Home Cinebattiamo Kim Ki-duk – Violenza, magia e rassegnazione

Kim Ki-duk – Violenza, magia e rassegnazione

Kim Ki-duk è un autore che si è sempre assunto piena responsabilità per i suoi lavori, nel bene o nel male. Attivo nel cinema dal 1996 dopo una giovinezza difficile e burrascosa, quasi da sceneggiatura, ad oggi la sua produzione conta ben ventitré lungometraggi. Conosciuto e apprezzato più all’estero che in patria, pur essendo oggi considerato uno dei grandi maestri del cinema coreano, con la sua prolificità ha reso inevitabili alcuni risultati altalenanti, raggiungendo sia vette di grande poesia, sia alcuni dimenticabili scivoloni. L’indagine costante del mistero della vita e una frenesia creativa con pochi eguali lo spingono a non impiegare quasi mai più di un mese per le riprese dei suoi film, di cui è anche sceneggiatore.

A titolo di esempio, nel periodo tra gli anni 2003 e 2005 Kim Ki-duk dirige ben quattro film ottenendo: Premio del pubblico al Festival di San Sebastian 2003 per Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera; Orso d’argento al miglior regista al Festival di Berlino 2004 per La Samaritana; Leone d’argento – Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia 2004 per Ferro 3 – La casa vuota.

Kim Ki-duk è considerato uno dei maestri del cinema contemporaneo. Scopriamo quali sono i cardini della sua produzione ricca ed eterogenea.
Kim Ki-duk

Violenza, un cardine costante

Pur avendo una produzione molto variegata, si possono distinguere alcuni punti cardine nella filmografia di Kim Ki-duk. Un accento permanente viene posto su un odio e una violenza espliciti e a tratti immotivati, specie nella prima fase della sua carriera che va da Coccodrillo (1996) fino a The Coast Guard (2002). Questo aspetto peculiare viene così giustificato dallo stesso regista:

«L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile».

(Kim Ki-duk)

I suoi protagonisti sono antieroi, emarginati da una società disumanizzata in cui la trasgressione diventa l’unico modo per farsi notare. Anzi, è proprio nell’istinto che l’uomo rivela chi è davvero. L’analisi delle pulsioni primordiali dell’essere umano si protrae in maniera più lucida nella seconda fase della produzione dell’autore.

L’Isola

La magia

Rinunciando solo in parte all’aggressività dei personaggi dei suoi esordi, a partire da Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera Kim Ki-duk attraversa la sua fase d’oro, che si protrarrà fino a Dreams (2008). “Magia” è il termine con cui si potrebbe racchiudere gran parte delle suggestioni lanciate dal regista nelle sue pellicole. I protagonisti sono ancora dei solitari, dei reietti della società, ma il loro modo di agire non è solo votato alla violenza e alle pulsioni negative.

Abbandonando la logica, l’uomo ritrova sé stesso e riesce a connettersi ai cuori degli altri, che sia per un solo istante o per tutta una vita. Esempio massimo di questo assunto è il protagonista di Ferro 3Egli vive entrando nelle case lasciate vuote dalle famiglie, ma non commette atti improbi. Cucina, lava i panni, rassetta e, una volta concluso il suo soggiorno, se ne va lasciando tutto come prima. Il ragazzo non parla per tutto il film, vive solo osservando e agendo (anzi, reagendo) di conseguenza agli impulsi che il mondo gli pone dinanzi.

Proprio per questo, il suo istinto lo spinge a salvare una perfetta sconosciuta trovata per sbaglio in una casa dalle grinfie di un marito violento e tiranno e a portarla via con sé. La logica vive nel loro essere attenti e meticolosi nelle effrazioni che compiono, ma essa scompare ogni volta che si guardano negli occhi, senza bisogno di proferire parola. Vivono in un istante, in uno sguardo, in un bacio rubato e nascosto alle spalle di un marito che rappresenta l’omologazione alla società: cattivo, approfittatore, apparentemente pentito ma pronto a fare del male pur di affermarsi. In fondo si parla di amore, in Ferro 3.

Amore che è il trionfo della magia del silenzio, del tempo che resta eternamente sospeso, come due amanti che salgono su una sola bilancia il cui peso rimane zero, poiché il sentimento li fa levitare. Quella stessa sospensione si ritrova anche nel rapporto tra maestro buddista e discepolo nel già citato Primavera… o nella tenerezza dell’amore adolescenziale contrapposta al desiderio di controllo degli adulti ne L’Arco (2006). Una scappatoia dall’oblio, dunque, è possibile solo attraverso un viaggio tutto spirituale alla riscoperta di sé stessi, fermandosi per un istante allegorico, eppure viaggiando dentro un Mondo che continuerà a non fermarsi.

