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The Haunting Of Bly Manor – Quando non si vuole rinunciare ai tópoi horror

Con The Haunting of Hill House, Mike Flanagan e il suo team di directors e writers erano riusciti a risolvere un problema, in parte. Il rischio maggiore di adattare un testo non recente è quello di trovarsi a mettere in scena dinamiche fin troppo abusate, elementi che hanno saputo essere originali e ora sono considerati cliché.

Nonostante questo rischio si sia manifestato, lo show televisivo aveva saputo riscuotere grandissimo consenso.

Con la prima stagione di questa serie antologica, la narrazione raccontava i personaggi in due piani temporali, il passato a Hill House e ciò che era capitato a quei personaggi molti anni dopo. C’erano delle eccezioni, ma sostanzialmente la struttura si divideva in due tempi ben precisi. Tutto era messo in scena con rigore e la sceneggiatura aveva inserito pochissimi jump scare, focalizzandosi su come un luogo plasmi le persone che lo abitano.

A me non era piaciuta particolarmente e leggendo che questa nuova serie era diversa, ho creduto che potesse fare al caso mio.

Spoiler: In effetti è diversa ma non è esattamente come pensavo.

The Haunting Of Bly Manor adatta uno dei romanzi più importanti del genere ghost story, cercando nei tópoi horror la sua forza.

Trama, cliché e stimoli narrativi

Dopo la trasposizione del romanzo di Shirley Jackson, questa nuova stagione adatta un altro famosissimo racconto, un vero caposaldo di questo genere: Il giro di vite. Come nel caso della prima stagione, il rischio si è ripresentato. Il romanzo di Henry James, difatti, risale al 1898, perciò la possibilità di ritrovarsi delle formule di scrittura già ampiamente utilizzate è alta.

1987, Londra. Un’istitutrice accetta il lavoro di educatrice presso la villa di Bly, dove ad aspettarla ci sono i due orfani di cui occuparsi. Nonostante il comportamento molto strano dei bambini, i personaggi ripetono alla protagonista e allo spettatore «non mi sorprende per quello che hanno passato», come se fosse un mantra.

Partendo da questo incipit, The Haunting Of Bly Manor compie tutta una serie di scelte che funzionano ma sono quanto di più lontane dall’originalità. Ci sono, come abbiamo già detto, i bambini inquietanti che alternano momenti di dolcezza e crudeltà; ci sono le bambole; c’è il carillon con la melodia lugubre che ritorna nello show come motivo musicale ricorrente e c’è un make up ancora derivativo da Samara di The Ring.

Tutti questi tòpoi sono davvero fastidiosi se lasciati a loro stessi senza una svolta.

Quest’ultima, purtroppo, non incombe mai, ciò detto funziona tutto. Insieme a questi cliché ci sono una serie di tracce, d’inserti che stimolano lo spettatore a riflettere sui possibili plot twist dello show, anche in questo caso, però, c’è qualche falla nella sceneggiatura. Pensate alle impronte lasciate dai bambini e ricordate che la colpa di queste è sempre data a loro, tuttavia si scoprirà che queste tracce sono della dama del lago. Com’è possibile confondere delle impronte di una donna adulta con quelle di due bambini? Solo gli sceneggiatori poco attenti lo sanno.

The Haunting Of Bly Manor adatta uno dei romanzi più importanti del genere ghost story, cercando nei tópoi horror la sua forza.

Messa in scena e qualche spunto interessante

Oltre al rigore nella scrittura e nei suoi elementi stantii ma efficaci, la regia di The Haunting of Bly Manor compie un ottimo lavoro sul caratterizzare questo maniero attraverso il punto macchina e i suoi margini.

Per rendere ogni luogo pericoloso e creare inquietudine, la regia cerca costantemente di riservare uno spazio all’interno dell’inquadratura da destinare a uno specchio, un cappotto, una porta aperta e persino fantasmi immobili che non agiranno mai. Anche questo lavoro visivo è molto rigoroso e per nulla sorprendente, ma funziona e agisce benissimo sull’atmosfera dei luoghi di racconto.

Come nella prima stagione, anche The Haunting of Bly Manor riflette sul concetto di famiglia, in questo caso di nuclei anti convenzionali, dove tutti i personaggi si ritroveranno ad affrontare pericoli fisici e spirituali. In merito alla materia concreta e astratta, la serie ideata da Mike Flanagan ha ormai rivolto sempre più interesse al concetto di dimora fisica e spirituale.

The Haunting Of Bly Manor adatta uno dei romanzi più importanti del genere ghost story, cercando nei tópoi horror la sua forza.

Molti dei personaggi di The Haunting Of Bly Manor vivono in scenari splendidi, ma la mente preferisce o è costretta a viaggiare nei ricordi, ad allontanarsi dal luogo fisico di Bly per trovare la felicità o la dannazione nel passato. Mentre il senso di famiglia è meno potente in quest’annata, il lavoro sulla tematica del distacco tra abitazione del corpo e dello spirito è molto interessante.

Conclusioni

Oltre a tutto ciò, la serie ha lo spazio per raccontare amore e possessione, mascolinità tossica, concetto di proprietà e di capitale legato al territorio. Nonostante tutti questi spunti non c’è mai un discorso portato avanti fino alla conclusione.

La relazione tra Rebecca e Peter Quint, ad esempio, una delle story line con più attualità di dibattito del nostro tempo, non ha un epilogo opportuno e ha un grande difetto: nel raccontare il rapporto tossico tra i due, ci vengono spiegate le cause del perché Peter agisca in quel modo. Quest’ultimo ha una back story, delle motivazioni concrete mentre Rebecca assolutamente no. La sua debolezza non è mai giustificata, mai spiegata, come se alla serie non importasse. Le cause sono probabilmente da riscontrare nello sguardo maschile dietro il prodotto, poco attento a questa dinamica dalla quale scaturisce un personaggio come Rebecca, abbastanza sciatto e quasi senza peculiarità.

The Haunting of Bly Manor ha scelto quasi unicamente le vie più facili ed efficaci, proponendo un prodotto che fonda il suo racconto sulla classicità senza mai stravolgerla, senza mai riuscire in un discorso davvero strutturato e attuale.

Leggi anche: American Horror Story – Il trionfo degli Antieroi

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