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Dante’s Hell – La Commedia e la mediocrità

Dante’s Hell, diretto da Boris Acosta,  quest’anno, è stata una delle prime opere ad aprire il Ravenna Nightmare Film Festival.

Lo scopo che la pellicola si prefigge è quello di accompagnare lo spettatore, passo dopo passo, lungo il tortuoso cammino compiuto da Dante stesso attraverso l’Inferno; al fine di coinvolgere l’immaginazione di chi guarda, questo avviene utilizzando una narrazione mista, italiano e inglese da parte di attori, ricercatori e artisti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Vaticano.

Il progetto è senza dubbio ambizioso, e a supportarlo c’è un impegno non da poco da parte del regista, del direttore creativo e di tutto il cast. Il documentario, tuttavia, a differenza del Poeta di cui racconta la catabasi, non riesce a ergersi in alcun modo vittorioso al termine della narrazione. La pellicola si presenta infatti ricca di contenuti, come il poema che d’altronde si impegna a raccontare, ma mediocre sotto il punto di vista creativo, artistico e, soprattutto, tecnico.
Ma si proceda con ordine.

Come già anticipato, uno dei punti maggiormente a favore di Dante’s Hell è sicuramente il grande impegno posto nel trasmettere in modo semplice e accessibile le informazioni interne alla prima cantica dantesca. E difatti, in questo riesce.

La narrazione procede sicura, partendo dall’iniziale perdizione di Dante all’interno della Selva Oscura fino all’ingresso nel regno dei dannati, proseguendo poi per ogni singolo girone, fino ad arrivare al cospetto di Lucifero, che con le sue tre teste mastica e sfregia Giuda, Cassio e Bruto, i tre grandi traditori, rispettivamente di Cristo e dell’Impero.

Le vicende si svolgono in modo romanzesco, senza fare riferimento ai canti specifici, ma direzionandosi sulla base della geografia interna dell’Inferno, così che orientarsi diventi più facile per uno spettatore meno esperto.

Questa è una scelta particolarmente felice, poiché dona coerenza e coesione alla narrazione, che altrimenti risulterebbe probabilmente confusionaria, a causa della grande quantità di informazioni su schermo a ogni istante.

Dante’s Hell
Dante’s Hell (Boris Acosta)

Il documentario tuttavia sin dai primi secondi di proiezione solleva dubbi.
Il primo tra questi riguarda il comparto creativo, nello specifico gli aspetti di grafica e di animazione. Se infatti attraverso una rapida ricerca è possibile ricondurre alla realizzazione della pellicola un budget di circa un milione di dollari, non ci si spiega come questi fondi siano stati investiti.

Il comparto grafico, basato in larga parte sulle tavole e i dipinti di Dino Di Durante, settantadue delle quali preesistenti al progetto Dante’s Hell, fa affidamento a effetti di grafica estremamente rudimentali, che hanno come effetto quello di rendere la narrazione fin troppo statica e datata. Ciò che ne deriva rasenta la noia.

Un’ulteriore critica va al montaggio, che presenta vari errori tra cui anche singoli frames dimenticati all’interno di sezioni più ampie, che con un semplice controllo sarebbero immediatamente saltati all’occhio del revisore, e all’utilizzo del green screen, il cui alone verde attorno ai vari narratori, che in modo inevitabile rimanda a una scarsa dimestichezza del mezzo, poteva essere velocemente corretto.

Curiosa anche la scelta del font, o tipo di carattere, in italiano. Lo stile, apertamente goticizzante, rimanda senza possibilità di errore a un videogioco del 1996, Diablo. Una scelta simile fa sorridere, ma stride con lo scopo didattico del documentario, in quanto rimanda volutamente a un’idea più spettacolare della Commedia storicamente e artisticamente accurata.