Kim Ki-duk è considerato uno dei maestri del cinema contemporaneo. Scopriamo quali sono i cardini della sua produzione ricca ed eterogenea.
Ferro 3 – La Casa Vuota

Una ferita profonda

L’idillio creativo del regista ha una brusca frenata dopo un grave incidente sul set di Dreams (2008) in cui un’attrice ha quasi perso la vita. Questo avvenimento getta l’autore in un grande sconforto e in una crisi spirituale profonda. Egli decide infatti di ritirarsi dalle scene a tempo indeterminato e si trasferisce come eremita in un capanno per pescatori. Evita il più possibile i contatti con gli altri abitanti del luogo e alterna pochi momenti di lucidità a molti di rabbia, ubriachezza, furore.

Come per i suoi personaggi, lo sfogo di una pulsione diventa l’unica via verso il ritrovamento della Vita. Da questo isolamento volontario nasce Arirang (2011), un documentario che mostra tutti gli aspetti dell’uomo Kim Ki-duk. Nato come una ricerca tanto meticolosa e profonda quanto quella che porta a un film, la macchina da presa coglie l’uomo ubriaco e maldestro, l’uomo introspettivo, l’uomo pittore che vuole ritrovare l’empatia e anche l’uomo che si addormenta pregando.

Questo esperimento vince la sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes e rilancia l’attività del regista che subisce un ennesimo aggiustamento tematico.

Rassegnazione

In quest’ultima fase, l’esasperazione delle ombre degli esordi surclassa i pochi momenti di luce rimasti del periodo precedente all’incidente. Il culmine si ha con Pietà che vince il Leone d’Oro a Venezia 2012, passando poi alla muta ferocia di Moebius (2013), in cui evirazioni e stupri per vendetta abbondano senza alcuna remora in un impeto tanto provocatorio quanto fine a se stesso, e all’aspra critica sociale de Il Prigioniero Coreano (2016), rappresentazione di un mondo diviso in forti e deboli, oppressori e oppressi, poteri autoritari e democrazie (Corea del Nord e del Sud).

Pietà è la summa del nuovo Kim Ki-duk. Il protagonista Kang-Du riscuote i pizzi per conto di uno strozzino e non si fa remore a menomare le vittime indebitate per far ottenere loro i soldi dell’assicurazione da restituire. Un giorno, una donna che dice di essere sua madre bussa alla sua porta. Per lui e per lei è l’inizio di un rapporto morboso, perturbante e malato che sfocerà in tragedia. La trama già ci racconta il ritrovato approccio fisico e ferale del regista. Tuttavia, ciò che emerge con maggiore perizia rispetto al passato è la contrapposizione con un piccolo segmento in cui il Bene sembra poter vincere. Kang-Du perdona la madre, inizia ad amarla e proteggerla ed è pronto a cambiare vita e rinunciare alla cattiveria.

Tuttavia, il prezzo dei suoi crimini è troppo alto e la sua disfatta non viene stavolta dal mondo, ma dalla sua stessa interiorità. Scopertosi vittima di una macchinazione creata proprio dalla donna che non è sua madre, egli non infierisce sugli altri, ma su se stesso. In un’intricata parabola emotiva e psicologica, Kang-Du fa ammenda per il dolore che ha procurato, avendone conosciuto il contraltare, e decide di diventare vittima di chi, una volta, lo era stato per causa sua. L’Ombra si sacrifica creandone altra, ma lasciando un fondo di alba che nascerà solo dopo la conclusione del film, restando preclusa allo spettatore.

Pietà

Kim Ki-duk è un volto e mille volti. Un autore che si isola e fa aggregare le persone intorno ai suoi film lasciando loro le conclusioni, ma che sa anche essere aperto e analitico prima di tutto verso sé stesso e poi verso il mondo. Per suggellare questa analisi, suggeriamo la visione di una bellissima masterclass da lui tenuta alla vigilia della sua vittoria del Leone d’Oro. Un documento importante per scoprire la persona oltre l’opera e l’opera dentro la persona.

Leggi anche: La poetica della violenza nel cinema orientale

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