Home Nella Storia del Cinema Così divenne leggenda Fanny e Alexander – Un testamento cinematografico

Fanny e Alexander – Un testamento cinematografico

Ingmar Bergman ha solo sessantaquattro anni mentre gira quello che, nelle sue intenzioni, è il suo ultimo film, Fanny e Alexander (1982). A questa età pochi registi penserebbero al definitivo concedo dal cinema. Bergman, però, ha alle spalle già più di quarant’anni di carriera, circa cinquanta opere scritte e dirette tra film per cinema e televisione, una moltitudine di premi illustri (tra cui ben tre Oscar) e il suo nome scolpito nell’olimpo dei maestri della settima arte. L’espressione che più ricorre fra i critici quando si parla di Fanny e Alexander è testamento cinematografico. Una parola spesso abusata, soprattutto in questi contesti ma che, come vedremo, assumerà un significato caratteristico in relazione alla filmografia bergmaniana.

Il ritorno ai ricordi

Siamo nel 1982, Bergman è appena tornato dal suo esilio volontario in Germania dopo che nella sua Svezia era stato impegnato per nove anni in un estenuante processo per frode fiscale che si risolse con il pagamento di una cifra esigua. Questo ritorno in patria segnerà profondamente tutta l’economia e l’impianto del film, che si configura come un’immensa fiaba al confine con l’epica, che parte proprio dal ritorno ai suoi ricordi di infanzia.

«In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà».

(Bergman, “Laterna magica”)

Così scrive Bergman nella sua autobiografia, Lanterna magica (pubblicata in Italia nel 1987).

Ritroviamo le stesse sensazioni suscitate da queste frasi in ogni fotogramma del film. In origine Bergman aveva scritto un romanzo nel 1979 dal titolo Fanny e Alexander. Successivamente, quando l’idea di farne un film iniziò a farsi strada, il regista svedese scrisse un film dalla durata di circa sei ore (poi ridotte a poco più di cinque) che avrebbe dovuto essere trasmesso, diviso in puntate, dalla televisione svedese a partire dalla giornata di Natale del 1982.

Dopo il periodo natalizio i produttori spinsero Bergman a realizzare una versione cinematografica tagliando, a volte in maniera sconclusionata, personaggi e scene per un totale di più di due ore, ottenendo un’opera finale molto distante dalle intenzioni del regista.

Infatti (nonostante l’enorme successo di critica e pubblico) rinnegò il film fino ai suoi ultimi giorni.

Prima di parlare di cosa ha significato Fanny e Alexander nella carriera del regista è doveroso fare un passo indietro e capire come si sia evoluta la sua poetica nella trattazione di certi temi chiave (del terrore esistenziale ai rapporti umani, dal significato dell’arte alla possibilità di una redenzione) che rimarranno un filo conduttore lungo tutta la sua filmografia.

La fasi di una straordinaria carriera

Secondo molti studiosi, è possibile dividere l’opera di Bergman in due macro fasi. La prima, dagli inizi della carriera fino al 1963, è caratterizzata da tre periodi. All’inizio i film sono più convenzionali, sinottici e romantici e offrono una prospettiva ottimistica sulla possibilità di una trasformazione e una rinascita per i personaggi, è il caso ad esempio di Una Vampata d’amore (1953). Successivamente abbiamo il culmine di questo periodo con la poesia de Il Settimo Sigillo (1957) e la trascendenza de Il posto delle fragole (1957), entrambe celebrazioni dei ritmi della natura, del susseguirsi della vita e della morte, pur con l’incognita di Dio.

Si giunge poi all’incrinatura della visione positiva riguardo alla possibilità della seconda chance e l’inizio della lotta contro il dubbio della Trilogia del Silenzio di Dio che comincia a prendere il posto dell’ottimismo (seppur a volte cupo) che prima riusciva a lanciare un barlume di speranza verso il personaggio e lo spettatore.

La seconda fase comincia con Persona (1966) e si estende fino a Dopo la prova (1984). Anche qui è possibile riconoscere tre periodi.

Il pessimismo si radica nella filmografia bergmaniana e si inizia a vivere di spettri e demoni. C’è quasi un cinema delle macerie. Ciò che una volta era possibile adesso risulta difficile e arduo. La realtà si fa più volatile eppure più soffocante, come in Persona (1966). La nuova prospettiva macina molte tematiche delle opere precedenti filtrandole alla sua nuova luce. La disperazione portata dell’esplorazione dell’abisso è palpabile in L’ora del lupo (1968) ed in La vergogna (1968).

La gioia della danza della vita diviene sempre più remota e le relazioni si fanno complesse, imprigionanti e cieche. Anche l’affetto e l’abbandono all’altro non possono più offrire speranza, si pensi a Sussurri e Grida (1972) e Scene da un matrimonio (1973). C’è poi una grande esplorazione della malattia, Sinfonia d’autunno (1978) e dell’omicidio che culmina in Un mondo di marionette (1980). Rispetto a questo panorama, è quindi riconoscibile una svolta con il monumentale Fanny e Alexander (1982).