Proseguendo, un altro elemento che lascia particolarmente perplessi è l’audio. Tenendo sempre presente che non tutte le registrazioni sono state effettuate sotto la supervisione di Acosta, alcune sono infatti di molto precedenti quindi è legittimo che la qualità del sonoro possa variare, in nessun caso si verifica che l’ascolto sia piacevole.

L’utilizzo del microfono, se c’è stato, è probabilmente visto come elemento secondario alla riuscita del progetto, che però proprio su questo pone gran parte del suo peso. Il suono è sporco, le voci non equilibrate in post-produzione, l’eco nelle stanze palese. Tutti elementi che, in un progetto sedicente professionale, non ci si aspetterebbe di trovare.

Dante's Hell
Dante’s Hell (Boris Acosta)

Volgendo infine lo sguardo verso il contenuto, ciò che salta all’occhio sono diversi errori commessi dal regista, alcuni di essi anche gravi.

Se infatti il contenuto della Commedia si dispiega in modo fedele, compaiono, soprattutto al termine del documentario, elementi che stonano con la tradizione dantesca.

Utilizzando come fonte la Vita Nova, prosimetro in cui Dante ripose le sue migliori rime giovanili, interpretandole e contestualizzandole, Acosta tenta una ricostruzione della vita del Poeta. Questa assume una reinterpretazione sotto un’ottica eccessivamente romantica, errore comune, ma non per questo meno grave, soprattutto all’interno di un’opera che si propone di essere didattica. Basterebbe la frase «all’età di nove anni conobbi Beatrice; dopo qualche tempo, ci innamorammo, e lei divenne la musa della mia arte e la luce della mia vita» a far perdere di autorità tutto ciò che il documentario ha faticato tanto a raccontare.

Essa rappresenta un fraintendimento che nessun esperto dantista potrebbe mai permettersi. Intendere la servitù d’amore dantesca come un semplice innamoramento è difatti sintomo di aver frainteso non solo le opere del Poeta, ma gran parte della tradizione letteraria italiana.

E se questo è l’errore in assoluto più grave, altri ne seguono, come quello di considerare il rapporto tra Dante e Bonifacio VIII una conoscenza (termine piuttosto eufemistico, visti i trascorsi tra i due), o l’inserimento di un dipinto dell’Imperatore Federico II di Aragona (chiamandolo Re) nel momento in cui la voce narrante racconta il legame ideologico di Dante con l’Impero, quando è risaputo ai più che l’Imperatore in carica, destinatario anche di epistole da parte del Poeta, fu Arrigo VII.

Al termine del racconto biografico la Commedia viene addirittura chiamata poesia, anziché poema, e ne viene mostrata una copia (malamente realizzata con un programma di editing), nonostante non esistano opere autografe di Dante.

Dante's Hell

Tanti quindi, troppi gli errori interni a un’opera che nasce con lo scopo di insegnare, ma che fallisce su molti fronti, e quando riesce lo fa a fatica, in modo semplicistico e banalizzante, senza riuscire mai a infondere la vita nella narrazione dantesca, ma rendendola a tratti più noiosa della semplice lettura del poema, e spesso meno affascinante.

E se lo stesso produttore e regista, al termine del documentario, si permette di dire che «le opinioni di tutti i narratori interni al film sono valide tanto quanto quelle di chiunque altro abbia letto la Commedia e ne sia stato toccato», il consiglio che ne viene spontaneo è quello di avere opinioni, certo, ma di imparare a basarle sempre sullo studio, sui dati effettivi, e non su delle idee preconcette o su supposizioni.
Dante è un autore estremamente complesso, dalla profondità vertiginosa, e affacciarsi a lui e alle sue opere necessita di grande impegno e passione; senza di essi, il risultato non può che essere mediocre.

Leggi anche: RNFF: L’arrivo di Wang – L’arma del linguaggio, il timore dell’insolito

Michel Buraggi
Laureato in Lettere Moderne, aspirante regista e sceneggiatore. Studio, scrivo, mi lamento e bevo tanto tanto troppo caffè.

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