Home Cinebattiamo Aaron Sorkin e il biopic – Il mito nella cultura americana

Aaron Sorkin e il biopic – Il mito nella cultura americana

Il biopic è un genere azzardato da affrontare. Si rischia di rimanere intrappolati in una bolla agiografica, oppure di cadere in una demonizzazione di un personaggio che, per quanto meschino, meritava più approfondimento psicologico. O ancora si rischia di ricostruire la vita di una persona con filologica precisione a discapito però dell’emozione. Il biopic è un genere difficile, ma dal quale può nascere tanto; e negli ultimi anni c’è una persona che ha saputo distinguersi a tal punto che il suo nome è diventato quasi il sinonimo di un genere a sé: Aaron Sorkin.

Il cinema biografico di Aaron Sorkin non è semplicemente una fredda narrazione di eventi che riguardano le vite di alcuni personaggi. Lo studio con il quale egli realizza le sue sceneggiature non si limita solamente all’aspetto formale, a tutte quelle vertiginose architetture dialettiche, ai flashback, e alle varie trovate narrative con il quale stupire lo spettatore. Dietro al cinema di Aaron Sorkin c’è qualcosa di talmente profondo, che per riuscire a coglierlo bisognerebbe scavare nella cultura di quella nazione, così affascinante e contraddittoria, chiamata Stati Uniti d’America.

Le narrazioni di Aaron Sorkin sono racconti di mitologia. Seguono percorsi tematici che caratterizzano intimamente un popolo intero. Il suo è un cinema che, oltre a raccontare la vita di una persona, parla della società e di tutte quelle contraddizioni che essa si porta dietro.

L’assenza di genitorialità

Si parte dal principio. La genitorialità. Quel tempio di valori al quale, inevitabilmente, tutti andiamo ad attingere. Una roccaforte che ci protegge nel momento del pericolo. Le prime persone che impariamo ad amare, e le prime che ci incoraggiano nel momento del bisogno. Figure fondamentali, dunque. Eppure, sono quelle che mancano nel complesso universo dei personaggi trattati da Aaron Sorkin.

Prendiamo ad esempio Steve Jobs, interpretato da Michael Fassbender nell’omonimo film; lui non è stato cresciuto dai suoi genitori naturali, e questa cosa lo ha segnato per tutta la vita. Proprio lui, che è stato il padre di grandi rivoluzioni tecnologiche fu rifiutato dal suo stesso sangue. E a sua volta Steve Jobs non è stato propriamente un padre modello per la sua stessa bambina. In un primo momento addirittura non la riconosce, ripercorrendo in parte lo stesso comportamento dei suoi genitori, e spesso, anche se senza cattiveria, la fa passare in secondo piano.

Steve Jobs (Michael Fassbender)

Il rapporto instabile con la figura paterna è il cruccio principale anche di Molly Bloom, interpretata da Jessica Chastain, in Molly’s Game (esordio alla regia di Sorkin). In questa situazione il padre è fin troppo presente. La sottopone a stressanti allenamenti con gli scii, si intromette prepotentemente nelle scelte di vita della giovane; e poi infine tradisce la moglie, distruggendo l’unità familiare e scomparendo, salvo ripresentarsi in qualche rara occasione. La discesa di Molly nell’illegalità è anche, e soprattutto, a causa di questo. Così come la sua redenzione è merito di una tanto agognata riappacificazione che, come nel caso di Steve Jobs, avverrà alla fine.

E che dire, infine, di Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg in The Social Network). Nel film i suoi genitori non compaiono né vengono mai nominati. Tuttavia compare un padre: Sean Parker (Justin Timberlake). Il creatore di Napster diventa immediatamente una figura fondamentale per Mark, a causa della sua esperienza, della sua mentalità; con lui si confida, cosa che non faceva neanche con il suo miglior amico Eduardo Saverin (Andrew Garfield). Sean diventa un “padre putativo”; colui che sarà la causa della fine di una grande amicizia, colui che toglierà quel fastidioso “The” dal nome di quella neonata invenzione rivoluzionaria.

