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Il Legame – Il folk horror di Domenico de Feudis

All’interno di un’intervista piuttosto recente, Domenico Emanuele de Feudis, giovane promessa del cinema horror italiano e non solo, esplicita due o tre concetti di fondamentale importanza per inquadrare il suo esordio al lungometraggio, acquisito in ultima battuta da Netflix, Il Legame (2020).

Il primo concetto ha a che fare con la principale fonte d’ispirazione, e forse spinta per la realizzazione del film, ossia i registi del cinema horror moderno. Su tutti David F. Sandberg e Andrés Muschietti che, come lo stesso De Feudis, sono partiti da un cortometraggio, trasformatosi in seguito in un lungometraggio.

Un processo di trasformazione e di evoluzione che trova negli Stati Uniti una maggior accoglienza e disponibilità. All’opposto la situazione del panorama cinematografico italiano, ormai privo (o quasi) di questo cinema di genere.

Un modello che in Italia è venuto a mancare, che c’è stato e che ora non si fa più. Probabilmente per una forma di vergogna, di scarso interesse, o addirittura mancanza di coraggio.

Il Legame
La piccola Sofia nel campo degli ulivi morenti

De Feudis dunque, dopo anni di gavetta come assistente alla regia e “schiavo stile Boris” come lui stesso si definisce, prende tra le mani un suo cortometraggio, dalla lavorazione travagliata e complessa, trasformandolo in quello che è un vero e proprio folk horror italiano, di notevole peso stilistico e per questo decisamente interessante, Il Legame.

Il secondo concetto ha a che fare con il rapporto tra De Feudis e la terra. Madre generatrice dell’intera vicenda, perché tutto sembra essere nato proprio dai luoghi, dai racconti popolari, e dalle vicende dei parenti del giovane regista, dei nonni, o in alcuni casi da vicini di casa anche un po’ particolari.

Fortissima all’interno del film questa conoscenza e passione per tutto ciò che ruota attorno al folklore, al racconto per certi versi occulto, angosciante e mistico, che viene inevitabilmente tramandato di generazione in generazione, legandosi e appartenendo sempre e comunque a chi fa parte di quella terra, di quei luoghi così profondamente evocativi e simbolici.

Il rito e lo specchio. Il male e il corpo.

Il Legame trova dunque in una Puglia cupa e rurale, di contadini, vecchie matrone, ville antiche e apparentemente fatiscenti, una collocazione potentissima.

Chiaramente modellata con grande intelligenza da De Feudis e il suo magnifico team di collaboratori, per il messaggio che intende veicolare. Quello del male che sotterraneamente può muoversi anche tra quelle terre calde e familiari, quindi conciliatorie (tutto ha inizio con un ritorno a casa) e protettive, tanto da trasformarle in un vero e proprio inferno.

Terzo e ultimo concetto piuttosto utile per la lettura del film è il discorso di De Feudis attorno alla fede. Si definisce infatti agnostico, ma totalmente interessato e in qualche modo credente/appassionato di tutto ciò che è il lato oscuro, occulto, mistico. Proprio per questo fatto molto forte del racconto popolare, delle leggende tipicamente italiane e ancor più talvolta di provincia (il tema del male nella provincia ha alimentato pressoché l’intera bibliografia di Stephen King, per fare un solo esempio).

Domenico Emanuele de Feudis con Il Legame riflette sul rapporto tra la terra, i racconti popolari, il folk horror, la fede e l’occulto.
Teresa (Mariella Lo Sardo). Figura materna cupa e carica di simbolismo.

Ecco dunque che Il Legame trova una miriade di fonti alle quali attingere. A partire dai luoghi (De Feudis aveva già bene in mente ogni location in fase di scrittura), e quindi i campi coltivati, i boschi, e poi le ville. Fino alle usanze tipiche di quei luoghi, che si collegano inevitabilmente alla leggenda popolare e al misticismo, in primis l’importanza centrale della fascinazione.

Il film, non casualmente, apre (subito dopo aver mostrato un particolare rito notturno) con quella che è una spiegazione del termine fascinazione, attraverso un riferimento antropologico di grande importanza per De Feudis, ossia il testo Sud e Magia (1959) di Ernesto de Martino.

Fin dalla prima inquadratura la superstizione e le ombre del male si muovono sotterraneamente, accompagnando il ritorno a casa di Francesco (Riccardo Scamarcio), che porta la futura moglie (Mía Maestro), accompagnata dalla figlioletta Sofia (un’ottima Giulia Patrignani), all’antica villa nelle campagne pugliesi, in cui è cresciuto. Ad attenderli lì c’è Teresa (Mariella Lo Sardo), madre di Francesco, nonché donna tormentata e incupita, segnata dal tempo e dalla sofferenza.

