Home (Non) è un paese per Festival RNFF - Nimic di Yorgos Lanthimos

RNFF – Nimic di Yorgos Lanthimos

Nimic è il cortometraggio presentato al Ravenna Film Festival di quest’anno dal visionario regista Yorgos Lanthimos.

Conosciuto globalmente per le sue pellicole dal sapore distopico, come Dogtooth (Kynodontas in greco) e The Lobster, oltre che per l’acclamato The Favourite, Georgios “Yorgos” Lanthimos è senza dubbio una delle personalità più interessanti del cinema contemporaneo e la sua ultima creazione lo conferma.

Lanthimos, che è solito dissezionare crudelmente i riti, le usanze, le abitudini, i vizi umani, riesce stavolta a condensare questa sua poetica in 12 minuti di cortometraggio. Se in Dogtooth ciò che viene analizzato, ribaltato, messo sotto esame sono i rapporti interni alla famiglia, le assurdità, la repressione e in The Lobster lo stesso accade per i rapporti di coppia, la sessualità e le aspettative sociali, Nimic ci trasporta ancora una volta nel regno del distopico, all’interno di una realtà corrotta.

Nimic: il doppio e la crisi dell’identità

In Nimic il linguaggio è ridotto al minimo, come la gestualità. La storia va estrapolata da poche battute, rare inquadrature e molti, piccoli dettagli. Racconta di un doppio, un doppelgänger, che nonostante sia completamente diverso dal personaggio imitato riesce a prenderne il posto all’interno della sfera sociale e famigliare. Partendo da una situazione, la metropolitana, e una semplice domanda, «Do you have the time?», la pellicola si evolve, accompagnando lo spettatore nel regno dell’incerto e dell’assurdo, caratteristica comune a molti lavori di Lanthimos.

Il doppelgänger riesce infatti a inserirsi nella vita del protagonista, imitandolo, a volte malamente, ad esempio suonando il violoncello, arte che richiede tecnica e tempo per essere padroneggiata, a volte superandolo, come nell’intimità con la moglie. Il protagonista, infine allontanato dalla sua stessa identità, si ritroverà ancora su quella metropolitana, stavolta come aspirante “doppio”, fino a che uno sventurato ragazzo non gli porrà la fatidica domanda: «Do you have the time?».

Nimic è l'ultima opera di Yorgos Lanthimos, un cortometraggio che con dissacrante freddezza affronta il tema dell'identità e la sua perdita
La mimic, interpretata da Daphne Patakia

La pellicola, con freddezza, punta a demolire ogni convinzione relativa all’identità dell’individuo. Il fatto che il protagonista, interpretato da Matt Dillon, sia così facilmente sostituito nel suo ruolo di padre, marito e musicista, vuole essere provocatorio e dissacrante. Qual è la nostra identità? Chi siamo noi se ci viene tolto il nostro ruolo nella società? Cosa accade se ci vengono tolte le azioni che tanto ci definiscono? Queste le domande che pare il corto avanzi, e ferocemente si risponde, rappresentando una famiglia che, nonostante le differenze, non riesce a distinguere il padre e marito dall’imitatrice. Lei si muove come lui, parla come lui, fino a far divenire lui l’imitatore.

Nimic e Valéry: gli altri come meccanismi semplici

Le sottili differenze non vengono notate, perché la vita di ognuno scorre troppo in fretta per soffermarcisi, per notare le mille sfumature del singolo, ormai rimpiazzato. «Ognuno di noi è l’unico essere al mondo che non sia sempre un meccanismo» dice Valéry nei Cattivi Pensieri (Mauvaises Pensées et autres, 1942) e Nimic pare strizzargli l’occhio, quando crudelmente raffigura ognuno di noi, dagli adulti ai bambini, non considerando chi gli sta attorno se non superficialmente, come fosse un automa, un essere semplice, credendo con presunzione di essere lui l’unico essere complesso.

Nimic è l'ultima opera di Yorgos Lanthimos, un cortometraggio che con dissacrante freddezza affronta il tema dell'identità e la sua perdita
La mimic assume l’identità del protagonista sia come moglie, sia come musicista

Un titolo “doppio”

Entrando nel merito dei particolari, ciò che colpisce di Nimic è l’attenzione a ogni singolo aspetto del cortometraggio, a partire dal titolo. Se infatti si procede ricercando il significato e l’etimologia della parola nimic, ci si ritrova di fronte a un dubbio ulteriore. Pare infatti chiaro che la parola sia di origine latina, e sia correntemente di lingua romena, ciò che però sfugge è il significato: difatti, nimic di significati ne ha due. Il primo, utilizzato come pronome, “niente, nulla”. Il secondo invece, la sua forma alternativa, è “nemico”. Un doppio significato, quindi, per una parola che vuole ricoprirli entrambi. Il doppelgänger è in effetti il nemico, ed è, in effetti, nulla. Non ha un’identità sua, non ha nulla, è solo un involucro, esiste per distruggere la realtà di un altro, per prenderne il posto.

In aggiunta a tutto ciò, nimic è estremamente vicino come suono a mimic (sono paronimi), che tradotto alla lettera significa “imitare”. Estremamente vicino però, non identico, proprio come il doppelgänger rispetto al protagonista.
Ecco quindi che già dal titolo il cortometraggio di Lanthimos si configura come ambiguo, duplice e destabilizzante.

Nimic è l'ultima opera di Yorgos Lanthimos, un cortometraggio che con dissacrante freddezza affronta il tema dell'identità e la sua perdita
Il ciclo ricomincia, con il protagonista ridotto a mimic, un ladro di identità

Spazio e Tempo: fusi in un ciclo infinito

Altro elemento di grande attenzione da parte del regista è la scelta in termini di lenti utilizzate. È infatti possibile individuare l’uso del fisheye, una lente che come effetto ha quello di rendere rotondo, quasi circolare ciò che viene inquadrato. Questa scelta non è ovviamente casuale. La dimensione vista dallo spettatore, resa tondeggiante dalla lente, va a configurarsi come corrispettivo di un tempo interno alla narrazione anch’esso ciclico. Difatti tutto inizia, finisce, inizia ancora con una frase, sempre la stessa, ripetuta in un luogo identico a quello iniziale. Spazio e tempo diventano quindi una cosa sola, un ciclo infinito all’interno del quale i personaggi si muovono, condannati a ripetersi e derubarsi a vicenda della loro vera, unica identità.

Leggi anche: RNFF: The Fall – Trump, Goya e Brecht

Michel Buraggi
Laureato in Lettere Moderne, aspirante regista e sceneggiatore. Studio, scrivo, mi lamento e bevo tanto tanto troppo caffè.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Per un’estetica della violenza – L’arte della depravazione in Alex Delarge

Era il 1971 quando la cinepresa mostrò al mondo il ghigno di Alex Delarge, insolente e depravato protagonista delle vicende di Arancia Meccanica. È...

Lo Straniero racconta il metacinema dei fratelli Coen

Lo Straniero racconta il metacinema dei fratelli Coen «Nel lontano Midwest conoscevo due tipi, due tipi di cui voglio parlarvi. Si chiamavano Joel ed Ethan....

C’era una volta a… Hollywood – Tarantino e il metacinema

Metà in greco significa "attraverso". La parola metacinema presuppone una riflessione sul cinema attraverso lo stesso. Il soggetto e l'oggetto vengono così a congiungersi...

Nuovo Cinema Paradiso – La nostalgia del cinema

Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore vide la luce nel 1988. La prima edizione della durata integrale di 173 minuti non riscosse molto successo,...