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Tutto l’amore che c’è – Quel che accade e che si lascia accadere

Può suonare forse un po’ smielato, eppure, è così. Tutto l’amore che c’è è un film che ci rende arrabbiati, innamorati e felici. Innamorati di un Sud chiassoso e complesso; arrabbiati perché indisposti da una corruzione che serpeggia in un panorama culturale a cui siamo indissolubilmente legati; felici perché ci ricorda quanto sia bello innamorarsi instancabilmente dell’amore.

Tutto l’amore che c’è è il racconto di un incontro-scontro di culture nei pieni anni Settanta, quello di un’Italia settentrionale, borghese e laica e quello di un’Italia meridionale immobilizzata in uno stato di torpore eppure tanto vivace, che pretende di riscattarsi e di riprendersi il credo in quei tanti sogni di vita assopiti e rimasti inesauditi.

Rubini porta in parata, facendolo esibire in coloratissimi numeri acrobatici, un divario sociale tanto prepotente da togliere il respiro. Sebbene doloroso, il confronto che viene a delinearsi, si fa ricco di spunti e, disinibito, alberga le menti affamate di cinque ragazzi di provincia: ventenni curiosi di un paesino della provincia di Bari, che non hanno mai oltrepassato i confini della loro terra, i cui occhi si riempiono di meraviglia alla vista di Gaia, Tea e Lena che sembrano catapultate lì, da loro, direttamente da un altro pianeta.

E quel pianeta si chiama Nord Italia, ricco padre ingegnere, vestiti alla moda, o forse solo libertà. Una libertà non guadagnata o pretesa, neppure cercata, avuta soltanto per diritto naturale. È immediato di conseguenza, il sopravvento dell’incredulità e dello stupore nei loro sguardi da provinciali, spaesati, ignari e insieme tremendamente desiderosi di quei tre corpi, di quelle tre voci, di quei tre mondi imbrattati di così tanto fascino.

Nicola, Enzo, Vito, Aldo, Angelo. E più di tutti, al centro, il più piccolo Carlo, adolescente addestrato al sesso da Nicola, introdotto alla vita da ragazzo da tutti loro.

Carletto con un mondo dentro, con un mondo che grida per uscire, traboccante di amore per Antonella, curioso e spaventato dalla sua età, dalle sue proteste interiori, dalla superficialità che talvolta colpisce il mondo e le menti che ve ne fanno parte.

Nicola, spavaldo e sorridente ventenne, contrariato dalla vita di provincia, curioso e affamato. E Maura, piena di vita, con due grandi occhi innamorati, tutta mare in tempesta e sole cocente. Una storia burrascosa, ma semplice, la loro, ricamata da incomprensioni e cadute, fatta di barzellette (impresa ardimentosa non innamorarsi – ecco, appunto – della scena in cui a letto Maura racconta a Nicola la storiella della rana) e di parole taciute e pietrificate in silenzi: detentori orgogliosi di contraddizioni tipiche di quegli amori consumati e quindi poi sofferti. Nulla di più reale in cui è facile, per lo spettatore innamorato, ritrovarsi.

Tutto l'amore che c'è

Tutto l’amore che c’è è l’amore che non finisce mai, che si insinua ovunque, che magari non si vede ma c’è.

L’amore sofferto di Maura, l’amore silenzioso di Carlo, quello più immaturo di Antonella. L’amore negli occhi profondi di Nicola, per una vita diversa, per un destino diverso. E poi l’amore per il teatro, disperato e ostinato, senza remore, del papà di Carlo. L’amore per la musica: sfrecciano, in questo cielo di spasmi amorosi, canzoni dalla raffinatissima fattura, come Samba pa ti dei Santana o I talk to the wind dei King Crimson.

La storia che regge lo scheletro di questa delicatissima pellicola del 2000 è tanto grande quanto piccola; a guidarla e a concederle il permesso di scorrere senza troppi intralci è solo il fuoco vivo dell’amore che la anima. L’amore, che è così grande, tanto quanto il dolore, quello che scoppia in una campagna, quando ci sono due mani di troppo a toccare un corpo che vorrebbe rimanere illeso.

Come la morte, cruenta e improvvisa, da perderci la ragione, che strappa via tutto senza pudore, che ha il potere tirannico di inchiodare a un muro quel tempo limitato che si ha per essere al mondo. Che probabilmente strappa via davvero qualunque cosa, tranne l’amore, quello che imperversa ugualmente, instancabile, nelle nostre vite.

«L’amore

lasciato lì con le zampe

che si muovono ancora, che vorrebbero

correre, arrampicarsi chissà dove…».

(Giovanni Raboni, “Canzonette mortali”)

E come tutte le grandi storie, Tutto l’amore che c’è è una storia di amore e morte. È il racconto di una collisione culturale che si accetta a testa bassa, ma non con le mani in tasca. Fatto di gioia e sensi di colpa, di frustrazioni e di entusiasmi. Di pianti e sorrisi, di ore crudeli e di ore color rosa ciliegio. Di risate, tante, tantissime: come non pensare al Molotov pittoresco interpretato da Gérard Depardieu o alla trovata comica della grandiosa Mariolina De Fano: «sono la morta!».

È un racconto tutto presente, che non ha tempo di voltare le spalle al passato o lo sguardo al futuro. È una storia che si brucia in giornate vissute per davvero, che si dilegua dalla quotidianità incasellata in un tempo che scorre tutto uguale, che si offre al caso, alla magia degli incontri e degli sguardi, a tutte le parole possibili, a quelle espresse e a quelle taciute.

E queste ultime, con il loro retrogusto agrodolce, si lasciano piangere e morire, nel cuore di Nicola, impreparato a una morte troppo ingiusta o nel cuore giovane e libero di una ragazza che ha solo voglia di farsi accarezzare i capelli dal vento di campagna.

Tutto l'amore che c'è

Quando penso a Tutto l’amore che c’è ricordo tutti i sorrisi che mi ha sempre strappato, ricordo anche le lacrime di cui mi ha fatto sempre inumidire le guance e la joie de vivre che mi ha sempre fatto esplodere in petto con tutte quelle melodie. Penso alla rabbia e alla ricerca di giustizia che imperversa menti e cuori di una fetta di popolo che non intende neppure lontanamente darsi alla rassegnazione e mi dico che no, non è mai abbastanza tutto questo amore. Per non perderlo bisogna cercarlo e ricercarlo senza freni, ad esempio ricordandosi di questo gioiello.

Come non essere grati per tutto questo amore?

A Mariolina De Fano e Damiano Russo, con tutto l’amore che c’è.

Leggi anche: Ride- Volevi sapere come sto?

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