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Tarantino, i Coen e il Western Postmoderno

Nel nostro articolo dedicato al cinema western, vivevamo tutti i passaggi del genere, dalla leggenda di Buffalo Bill con le lotte tra cowboy e nativi americani, fino a Logan (2017) e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (2017), che ne risemantizzano e ne rovesciano l’epica. Nel periodo di massimo splendore, tra Ford e Leone, «i film western divennero sempre più eroici, sempre pieni di speranza e carichi di messaggi positivi», facendo sì che un nuovo archetipo del grande film americano si affermasse, un film ambientato nella frontiera, popolato da biondi eroi, ma anche da malviventi disgraziati.

Come ogni genere cinematografico, anche il western si è evoluto, si è ramificato, ed è stato investito dall’ondata di grandi idee che la tendenza postmoderna ha apportato alla settima arte. Nel cambiare, sono state intraprese più strade: c’è chi ha voluto emulare i fasti dell’epoca classica; qualcun altro, invece, ha solamente tratto certe tinte per rivestirci la propria opera; poi ci sono coloro che hanno giocato con i canoni del genere e altri che hanno immerso nel western alcune riflessioni profondamente autoriali.

The Hateful Eight, Quentin Tarantino, 2015.

Ci occuperemo delle ultime due evoluzioni, se ci pensiamo, profondamente opposte: la prima è stata elevata al suo massimo da Quentin Tarantino, la seconda straordinariamente concepita da Joel e Ethan Coen. Stiamo parlando non solo di due dei più brillanti modi di concepire il cinema degli ultimi trent’anni, ma anche di due filmografie ricche di pellicole che mischiano, riscrivono e giocano con i generi filmici.

Il western secondo Quentin Tarantino

Più volte Tarantino elesse Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo (1966) come suo film preferito, questo è già un primo indizio da non trascurare. La passione dell’autore di Knoxville per il genere è nota e si vede fin da Le Iene (1992), il suo fulminante esordio. Il film, infatti, è un heist movie (anche detto caper movie), ovvero quella vicenda che ha come fulcro l’organizzazione di un colpo grosso.

Questa particolare tipologia di storie deriva, a sua volta, da un filone che si instaurò nel cinema degli esordi nel quale veniva mostrato lo svolgersi di una rapina. Il più importante tra questi, The Great Train Robbery (1903) di Edwin S. Porter, è proprio considerato come il primo esempio di film western nella storia del cinema. Nel martellante susseguirsi di citazioni e influenze del cinema tarantiniano, tutto magicamente e matematicamente torna sempre.

Reservoir Dogs (Le Iene), Quentin Tarantino, 1992.

Tornando a Le Iene, vediamo le tecniche, la ricerca del bottino, le pistole, le minacce, le sparatorie. Tarantino fa continuo riferimento allo stile western nei suoi primi tre film, cioè quelli che insieme al co-diretto Four Rooms costituiscono il suo periodo pulp. Successivamente, l’influenza western si è sempre sentita nelle produzioni tarantiniane, ma per attendere dei film pienamente del genere dovremo aspettare il 2012, anno di uscita di Django Unchained.

Il film con protagonista Jamie Foxx è il primo del regista a portarci nel vecchio West, con un uomo che cowboy non è, ma pian piano lo diventa, partendo dalla devastante condizione di schiavitù ed elevandosi fino a essere «il negro su diecimila».

Django Unchained è un ottimo esempio di come Tarantino stravolga i canoni del western attraverso la creazione di personaggi quasi paradossali, da un cowboy afroamericano a cavallo, a un dentista cacciatore di taglie, da uno schiavo razzista al bambinesco e inetto capo del Ku Klux Klan.

Nel suo settimo lungometraggio (Kill Bill è sempre da considerare un’unica opera), Tarantino mette in gioco tutta la sua vena dissacrante e il modo assurdo di comporre i suoi pastiche; l’aggiunta di alcuni tra i dialoghi più memorabili della sua carriera e di scene d’azione ben sopra le righe fanno da contorno a uno dei film più divertenti della carriera del regista, e senza ombra di dubbio il più pop in assoluto.

Django Unchained, Quentin Tarantino, 2012.

Sulla stessa falsariga, ma in modo marcatamente diverso, agisce The Hateful Eight (2015), pellicola successiva e complementare rispetto a Django Unchained. Infatti, se la vicenda del cowboy con la “D” muta si teneva su ritmi elevati e su registri spesso da commedia, la trama che coinvolge le otto canaglie rinchiuse in mezzo alla neve fa traspirare un’aura squisitamente più western.

Gli “otto piccoli indiani” di Tarantino si guardano storto, si ingannano, parlano con diffidenza e si prendono tutto il tempo necessario per assicurarsi di non venire imbrogliati dagli altri. The Hateful Eight è un progetto meno riuscito del predecessore dal punto di vista dell’intrattenimento, ma più suggestivo dal punto di vista tecnico e delle atmosfere.

