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John F Donovan & Pompeo – Successo e fragilità

Il mare risplende calmo, piatto come una tavola. Nulla lascia trasparire quello che si muove sotto la superficie, non un colore né una piccola increspatura. L’acqua lambisce braccia, mani, gambe; la pelle cede l’arsura del sole, con un piacere rigenerante, alla marea autunnale. Sembra tutto andare nel verso giusto, fino a sentire quel fuoco sulla pelle, ignoto e invisibile; l’agitazione monta, ma come sabbie mobili di lava, se il movimento aumenta il fuoco si espande. Per poi ritrovarsela lì, davanti agli occhi, placida e distaccata, in simbiosi mimetica col mare, cullata dalle onde: la medusa. Il mare non è più lo stesso dopo aver incontrato una medusa; impossibile dimenticare la sensazione di quel morso invisibile, o la visione dei tentacoli che si stampano sulla pelle. Il cinema non è più lo stesso dopo aver incontrato John F Donovan, la vita non è più la stessa dopo aver conosciuto Pompeo.

Come meduse, entrambi strisciano sotto la superficie del mezzo artistico, placidi e silenziosi. Ma poi colpiscono, con una forza inaudita, lasciando tutti senza fiato. Eroi fragili, o forse eroi della fragilità.

Megafoni di un’umanità capace di guardare le stelle, ma affranta dal guardarsi dentro; raggelata dal dover realizzare la propria condizione o il proprio destino, abbandonata a un edonismo passivo in cui conta solo correre. Poco importa se si procede in circolo, scavando un buco sempre più profondo nell’intimo. Un buco nel muro, o un buco in vena, collassi gravitazionali dell’anima, da cui traspare l’abisso; la profonda e penosa vacuità di un’esistenza sotto i riflettori.

John F Donovan

John F Donovan, protagonista della pellicola di Xavier Dolan La mia vita con John F. Donovan (2018), è un attore affermato; per quanto dozzinale e infantile possa essere la sua opera attuale, è innegabile che si trovi sulla cresta dell’onda. Eppure, non è soddisfatto di sé, non è soddisfatto proprio per niente. Le serate di gala, le foto, i fan urlanti sono figure in un gioco di specchi che lo lacera; ci pensa e ci ripensa, mentre sul retro di una berlina pulciosa si sveste. Indossa una felpa nera col cappuccio e un paio di jeans, per mimetizzarsi, per nascondersi.

Dove è finito John F. Donovan? Chi è John F. Donovan?

Anche Pompeo l’artista, in Gli ultimi giorni di Pompeo (1985) del fumettista Andrea Pazienza, si nasconde dal mondo. Lui ha scelto la provincia come antidoto ai riflettori; una casa anonima, un paesino anonimo e l’eroina come acqua del Lete per dimenticare tutto. La fama, il successo, l’ansia da prestazione; ottundimento sociale e sensoriale per scappare da un mondo cannibale, in cui tutti reclamano un assaggio. Nella provincia vive come in una bolla, totalmente escluso dalle dinamiche della metropoli; si spoglia delle vesti di artista che tutti vogliono fargli indossare.

John F Donovan

John F Donovan recita una parte anche sul red carpet, mentre sorride mano nella mano con la sua fidanzata. Non vorrebbe essere lì, vorrebbe strapparsi di dosso quella maschera e smetterla di agitarsi come un pupo. Appena può scappa nel sottosuolo, in un locale affollato dove la musica e il turbinio dei corpi lo avvolgono; l’alcol gli brucia l’anima e ogni freno inibitorio, si abbandona al desiderio e sulla pista, lontano da occhi indiscreti, si sente finalmente libero.

Incrocia labbra e battito con l’uomo che gli ha infiammato la testa; basta ipocrisie, almeno per una notte, vuole amare per davvero.

Pompeo non esce mai dal bozzolo che si è creato in quella casa sporca, che puzza di chiuso. Mette il naso all’aria aperta solo per procurarsi le dosi da spararsi in vena e per foraggiare il frigo, perennemente vuoto. Che altri motivi avrebbe per uscire; lì tutti lo considerano un originale, a volte addirittura pazzo. Lui è l’artista, quello di Bologna, il tipo che ha sbroccato; sanno tutti così bene chi è Pompeo, tranne Pompeo stesso. Lui si sente libero solo sulle onde della roba, quando si scioglie tra le lenzuola come gelato al sole; con la mente che zittisce l’uragano di voci che gli trapana il cervello.

