimo respiro.

Leggi anche: Game of Thrones – Al gioco del trono si vince o si muore

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