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The Crown – Dove eravamo rimasti?

Il 15 novembre di questo incredibile (e non nell’accezione più positiva del termine) anno sbarcherà su Netflix la quarta stagione di The Crown, che approfondirà gli anni di regno di Elisabetta II tra il 1977 al 1990.

La serie, lodata unanimemente da pubblico e critica come una delle migliori dell’ultimo decennio, è riuscita a catalizzare intorno a sé un interesse che si pone al di là del pettegolezzo in merito alle vicende interne alla famiglia reale, da sempre bersagliata da gossip e indiscrezioni di qualsiasi natura.

Insomma, per una volta (finalmente) l’occhio della telecamera si è stretto superbamente attorno alla dimensione sacrale della corona.

Già, perché The Crown ha valorizzato autenticamente l’importanza istituzionale incarnata nella figura della regina, la complicata gestione e approvazione delle scelte politiche di palazzo, le conseguenze da esse derivate.

Insomma, per una volta (finalmente) l’occhio della telecamera si è stretto superbamente attorno alla dimensione sacrale della corona.

Quarta stagione, dicevamo. Ma dov’eravamo rimasti, esattamente? La terza, al netto di qualche polemica sollevata da Dickie Arbiter (l’ex segretario stampa della regina, secondo il quale la simpatia tra Elisabetta II e il Conte Porchester sarebbe stata dipinta volontariamente in maniera un po’ troppo ambigua), ha confermato il trend assolutamente positivo delle precedenti.

Cosa non affatto scontata, soprattutto in considerazione dei radicali cambiamenti subentrati nel cast principale (che funzionava a meraviglia): Olivia Colman (premio Oscar in La Favorita) sostituisce una superba Claire Foy nei panni della sovrana, ormai da tempo calata nel ruolo istituzionale e quindi più dimessa, così come Tobias Menzies presta il volto a un Filippo largamente più contenuto e misurato rispetto al giovane esuberante impersonato da Matt Smith.

Tra gli altri, Helena Bonham Carter (nella serie la principessa Margaret) e Charles Dance (Lord Mountbatten) impreziosiscono la qualità generale di un cast di assoluto spessore, che regge abbastanza bene il confronto con il gruppo precedente non facendolo assolutamente rimpiangere.

Insomma, per una volta (finalmente) l’occhio della telecamera si è stretto superbamente attorno alla dimensione sacrale della corona.

La Storia come set: l’importanza della contestualizzazione in The Crown

The Crown 3, a differenza dalla prima e dalla seconda stagione, propone un’Elisabetta quasi “di sfondo” alle vicende, invece focalizzate maggiormente sui singoli personaggi che, in un modo o nell’altro, le ruotano intorno: Margaret e Carlo in primis. Già il principe era stato protagonista in uno degli episodi più belli e intensi della seconda stagione (Pater familias), ma è chiaro che il suo ruolo acquista sempre maggiore centralità con la crescita e l’ingresso in età adulta.

A questo proposito, però, occorre sottolineare come le teste coronate sembrino (a tratti) dipinte come figure secolarizzate, prototipali, dai sapori e dai pensieri poco sfumati. Parziale (forse neanche tanto) giustificazione può esser data dalla più grande verità, quella mai raccontata ma che tutti sanno: ovvero, nessuno può mai conoscere davvero ciò che agita gli equilibri di Buckingham Palace, e forse è meglio così.

Ad ogni modo, The Crown ha dalla sua uno sfondo d’eccezione: il XX secolo, con tutti i suoi annessi e connessi. In più di una puntata, non a caso, si ha l’impressione che la famiglia reale sia solo il centro di un cerchio narrativo che si espande per tutto lo scenario socio-politico mondiale.

Di certo, questo aiuta lo spettatore a contestualizzare Elisabetta II negli anni del suo regno, e lo avvicina a una dimensione, quella monarchica, oggi sempre più sfocata.

La riproposizione televisiva di alcuni tra gli eventi più importanti della storia contemporanea agevola la dinamicità di cui The Crown sa di aver bisogno: tra le avventure extra-coniugali del Duca di Edimburgo (e le frustrazioni dovute alla posizione subordinata rispetto alla moglie nel complesso organigramma di palazzo); le reciproche incomprensioni di Elisabetta e Margaret; le frequenti introspezioni della sovrana (alle prese con questioni, alle volte, più grandi di lei, come il perdono di suo zio Edoardo nella 2×06), la narrazione si snoda attraverso un ritmo eccessivamente piatto, seppur mai davvero noioso.

La quarta stagione di The Crown dovrebbe coprire il lasso di tempo che va dal 1977 al 1990, uno dei periodi più densi e difficili del regno elisabettiano: sono gli anni dell’insediamento di Margaret Thatcher, del matrimonio tra il principe Carlo e Lady Diana, del conflitto delle Falkland. Tutti eventi che saranno, presumibilmente, ben tratteggiati nel corso delle dieci puntate in-coming.

Verso la chiusura: quante stagioni ancora?

Con la chiusura della terza stagione, si è entrati ufficialmente nella seconda metà della serie, attorno a cui aleggiava un certo mistero sino a non molto tempo fa. In un primo momento, infatti, le stagioni previste erano sei (una per ogni decade di regno), con un cambio di protagonista ogni due cicli; il 31 gennaio 2020, però, Netflix annunciò la quinta come ultima stagione, per poi tornare definitivamente sui suoi passi il 9 luglio:

«Quando abbiamo iniziato a discutere la storia per la Stagione 5, è stato subito chiaro che per rendere giustizia alla ricchezza e alla complessità della storia saremmo dovuti tornare al piano originario e fare sei stagioni».

Questo il tweet esplicativo di Peter Morgan, il creatore di The Crown, che non lascia spazio a nessun dubbio o diversa interpretazione. La serie si concluderà con la sesta stagione e Imelda Staunton (internazionalmente nota come Dolores Umbridge nella saga di Harry Potter) sfilerà la corona a Olivia Colman per prestare il volto all’ultima Elisabetta su schermo.

Ma, nel frattempo, mettiamoci comodi: la quarta stagione è ai nastri di partenza!

Leggi anche: Bradley Cooper insieme a Netflix per il suo prossimo film su Leonard Barnstein

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