La cultura del prestigio secondo Aaron Sorkin

Business da miliardi di dollari, azioni di colossi commerciali, bische clandestine popolate da attori e registi. I soldi come unico grande minimo comune multiplo. Il denaro non garantisce solo il benessere, ma anche il prestigio. Raggiungere il prestigio significa avere vinto. I tre personaggi (nonché le tre persone vere dietro di loro) avevano ben chiara questa cosa.

Mark Zuckerberg all’università era il nerd, il misogino, quello senza amici. E poi arrivarono il successo e il prestigio, ma non per i soldi che ha guadagnato, ma per essere stato l’asociale che ha inventato paradossalmente il social network più famoso di sempre. È molto facile pensare che le prime persone che hanno contribuito al suo guadagno, i suoi primi “clienti”, siano gli stessi che lo insultavano per il suo essere non abbastanza cool. Questo è il prestigio di Mark, quello che ha così ossessivamente inseguito per tanto tempo, rinunciando all’amore e al suo unico amico.

Mark Zuckerberg (Jessie Eisenberg)

Steve Jobs invece è il prototipo dell’imprenditore di successo. Lui non vende mai le creazioni tecnologiche della Apple, lui vende sempre e solo se stesso. Ecco spiegato l’origine del suo successo. Steve è un direttore d’orchestra che, pur non conoscendo nessuna nota o melodia, riesce a mettere in piedi sinfonie senza precedenti. Jobs ha davvero cambiato le vite delle persone, perché ha sempre venduto l’idea che il cambiamento fosse possibile. E così ha raggiunto il suo prestigio, a discapito però dell’affetto di amici e parenti.

Molly Bloom invece è impegnata in una battaglia ancor più personale; deve riuscire a dimostrare a se stessa, prima che agli altri, di valere qualcosa. E così lei fa. Riesce ad allestire partite di poker (un grande simbolo americano), in cui le puntate raggiungono numeri da capogiro. Al suo tavolo siedono celebrità, come cantanti e attori. Lei è riuscita dove tutti le avevano detto che avrebbe fallito. E naturalmente da tutto questo successo nascerà per Molly qualche difficile conseguenza. Ma riuscirà a cavarsela nonostante tutto. Questo è il prestigio di Molly, forse un po’ più dolce di quello di Jobs e Zuckerberg.

Molly Bloom (Jessica Chastain)

Aaron Sorkin: come la vita si trasforma in mito

Aaron Sorkin è una persona estremamente colta e sa che la vita, talvolta, ha le stesse sembianze del mito. All’inizio di tutto, c’è un peccato originale. Come l’assenza dei genitori, come il tradimento di un amico, o ancora, come la fine di una relazione. E poi si prosegue con il mito della creazione. Tutti e tre i personaggi presi in analisi hanno creato. Che cosa però? Nient’altro che loro stessi.

Aaron Sorkin ci mostra questo fingendo di parlare di altri temi (prettamente americani), come il poker, la tecnologia e i soldi. Ma i film di Aaron Sorkin non hanno mai riguardato queste cose. Piuttosto sono incentrati su delle persone estremamente fragili e complesse. Persone che parlano velocemente per simulare una ferrea sicurezza, celando abilmente una grande instabilità emotiva.

E poi, ancora, tutti i riferimenti letterari che questi personaggi, casualmente o forse no, si portano dietro. La mela mangiata simbolo della Apple, che tra i mille significati che simboleggia c’è anche quello della creazione del mondo. Molly Bloom, che porta lo stesso nome della moglie del protagonista dell’Ulisse di Joyce. E infine Mark Zuckerberg, la cui storia di tradimenti non ha nulla da invidiare a una trama shakespeariana.

Come Macbeth ha tradito il suo amato Banquo, accecato dal dubbio che un giorno il trono sarebbe stato suo, allo stesso modo Mark ha messo la parola fine a quel legame con l’unica persona che, negli anni in cui è stato un outsider, gli è stata accanto.

Aaron Sorkin
Aaron Sorkin e Jessica Chastain sul set di Molly’s Game

In America poche penne sono fresche come quella di Aaron Sorkin. Lo ha dimostrato e lo continua a dimostrare. E se proprio vogliamo assolutamente esserne certi non ci resta altro da fare che guardare e riguardare i film scritti da lui.

Leggi anche: Steve Jobs, The Founder, The Social Network- La trilogia degli innovatori

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