Ciò che attira di questa coppia di film è come nessuno dei due si faccia preferire in modo schiacciante rispetto all’altro: Django Unchained garantisce divertimento puro, vivacità e alcune scene tra le più potenti dell’ultimo Tarantino; dall’altra parte The Hateful Eight tiene più alta la tensione, presenta alcuni colpi di scena imprevedibili e fa sì che si respiri un clima più vicino al western vero e proprio. Potremmo dire che nel primo dei due, Tarantino usa il western, nel secondo, tenta di farlo proprio. Entrambi diversi, nessuno dei due, però, rappresenta la vera essenza del Quentin a cavallo.

Ringo: «Nella valigetta?».
Jules: «Il bucato sporco del mio capo».
Ringo: «Il tuo capo ti fa lavare il bucato?».
Jules: «Quando lo vuole pulito».
Ringo: «Sembra un lavoro di merda».
Jules: «Strano, stavo pensando la stessa cosa».

C’è un film che resta l’emblema di come Tarantino intenda il western, del suo modo di rifarsi a quei canoni, di citare da lontano e al contempo mantenere inalterata l’anima del genere. Quel film è Pulp Fiction (1994) di cui un dialogo è appena stato sopra riportato. Nel suo capolavoro, l’autore racconta di personaggi che si incastrano uno nella vita dell’altro, racconta di fatalità, di eventi privi di una morale certa, di due protagonisti alla ricerca di una valigetta prestigiosa.

Senza cowboy, senza cavalli, in quello che lo stesso Tarantino ha definito «un western ambientato in città», l’autore di Knoxville riesce a esprimere tutta la sua vena creativa, quella che gli permette di rinnovarsi e di sconvolgerci film dopo film.

Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994.

Il western secondo i fratelli Coen

Parlando di Joel e Ethan Coen, il discorso inevitabilmente cambia. Non solo per il modo differente di fare cinema, ma anche perché i due fratelli del Minnesota sono tra gli autori più eclettici e imprevedibili dell’intero panorama cinematografico contemporaneo. Se pensiamo a film come Fargo, L’Uomo che non c’era e Inside Llewin Davis, facciamo fatica ad associarli a un’unica mente, anzi due, ma concentrate assieme. I Coen hanno mostrato una varietà e una fantasia vastissime, e incarnano l’ideale dell’autore che prevarica i generi pur di comunicare le proprie storie.

Così, i due fratelli utilizzano il western imprimendogli un certo senso di nostalgia, immergendoci in narrazioni a metà strada tra la malinconia e la rassegnazione, trasmettendo una sensibilità di cui il western è talvolta privo, ma al contempo comunicando il profondo nichilismo che da sempre è alla base di ogni loro riflessione.

Per sensibilità, insomma, non si intende solo la presenza di emozioni, ma anche il porre l’accento sull’assenza delle stesse. Rispetto a Tarantino, il modo che hanno i Coen di inscenare le storie del west è più in linea col cinema contemporaneo, vista l’uscita di film come L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007), Revenant (2015), Hostiles (2017) e I Fratelli Sisters (2018).

True Grit (Il Grinta), Joel e Ethan Coen, 2010.

Ciò non toglie che i western coeniani abbiano avuto successo e riconoscimenti in giro per il mondo. A differenza di Tarantino, i due fratelli hanno provato a misurarsi con un western che conservasse e riproducesse i veri canoni del genere, ovvero Il Grinta (2010), che forse è l’opera meno riuscita tra quelle che analizziamo in questa sede. Sicuramente il film con Jeff Bridges e Matt Damon mostra vasti paesaggi, storie di vendetta, lunghi viaggi, ma forse manca di quella firma inconfondibile, vagamente disillusa, che i Coen pongono quasi aprioristicamente in ognuna delle loro creazioni.

La Ballata di Buster Scruggs (2018) è l’esempio di come questo western coinvolgente possa essere prodotto. Il film è una vera e propria ballata in sei atti, ognuno indipendente dall’altro e, al contempo, ognuno parte di un ordito più ampio che non parla d’altro se non di morte. Come insegna Seth MacFarlane strappandoci più di una risata, c’è «un milione di modi per morire nel West»; in Buster Scruggs si muore accidentalmente, si muore per vendetta, si viene condannati a morte più volte, si muore soli; addirittura, si arriva a morire allegoricamente.

Il West, in questo caso, diventa solo un contesto e un veicolo attraverso il quale esprimere delle riflessioni sulla fatalità, sull’incredibile sottigliezza del filo al quale si è appesi.

Anche se hanno narrato il vero west, Tarantino e i Coen mostrano l'anima del loro western in città: Pulp Fiction e Non è un paese per vecchi.
The Ballad of Buster Scruggs (La Ballata di Buster Scruggs), Joel e Ethan Coen, 2018.

