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La nuova scuola romana: Aronadio, un nichilista attivo

Una mattina ti svegli e hai un fastidio. Hai un fastidio che persiste.
Ti sei svegliato e il mondo non è ancora come desideri tu.
Questo è il risveglio di Albert Camus, di Friedrich Nietzsche, come può essere il risveglio di qualsiasi nichilista sulla Terra.
Ed è di fatto il risveglio del protagonista senza nome e senza identità – che dunque noi stessi potremmo essere – del film Orecchie (2016), firmato dal regista romano Alessandro Aronadio, classe 1975.

Esordisce con Due vite per caso (2010) e ci regala nel 2016 questa grande commedia.
Una tragicommedia di grande spessore, che invita lentamente a entrare nella mente del protagonista, l’esordiente Daniele Parisi. Non da subito però.
All’inizio, quasi brechtianamente, si è straniati dalla visione, una surreale lite tra un’anziana donna e due suorine invadenti, ma soprattutto uno straniante e persistente fastidio alle orecchie, che lo spettatore percepisce come primo suono, e il protagonista fin dal risveglio.

Il regista non offre subito una visione completa, tradizionale: all’inizio, per scelta, l’immagine è racchiusa in un quadrato formato 1:1, per poi, lentamente, allargarsi fino a raggiungere il formato classico, proprio nel momento in cui il protagonista raggiunge la sua apertura mentale. Interessante è anche la scelta del bianco e nero per l’intero film, riportando una Roma particolare, ma pur sempre riconoscibile. Il protagonista si sveglia, e subito si percepisce la sua solitudine volontaria in un’atmosfera quasi hopperiana.

aronadio

Nelle prime ore del mattino viene dunque disturbato dalla vicina di casa e da due suorine, che pongono fin da subito nel protagonista un grande dubbio, lo stesso che affligge ogni uomo: il mistero della fede. Solo nel finale, grazie all’incontro di un uomo di fede che chiuderà il cerchio – un prete fuori dagli schemi interpretato brillantemente da Rocco Papaleo – il protagonista giungerà alle sue conclusioni.

La notizia più disturbante della mattinata, già dimostratasi rocambolesca, è la morte di un suo amico di cui non ricorda minimamente il legame.

L’inizio della giornata avviene in ospedale, dove fin da subito il nostro uomo si imbatte in lunghe procedure burocratiche e grottesche diagnosi mediche, non riuscendo comunque a risolvere e comprendere l’origine del suo fastidio all’orecchio. Aronadio, di fatto, racchiude il racconto in ore perse per una Roma senza alcuna risoluzione, come ogni cittadino romano ha provato almeno una volta nella vita.
Il nostro protagonista rimane sempre più disilluso da ciò che lo circonda: il suo ruolo da insegnante precario, la sua relazione, i suoi studi filosofici che non lo aiutano a superare gli ostacoli che la giornata, come la vita, gli sta riservando.

L’uomo senza nome, che in fondo rappresenta ognuno di noi, soffre il mal di vivere esistenzialista, ed è ineluttabile la citazione nel film stesso allo scrittore francese Albert Camus.
Uno studente a cui il professore fa ripetizioni, abbandonata la scuola per abbracciare la strada del rap, decide di scrivere una canzone su Lo straniero di Camus, senza neanche saperlo pronunciare. Mentre il professore si identifica profondamente nella sua figura.

«Davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo», estrapolando le parole di Meursault, personaggio principale di Camus nel suo capolavoro del 1942, viene naturale rintracciare il volto, l’atteggiamento del personaggio di Aronadio.

«Ma tutti sanno che la vita non val la pena di essere vissuta» afferma ancora l’algerino Meursault.

Vi è però un momento di svolta nell’esistenzialismo di Camus, che se non si è mai definito tale, e questo Aronadio lo sa e ce lo mostra nel suo viaggio.
Il nostro uomo decide di non avere più paura di affrontare le avversità e le ingiustizie, e capisce a fine pellicola, con l’immagine allargata a 1,85:1, l’amore per la vita, e soprattutto per la sua compagna Alice Spina (Silvia D’Amico), che non è la sua spina nel fianco, ma la sua spinta. Decide, forse, di accettare quel masso che ogni giorno dovrà portare fino in cima ma, come il Sisifo di Camus, capisce che tale lotta basta a riempire il cuore di un uomo. Capisce che accogliere l’assurdo lo libera dalla maledizione dell’infelicità, verso la  possibilità di immaginarsi possibili.

Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.
(Albert Camus, Il mito di  Sisifo)

Aronadio passa dal nichilismo attivo a quello passivo, ed è quindi inevitabile chiamare in causa colui che al nichilismo diede il nome, Friedrich Nietzsche. Secondo il filosofo esiste il nichilismo cosiddetto passivo, dove l’uomo si rifugia, precipita nella sfiducia sistematica e nel rifiuto della vita stessa.

È possibile tuttavia evitare il rischio del nichilismo passivo superando questa visione: nel momento in cui il nichilismo diventa attivo, l’individuo riconosce il caos della vita, accetta consapevolmente l’insensatezza del mondo. A questo livello di consapevolezza e di libertà l’uomo capisce che la vita deve essere vissuta con desiderio e abbandono pieno di amore per il presente e per tutte le sue contraddizioni, nel rifiuto di ogni rifugio, senza sfuggire alle proprie responsabilità.

«Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra», chiede Nietzsche, e Aronadio ascolta.

Il regista continua sempre a porsi delle domande in chiave filosofica, realizzando un’altra commedia a due anni di distanza, Io c’è del 2018. Con toni comici e a colori, racchiude sempre il tema dell’inevitabile bisogno naturale dell’uomo di aggrapparsi a delle sicurezze.
L’uomo cerca risposte nella vita, cerca la verità. In Orecchie l’uomo capisce che non è sempre necessario dare un senso alla vita, per i protagonisti di Io c’è la questione è leggermente diversa.

Il tema della religione, a cui è profondamente legato Arona(dio) – un nome una garanzia – diventa ancora più centrale.

Massimo, interpretato da Edoardo Leo, è il proprietario di un bed&breakfast che comporta numerose tasse. Quando scopre che gli edifici di culto, classificati come tali, sono esenti dalle spese, decide di fondare una religione. Un culto, chiamato lo “ionismo”, basato sulla venerazione esclusivamente di sé stessi, in cui si può contare solamente sulle proprie forze. Lo specchio diventa il simbolo sacro della nuova religione di Massimo; il fenomeno dello ionismo, inaspettatamente, da subito trova seguaci che hanno bisogno di sicurezze per poter andare avanti, e trovano appagamento nelle parole di Massimo.

Ma il film non si limita solo alla parodia del sacro, e più in generale della fede. Va oltre. Parte sempre dal concetto antico, affermato fin dalle prime civiltà, anche dal teologo greco Origene citato nel film, ovvero dal bisogno dell’uomo di credere in Dio, o in una qualsiasi entità trascendentale; per cui l’uomo si avvale anche della menzogna se ciò diventa il motore.

E di nuovo torna in campo Nietzsche, affermando che l’uomo si rifugge nel metafisico per evadere dai problemi della realtà, per paura. Aronadio, questa volta, risponde con l’assurdo ionismo. Nell’assurdità del culto inventato per un imbroglio, l’uomo può smettere di evadere dalla realtà, e porre al centro l’immanente Io, che è reale. Può guardarsi intorno e trovare la forza, senza nessun artificio. A questo punto, riconquistata la forza dal mondo reale, può anche accorgersi della collettività che lo circonda.

Leggi anche: Alice Rohrwacher, tra verismo e surrealismo

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