Fanny e Alexander

Con questo film, Bergman richiama le atmosfere e il senso della vita dei suoi primi film e contemporaneamente esplora le origini della magia della sua arte contro la mancanza di spirito del suo tempo che ben viene mostrata nella seconda parte dalla sua grande filmografia. In quest’ottica la parola testamento assume un significato più concreto. Fanny e Alexander contiene in una certa misura una summa dei lavori precedenti, e allo stesso tempo è un’opera luminosa, che contiene anche indicazioni morali e filosofiche sul ruolo dell’arte e l’esistenza autentica dell’uomo. In breve, col suo ampio respiro, è un’opera proiettata nel futuro.

Fanny e Alexander è la storia di due famiglie, di due concezioni della vita e, più in generale, due modi di utilizzare le storie ossia lo strumento che più di tutti per Bergman ci caratterizza in quanto esseri umani. Da un lato abbiamo la famiglia Ekdahl che gestisce il teatro di una piccola città svedese. La loro semplicità e dedizione al piccolo teatro è commovente. Quando il capofamiglia e direttore del teatro Oscar muore assistiamo a una rottura degli equilibri, poiché la vedova Emilie Ekdahl viene sedotta dal vescovo Vergerus che strapperà i bambini alla loro casa luminosa, al colorato teatro e alla loro infanzia. Quei bambini sono Fanny e Alexander.

Essi saranno messi alla prova dalla nuova vita con la famiglia grigia e rigida del vescovo e dalle nuove regole intrise di religione, punizioni corporali e senso di colpa della canonica (un chiaro rimando al vero padre di Bergman, un severissimo pastore).

Fanny e Alexander – Alexander ed il Vescovo Vergerus

Bergman caratterizza i due personaggi principali, appunto, come due creatori di storie. Stiamo parlando della fantasia esuberante del piccolo Alexander e la profonda fede in Dio del vescovo Vergerus. La forza dell’arte e la ricerca di Dio sono due tra i temi conduttori e caratteristici della carriera del regista. I due creatori di senso (in quanto creatori di storie) si scontreranno aspramente e alla fine uscirà vincitore non una persona, appunto, ma una storia, un modo di vedere il mondo. Bergman, quindi, scrive e dirige una storia che parla di storie, della maniera in cui le raccontiamo, di come riescono a costituirci come esseri umani ed orientare le nostre azioni concrete.

La sedia cinese

Una scena, in particolare, è molto indicativa di ciò e racchiude una chiave interpretativa forte per l’intero film. Dopo la festa di Natale, il consumato padre-attore Oscar entra nella stanza dei ragazzi e capisce subito che i bambini non hanno voglia di dormire. Oscar allora prende una piccola sedia da terra e la poggia sul tavolo della camera dei bambini. Inizia a raccontare di come quella sedia vecchia sia in realtà la più straordinaria sedia mai esistita: è stata fatta costruire, circa tremila anni fa, con un metallo proveniente dal centro della terra dall’imperatore cinese come regalo per sua moglie. Quest’ultima era stata sepolta seduta proprio su quella sedia che adesso è fra loro. Oscar allora dice che i bambini devono aver cura di quella sedia, parlarci, accarezzarla e soffiarci sopra due volte al giorno. I bambini sono così catapultati in un altro mondo: quello creato da Oscar.

Finita la descrizione, Oscar esce per poi rientrare facendo finta di essere un vecchio burbero che vuole sedersi malamente sulla sedia. Una volta insultata la sedia e avendo finto un morso da parte di quest’ultima egli allora la prende per spaccarla a terra quando si leva un urlo distinto: “non farlo!”. A urlare con risolutezza è stata la piccola Fanny. Vediamo poi la faccia di Oscar commosso davanti al gesto della figlia.

Fanny e Alexander – La scena della sedia

Bergman, con questa semplice scena, ci mette davanti alla potenza delle storie. Forse è possibile ravvisare anche un ammonimento sulla pericolosa forza delle stesse storie che ci raccontiamo o che crediamo di vivere. La piccola Fanny non vede solo una sedia speciale. Ella vede la catastrofe che sarebbe occorsa se suo padre avesse distrutto quella sedia. La storia di Oscar ha portato la bambina all’azione. Ciò è successo grazie al fatto che la storia ha preso il sopravvento spingendo la realtà (o meglio un’altra storia) in secondo piano. Fanny è diventato qualcosa di più rispetto a prima. Le sue energie si sono indirizzate in funzione della sedia e l’hanno spinta ad agire.

Solo dieci minuti prima la bambina avrebbe giudicato quell’emozione e quell’appassionata difesa nei confronti di una vecchia sedia una reazione spropositata e senza senso.

Possiamo sorridere dell’ingenuità di Fanny. Bergman, però, sembra dirci che quando le storie non sono chiaramente inventate, e quindi risultano più credibili e “reali” rispetto a quella di Oscar, esse hanno su di noi lo stesso effetto che hanno le storie fantastiche su di un bambino. Anche gli adulti si raccontano storie e sono rapiti da esse, nessun è immune. L’unica differenza è che le storie degli adulti trattano di altro e portano a conseguenze ben peggiori.

La chiave, per Bergman, sta nel cercare di provare quali storie sono migliori di altre in base alle loro conseguenze ma soprattutto in relazione alla loro coerenza con gli effetti che producono, accettando il fatto che sotto sotto, forse, sono tutte inventate. Un messaggio, questo, che per la sua forza e attualità rende Fanny e Alexander l’ennesimo capolavoro del maestro svedese nonché classico collocabile ai vertici della cinematografia mondiale.

 

Leggi anche – Come Ingmar Bergman ha cambiato il cinema

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