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Steiner – L’amarezza di una Dolce Vita

La dolce vita (1960) fa da spartiacque tra il Fellini neorealistico e il Fellini che costruisce l’impalcatura dei suoi film su una base onirica. La dolce vita, tuttavia, non ha nulla di dolce, ma dopo averla vissuta da spettatori cinematografici rimane una sensazione di amaro, di nostalgia e un vuoto pieno di tristezza. Scavando nei meandri di questa vita dolce, infatti, troviamo un mondo finto, pieno di gente cieca e vuota senza più stimoli. Uno dei personaggi sui quali ci si dovrebbe concentrare è Steiner, perché è proprio questo personaggio cosi tormentato e fragile una delle tante chiavi di lettura del film. Ed è proprio grazie a Steiner che si possono fare collegamenti con alcuni dei più importanti scrittori novecenteschi.

D’Annunzio e Fellini: Andrea Sperelli e Steiner

Andrea Sperelli: «Se ora mi dicessero di abbandonare ogni vanità ed ogni orgoglio, ogni desiderio ed ogni ambizione, qualunque più caro ricordo del passato, qualunque più dolce lusinga del futuro, e di vivere unicamente in voi e per voi, senza domani, senza jeri, senza alcun altro legame, senza alcuna altra preferenza, fuor del mondo, interamente perduto nel vostro essere, per sempre, fino alla morte, io non esiterei, io non esiterei. Credetemi».

(Gabriele D’Annunzio, “Il piacere”)

Vi starete chiedendo che relazione possa esserci tra Steiner e l’Andrea Sperelli nato dalla penna di Gabriele D’Annunzio; ma non sembra, leggendo queste parole pronunciate dallo Sperelli, di sentire Steiner che parla a Marcello dicendogli che vorrebbe vivere fuori dal tempo, distaccato? In effetti sembra quasi di avere a che fare con lo stesso malessere. Prima però di approfondire la questione sarebbe meglio fare un piccolo passo indietro nel tempo, e più precisamente al 1889, per cercare di capire chi sia questo Andrea e perché alcune sue caratteristiche ci permettono di fare un parallelismo con Steiner.

In Andrea si riflette l’odio che il vate prova nei confronti della società moderna, ritenuta volgare e nemica della bellezza (che rende amabile la vita), rivelandosi così priva di valori, tanto che sembra quasi di percepire lo stesso rifiuto di Steiner nei confronti della propria di società. Andrea è un personaggio colto e raffinato, cresciuto in un mondo lussuoso e mondano, è un esteta a tutti gli effetti e non si rende conto del proprio divenire vittima di questa società, venendone risucchiato, respirando anche lui quel malessere che nasce da un ozio che di lì a qualche decennio si tramuterà in noia e indifferenza.

L’unica differenza con Steiner è che Andrea fa di tutto per cercare di far parte di questo mondo frivolo che distrugge le intenzioni pure e oneste.

Andrea non riesce a fare a meno di questo mondo e alla fine si arrende alla sua vita; Steiner, invece, non riesce proprio a cucirsi addosso un’esistenza che non fa per lui, inorridendolo, essendo più forte della sua volontà. A differenza di Andrea, Steiner è più cosciente, comprende cosa lo circonda, mentre sembra che Andrea sia in un dormiveglia sospeso tra la mondanità e una vita spirituale che però non riesce a condurre, poiché le correnti del suo mondo lo trascinano ininterrottamente.

Adesso ricordate la casa di Steiner? I suoi amici artisti che sdraiati sui divani parlano senza voglia di cultura e arte? Bene, in queste scene sembra di vedere riflessa la casa dello Sperelli dannunziano. È vero che Andrea e Steiner sono nati (artisticamente) a sessant’anni di distanza, ma quello che non cambia è lo scenario.

Casa di Steiner

Entrambi, pur essendo circondati dall’arte, percepiscono (chi più chi meno) nei loro amici e nelle loro discussioni artistiche, l’ozio: le contesse che nel palazzo di Andrea parlano di cultura greca sono le stesse signore che a casa di Steiner discutono di musica francese.

Si comincia a percepire una società di intellettuali che ha perso i suoi stimoli, che parlano di cultura senza amore e con superficialità. Sono gli uni l’immagine speculare degli altri.

E quel senso vago di noia, del quale si accorge anche lo spettatore, è un qualcosa che li attanaglia, è una sensazione di vuoto. Si tratta infatti di una società destinata a scomparire, destinata ad affondare nella vuota pigrizia che loro stessi hanno contribuito a costruire.

Sono personaggi che, o rimangono intrappolati nel passato dei classici latini, o in un futuro (quello della musica francese e dei nuovi artisti) quasi fine a se stesso.