Non è di certo come nel cinema di Tarantino, dove il western è innanzitutto uno stile da soverchiare, e le morti si accumulano una dietro l’altra senza particolari problemi, anche quando non si tratta di comparse. Nel genere secondo i Coen, invece, vince la paura di essere uccisi, si lotta fino alla fine per preservarsi e al contempo per realizzare i propri obiettivi.

Paradossalmente, è nel cinema di Tarantino che troviamo maggiormente la narrazione dell’eroe, quel personaggio senza macchia che non teme la sparatoria uno contro tutti, che va ad affrontare anche il più infame dei nemici per difendere i propri cari e i propri valori.

Carson Wells: «Hai una vaga idea di quanto tu sia pazzo?».
Anton Chigurh: «Parli della natura di questo discorso?».
Carson Wells: «Parlo della tua natura».

Nel western coeniano quei valori vengono meno, così come vengono meno gli eroi, con il loro coraggio e la loro deontologia. Così, abbiamo già inquadrato qual è il film che meglio rappresenta il genere secondo i due fratelli: Non è un Paese per Vecchi (2007), non solo uno dei migliori prodotti dell’intera filmografia coeniana, ma anche uno dei migliori western del ventunesimo secolo.

La trama del film premio Oscar, adattata fedelmente dal romanzo di Cormac McCarthy, è perfettamente aderente ai canoni del West: un uomo si imbatte fortuitamente in una valigetta piena di denaro, un cinico psicopatico e un industriale invischiato nella malavita gliela vogliono sottrarre. A completare la narrazione, e a renderla così tremendamente malinconica, è lo sceriffo Bell, che di queste vicende vive solo i riverberi, sempre costantemente in ritardo rispetto alla criminalità, affaticato, disilluso, in costante stallo. Non esistono morali, non esistono paladini. Questo è l’universo narrato dai Coen.

Anche se hanno narrato il vero west, Tarantino e i Coen mostrano l'anima del loro western in città: Pulp Fiction e Non è un paese per vecchi.
No Country for Old Men (Non è un Paese per Vecchi), Joel e Ethan Coen, 2007.

Il western in città, il western del caso

Abbiamo visto come ci siano profonde differenze tra il modo che ha Tarantino e che hanno Joel e Ethan Coen di concepire il western: se per il regista del pulp è un genere a cui ispirarsi, per poi scardinarlo e rivestirlo del proprio stile frizzante e grottesco, per gli eclettici fratelli è un cinema che costituisce solo un mezzo per comunicare il proprio profondo nichilismo, attraverso la mestizia di alcuni personaggi e la noncurante cattiveria di certi altri.

Due aspetti, però, accomunano Pulp Fiction e Non è un Paese per Vecchi, i due film che abbiamo innalzato a manifesto profondo del western di questi autori. Innanzitutto, la loro rielaborazione del genere ha abbandonato i vasti canyon e i villaggi di frontiera per spostarsi in città, in epoche quasi contemporanee (gli anni Ottanta per i Coen, gli anni Novanta per Tarantino).

La dimensione urbana serve a sorpassare gli archetipi del Far West e a farci capire come non siano solo i cavalli, i cowboy e i deserti a fare del western una tipologia di cinema affermato, ma anzi ci fanno intuire come il genere sia eterno e possa essere ambientato ovunque, perché innanzitutto parla di persone.

Inoltre, queste due perle evidenziano il modo in cui western e gangster movie siano connessi, ma al tempo stesso indipendenti. Di fatto, stilisticamente sia Pulp Fiction che Non è un Paese per Vecchi sembrano più gangster movie, ma abbiamo visto come la loro cifra narrativa resti profondamente legata a un cinema più classico e più caro agli autori.

Anche se hanno narrato il vero west, Tarantino e i Coen mostrano l'anima del loro western in città: Pulp Fiction e Non è un paese per vecchi.
Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994.

Infine, ecco il caso. È la filosofia del caso a governare le due opere, da una parte quello in Pulp Fiction, nel quale sembra non ci si possa mai distrarre, nemmeno andare in bagno, perché la catastrofe è dietro l’angolo. Dall’altra, in Non è un Paese per Vecchi, assistiamo a una storia che sfugge al controllo di chi c’è immerso, in una vicenda nella quale la scheggia impazzita Anton Chigurh rappresenta una sorta di divinità che scavalca la legge, uccide senza batter ciglio, e tira una moneta per decidere se qualcuno vivrà o no.

Non più il West, ma la città. Non più il cowboy artefice del proprio destino, ma i personaggi subordinati a un ordine degli eventi che sta sopra di loro. Al posto dei cavalli le automobili, al posto dei duelli i dialoghi emblematici. 

Tarantino e i Coen sono il simbolo del cinema che cambia. Eppure restano la testimonianza che il western non morirà mai.

Leggi anche: C’era una volta il Western – Archetipi di un genere che divenne mito

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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