John F Donovan

La fama è una gabbia, con sbarre di abbracci, strette di mano e fiati corti e caldi; una prigione di luci, riflettori, ruoli e fili di marionetta. Bisogna compiacere tutti, dal fattorino sul set, allo spacciatore di turno; non c’è nullità che non possa avanzare una qualsiasi pretesa sul tempo e la pazienza di Pompeo e John F Donovan. Rispondere alle battute, ascoltare un confuso biascichio di parole futili e nebbiose; tutto procede in dissolvenza, come rumore di fondo di una metropoli di fantasmi. Città sterminate come oceani, eppure così dannatamente affollate; corpi che si accalcano alla ricerca di un pizzico di calore, di una carezza amorevole.

A volte, sia John che Pompeo, sognano di tornare indietro nel tempo, a quando erano bambini. Desideri semplici, come il bagno in una vasca a cantare e lasciarsi insaponare la schiena; oppure come un pranzo in famiglia a parlare del più e del meno, senza scopo solo per il gusto di sentirsi la voce a vicenda.

John vorrebbe ancora quei pomeriggi in garage con suo fratello ad ascoltare musica, a raccontarsi di amori non corrisposti; ore e ore su un divano pulcioso, al sapore di nicotina, luppolo e libertà.

Pompeo, nel delirio della pera, vede Pippo, Topolino, Paperino, i suoi miti dell’infanzia. Come un bambino d’altri tempi, si ritrova a vagare senza pantaloni nell’aia deserta del suo immaginario; a rincorrere amici immaginari come galline, nella solitudine esistenziale da tossico. Tornare a fare disegnini sui quaderni a quadretti, al posto dei compiti di scuola; indagare le forme delle nuvole, dare volti familiari ai nembi che si rincorrono nel cielo. Un trip indomabile e rigenerante, ma alla fine c’è sempre il down, che lascia in bocca un sapore amaro di disillusione.

La famiglia, l’infanzia, sono solo teatri aggiuntivi su cui recitare un copione; abiti da indossare, trucco e parrucco, pochi scalini prima del palco. Attorno alla tavola si inizia la pantomima dei buoni sentimenti, tutti a recitare la parte dei sostenitori; un ronzio costante di “ti ho visto”, “sei bravissimo”, “io l’ho sempre detto”. Sono convinti che basti la loro ipocrisia dozzinale a coprire anni di solitudini incomprese, sogni insultati e talenti sprecati; di tutto quello spettacolo non resterà che un buco.

Nel muro o in vena, un vuoto da colmare.

Pompeo e John F Donovan, due meduse intrappolate dai colori e dai riflessi accecanti della barriera corallina; spinti dalle correnti, si mischiano nel brulichio di specie marine. Si muovono tra polipi nascosti sotto gli scogli, timidi e un po’ misantropi, tonni e pesci spada, grossi rissosi e rubizzi, e gruppi sterminati di anonimo pesce azzurro. La loro vita è una travisamento continuo, il tentativo costante di passare inosservati, di negare la propria natura di esseri straordinari; evitano i predatori e scappano da banchi di alici per non essere smembrate, nella totale indifferenza della massa cieca e ottusa.

«Cercò la paura, ma non la trovò», così scrive Pompeo. Resta la noia, la voglia di lasciarsi cullare dalle onde e un’infinita stanchezza; un senso di atarassia profondo come un pozzo che inghiotte tutto. Desideri, sogni, progetti vanno giù per lo scarico della vasca, sul fondo del mare; il resto è racchiuso in una maracas di psicofarmaci, o nella medusa rossa che si allarga nella spada. Rosso come il sangue o come l’inchiostro, di poche righe stringate di arrivederci; buttate giù nella cucina solitaria di un diner, quando i battenti sono chiusi e restano solo le briciole sul pavimento, di pasti consumati in fretta.

«I didn’t want any flowers, I only wanted
To lie with my hands turned up and be utterly empty.
How free it is, you have no idea how free».

(Sylvia Plath)

Quando una medusa si stanca, capisce che il suo ciclo di vita è prossimo alla fine, si affida al mare; rincorre quell’istinto metafisico di eterno e si abbandona alla corrente. Solo per essere trascinata a riva, sul bagnasciuga, sotto gli occhi distratti dei passanti, a consumarsi al sole. Ma non è un suicidio, no. Forse è solo stanchezza, speranza, o un banalissimo errore di valutazione.

Leggi anche: La mia vita con John F. Donovan – C’è qualcosa di Speciale

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