Domenico Emanuele de Feudis con Il Legame riflette sul rapporto tra la terra, i racconti popolari, il folk horror, la fede e l’occulto.
Emma e Sofia. Il male e il corpo.

Ciò che appare evidente è il clima di abbandono, non soltanto dell’antica villa, ma anche e soprattutto dei personaggi che vi si muovono intorno, e quindi Teresa, l’amica di una vita, e via dicendo. La trascuratezza dei luoghi che si lega a quella dei volti e dei corpi più in generale. Forse il tempo ha provocato questo cambiamento radicale, logorando ogni cosa, portando via anche soltanto un barlume di armonia, e se non è stato il tempo…tutto questo non può che essere opera del male.

Assume poi una grande importanza la preghiera, all’interno soprattutto di un momento decisamente inquietante e ambiguo, come quello del pranzo e del conseguente annuncio da parte di Francesco sulla sua volontà di sposare Emma, creando così una nuova famiglia, e allontanandosi dunque da ciò che rimane della sua, delle radici. Torna il legame.

Non si tratta però di una preghiera canonica, di quelle che noi tutti conosciamo. Bensì di una più direttamente legata alle credenze popolari, alle convinzioni in qualche modo arcaiche e immortali, poiché tramandate e mantenute in vita. Interessante la reazione di Emma, che essendo straniera e non conoscendo quasi per niente quelle tradizioni locali, si impaurisce, chiedendo in seguito spiegazioni a Francesco.

Domenico Emanuele de Feudis con Il Legame riflette sul rapporto tra la terra, i racconti popolari, il folk horror, la fede e l’occulto.
Sofia. L’abisso dell’oscurità e il limbo.

De Feudis riflette sui legami familiari, quelli ancora intatti e quelli lacerati, e quindi ragiona sulla perdita e le conseguenze che quest’ultima può produrre anche a distanza di molto tempo.

Interessante inoltre la figura della madre. Inizialmente in disparte, per quanto sempre presente (anche e soprattutto silenziosamente, attraverso gli sguardi), e poi sempre più centrale, in quanto generatrice del male e allo stesso tempo protettrice.

Il tema del malocchio, e quindi il lato più giustamente oscuro e occulto, che trova nella scena della corsa solitaria tra gli ulivi della piccola Sofia il suo punto cinematografico più alto e davvero incredibile, per quanto importante, gioca in qualche modo un ruolo di accompagnamento a quello che è realmente il cuore della vicenda.

Identificabile nelle conseguenze di un gesto a opera non di un demone, o una figura mostruosa o più generalmente sovrannaturale, quanto invece di un uomo, o meglio, di un ragazzo, che spaventato da un legame familiare prematuro, risveglia un male antico, portandolo tra le sue terre, e da quel momento, sempre pronto a tornare.

Un folk horror sul ritorno e sull’addio, che riesce in pieno laddove molti horror simi a lui falliscono, ossia sul lavoro rispetto ai luoghi, totalmente intrecciati con i corpi e i volti, e quindi con le paure dei personaggi che vivono la vicenda.

Domenico Emanuele de Feudis con Il Legame riflette sul rapporto tra la terra, i racconti popolari, il folk horror, la fede e l’occulto.
Il campo degli ulivi. Il cane e la presenza del male.

I riferimenti (e sembra siano molti) cinematografici e non, al folk-horror e al j-horror, non divengono rintracciabili come semplici copie. Piuttosto come richiami. C’è quindi una grande originalità che appartiene al promettente Domenico Emanuele de Feudis.

La tarantola, che lega il film a un pilastro del cinema di Fulci, e poi le grotte, i campi incolti con gli ulivi abbattuti o malati, i medicinali prodotti tra le mura domestiche, il body horror e molto altro. Si respira un’aria di potente rapporto tra realtà/leggenda territoriale e paura, come lo si poteva respirare per esempio nel periodo del gotico padano di Avati.

Il Legame di Emanuele de Feudis è un ottimo esempio di cinema horror. Non italiano, non europeo, bensì internazionale. Poiché sono pochi i casi ad oggi di cinema horror scritto e messo in scena con grande sincerità, passione e conoscenza delle tematiche trattate. Specialmente in un mercato floridissimo e non sempre ad alti livelli come quello dell’horror.

Disponibile su Netflix. Inquietante e incredibilmente suggestivo. Sui legami e il male che volontariamente o involontariamente questi creano sugli uomini e sui luoghi a loro legati.

Leggi anche: Lasciami andare – Sull’aldilà e sull’elaborazione del lutto tra Dario Argento e Nicolas Roeg

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