E forse si può riassumere tutto questo in una frase di Marcello Rubini – «siamo rimasti cosi in pochi a essere scontenti di noi stessi» – quasi a voler dire che non sono rimasti più stimoli sufficienti per scoprire e continuare a scoprirsi, perdendo il rapporto con la realtà e, inconsapevolmente, diventando tante sagome senza volto, alimentati solo da una cultura e da un benessere che li seppellirà nel lusso delle loro feste. Feste organizzate per riempire le loro giornate, quasi per avere uno scopo e un qualcosa da fare, che li tenga impegnati.

Questo vuoto ozioso sembra aver posto le sue radici in Steiner, ma il male dell’intellettuale non è solo questo, Steiner è un’anima sofferente, una mina pronta a esplodere facendo crollare il mondo di cartone che si era creato.

Ha una bella famiglia e una vita agiata, Marcello e la sua fidanzata provano una sana invidia nei suoi confronti, invidiano la sua felicità, ma non sanno che Steiner non indossa altro che una maschera.

Analizziamolo passo dopo passo, cerchiamo di capire quali siano i problemi alla base di questo personaggio che teme la pace e la tranquillità, in quanto anticipatrici di guerra e distruzione.

Steiner e Marcello

Pirandello e la trappola della società

 «La vita è un flusso che noi cerchiamo di arrestare in forme stabili e determinate… dove la realtà ti disperde e disintegra oppure ti vincola e ti incatena fino a soffocarti».

(Luigi Pirandello, “L’umorismo”)

E in effetti, Steiner non viene solo schiacciato dalla vita, ma dalla continua mania della perfezione. La società gli impone di essere felice e soddisfatto, la famiglia e gli amici lo richiedono, d’altronde come scriveva lo stesso Pirandello la società è una trappola, sei costretto a indossare una maschera e non puoi permetterti di sbagliare o di avere un attimo di tranquillità. Semplicemente, non è possibile essere se stessi.

Se pensiamo ad esempio alla “carriola” pirandelliana, potremmo identificare l’uomo che durante un momento di follia prende la cagnolina per le zampe anteriori e la trascina come una carriola, in Steiner.

«Conoscersi è morire. Il mio caso è anche peggiore. Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai. Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo. E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: – Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? – E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare. Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno d’una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno più respirare».

(L. Pirandello, “La carriola”)

La citazione è del 1917, Steiner vive il suo malessere nel 1960, questo ci fa capire quanto l’uomo sia rimasto sempre lo stesso, quanto abbia gli stessi problemi e le stesse angosce.

Moravia, la noia e l’indifferenza

«La mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere».

(Alberto Moravia)

Infine si giunge all’essenza di Steiner, a quell’indifferenza moraviana che lo affligge e lo tortura, che lo fa stare male. Steiner, infatti, non avendo più curiosità e spinte vitali, si trova avvolto nel buio più totale, ma a differenza dei suoi “amici”, lui ha un’anima fragile e una sensibilità al di fuori del comune, lui ha aperto gli occhi, riesce a vedere autenticamente il mondo che lo circonda, che la sua stessa vita è una bugia, un salto nel vuoto. Fa di tutto per uscire da questo buio e, per non saltare in questo precipizio, si rifugia nell’arte e nella bellezza, ma queste non lo aiutano, anzi sono diventate come la sua casa e i suoi amici: vuote e prive di senso, meschine e pretenziose.

L’unica via d’uscita è quella di saltare dal precipizio, di rompere le catene di questa vita per rinascere in una nuova dimensione, in cui l’arte e il suo ordine incantato siano pure, non contaminate dalla superficialità della sua società. Steiner salta nel vuoto perché non riesce a sopportare la cecità che lo affligge, perché non può dimostrare le sue fragilità, perché deve indossare una maschera e sembrare sereno, altrimenti sarebbe stato escluso, tagliato fuori dai canoni della “dolce vita”.

L’altra opzione sarebbe stata quella di perdere del tutto i propri ideali e chiudere definitivamente gli occhi, di vivere nel buio, ma Steiner non ci sta, vuole rinascere in una dimensione in cui sia amato puramente e in cui sia accettata la sua libertà.

Sarà Marcello, invece, a scegliere la strada della perdizione e del buio, e capirà di dover intraprendere quella strada dopo appunto aver appreso del suicidio del caro amico; comprenderà che se vuole sopravvivere ed essere accettato dovrà perdere i suoi valori e allontanarsi da quel precipizio dal quale invece Steiner ha deciso di saltare.

Steiner
Finale de “La dolce vita” (1960)

Steiner: «Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita in quell’ordine incantato . Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori dal tempo. Distaccati… distaccati».

Leggi anche: La Dolce Vita – Fellini alla ricerca dell’Essenzialità 

Alessandra Cinà
Classe 2001 ,studentessa di lingue e letterature straniere, appassionata di :cinema, arte, musica e letteratura. Orgogliosamente palermitana

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