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Perché Baby non è una grande serie?

Baby è una serie TV prodotta da Netflix che narra lo scandalo delle “baby squillo” dei Parioli del 2013, attraverso le vicende delle adolescenti protagoniste e dei loro amici.

Nonostante l’enorme successo riscontrato tra i più giovani, Baby sembra non aver mai centrato l’obiettivo di raccontare la drammatica situazione di una piaga così grande, attraverso i dubbi, le paure e gli errori della generazione Z. Prenderemo in esame i punti cardine della narrazione, per cercare di delineare le debolezze che hanno stroncato la possibilità di essere una riflessione oltre la finzione.

Intreccio o vita vera?

Una grande serie è una grande storia. Questa è una delle verità universali che, quasi sempre, non trova nessun tipo di obiezione. E, purtroppo, Baby non è una grande storia. L’intenzione iniziale di capovolgere il concetto di teen drama per denunciare la prostituzione minorile non va oltre un accenno poco convinto e, quasi inevitabilmente, si perde episodio dopo episodio nella retorica delle dinamiche adolescenziali.
La serie di intrighi, raggiri e tradimenti che caratterizzano la centralità della narrazione, allontana lo spettatore dalla gravità del problema analizzato e porta, paradossalmente, a chiedersi quale sia il vero focus. Il ciclo delle tre stagioni risulta la riproposizione di dinamiche già viste, senza nessun tipo di innovazione e ben lontane dalla possibilità di raccontare una generazione, seppur apparentemente vicina, in realtà distante anni luce dalla divulgazione dei classici media.
Baby poteva essere la possibilità di entrare in quelle realtà, dove il concetto di giusto non si oppone a quello di sbagliato, raccontando come la necessità diventi un oscuro circolo vizioso senza possibilità di salvarsi.

Il difetto principale della narrazione è, in definitiva, la mancanza di coraggio.

Al contrario di prodotti decisamente maturi come Euphoria, Baby non tenta di descrivere i disagi della generazione Z, ma si affida alla solita stereotipizzazione per delineare le linee guida di una storia che, in realtà, non ha possibilità di essere raccontata.

Baby ha preferito non essere ciò che doveva essere per ricercare il becero e futile successo. E voi, che ne pensate di questa serie italiana?
Ludovica e Chiara

L’alto indice di gradimento che ha riscosso sintetizza concretamente il fatto che questo prodotto abbia curato principalmente l’estetica dell’intrattenimento, più che il contenuto. La prostituzione minorile e le sue terribili verità non rappresentano il messaggio, la realtà da analizzare, ma si pongono come il principale strumento per la ricerca di quel solito e banale trash adolescenziale.

Il finale stesso non soddisfa pienamente il proposito embrionale della serie, perché si allontana dalla drammatica condizione della prostituzione e abbraccia un lieto fine molto meno d’impatto emotivo.

Ludovica lascia Roma e continua gli studi a Parigi, mentre Chiara si ritrova in una casa famiglia per favoreggiamento alla prostituzione. La redenzione pervade gli ultimi minuti dell’opera con l’intenzione di mostrare la possibilità di ritrovare la luce, nonostante tutto, ma evitando, in maniera quasi diretta, la resa dei conti con quel disagio così oscuro.

L’inefficienza del sistema dei personaggi

La criticità dell’intreccio crea inevitabilmente delle lacune strutturali nella costituzione dei protagonisti della storia. La scelta, infatti, di ridimensionare lo status del teen drama si riflette direttamente sulle vicende dei giovani protagonisti, rendendoli forzatamente interpreti di stereotipi senza la giusta caratterizzazione.
Nello specifico le due protagoniste rappresentano due facce della stessa medaglia che, completamente diverse, si ritrovano nello stesso vortice illegale di sesso, droga e violenza senza la possibilità di uscire.
Ludovica incarna la ragazza che vuole divertirsi, innamorata delle feste, della libertà e che arriva a prostituirsi per aiutare la propria famiglia. Nella fragilità del suo personaggio emerge anche l’assenza di una figura maschile e la continua ricerca delle attenzioni degli altri per sentirsi appagata e accettata. D’altra parte, invece, Chiara rappresenta la ragazza ricca che, disillusa dal falso amore dei suoi genitori, decide di prostituirsi per vivere e per proteggere, poi, il proprio ragazzo.

Baby ha preferito non essere ciò che doveva essere per ricercare il becero e futile successo. E voi, che ne pensate di questa serie italiana?

Nonostante queste due figure abbiano dei contesti altamente in grado di caratterizzarle, si rilevano, nel corso della narrazione, lontane da ogni tipo di approfondimento. Questo tipo di esposizione porta lo spettatore a non empatizzare con la loro realtà, a non comprendere le loro paure e a riscontrare un certo tipo di estraneità verso la scelta stessa della prostituzione. Nella costruzione del dramma mancano le vere motivazioni che inducano il personaggio alla resa totale, alla scelta che cambi radicalmente la propria dimensione, alla svolta definitiva.

Il dinamismo che coinvolge i suoi interpreti e lo spettatore è paradossalmente sterile nella misura in cui da un lato indaga la vita notturna delle protagoniste, dall’altro alimenta quelle dinamiche adolescenziali che con sicurezza catturano l’attenzione.

Oltre le protagoniste, vanno menzionati anche altri personaggi che svolgono un ruolo importante nella narrazione: Damiano, figlio di un ambasciatore, catapultato fuori dal suo quartiere dopo la morte della madre, si mette a spacciare e finisce a lavorare per un criminale; Fabio, segretamente gay, è il figlio del preside e fedele amico delle protagoniste; Niccolò si rivela uno dei personaggi più vicini a Chiara quando scoppia pubblicamente lo scandalo e intrattiene una relazione con la professoressa Petrelli.

Nonostante abbiano tutti dei tratti ben delineati, anche le loro individualità nel corso degli eventi non riescono a trovare spazio per emergere.

Rimangono ancorati al loro spartito e non mostrano nessun tipo di innovazione, variazione, possibilità di sconvolgimento e ribaltamento dello stereotipo. Tutto ciò porta lo spettatore a non sorprendersi, a seguire l’opacità narrativa di Baby e a non rischiare mai di essere smentito o turbato.
Il fallimento di Baby risulta essere quello di un’operazione che tenta di allontanarsi dalla propria priorità per abbracciare un successo molto più comodo. Sulla scia, infatti, di prodotti adolescenziali come Élite e Gossip Girl, la serie italiana di Netflix arriva a deresponsabilizzare una storia che, probabilmente, avrebbe meritato la giusta considerazione.

Leggi anche: Baby – L’esperimento italiano si dimentica di osare

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