Home Serie TV e Netflix Mr. Shaibel – Le parole mai dette a La regina degli scacchi

Mr. Shaibel – Le parole mai dette a La regina degli scacchi

Cara Elizabeth, ti scrivo la lettera che non ti ho mai scritto, essendomi accontentato, non senza rimpianti, di osservare la tua vita filtrata da ritagli di giornali. Quegli occhi da bambina, tuttavia, mai potrei dimenticarli: sprizzavano una regale intelligenza, ancor prima che divenissi la Regina degli scacchi.

Quando arrivasti qui, travolta dal groviglio degli eventi, non capii subito che cercavi rifugio dalla bruttezza del mondo in quelle sessantaquattro case, dentro le quali avevi intenzione di rinchiudere paure e desideri. Partita dopo partita, mossa dopo mossa, tutto si faceva più chiaro: volevi evadere dalla prigione del fato, che ti aveva condotta sin lì.

Quanto avrei voluto dirti che il peso di quel groviglio ti avrebbe accompagnata per sempre, e che quelle che sembravano le fila del destino, in realtà, altro non erano che il prodotto dell’intreccio tra i fili del caso e quelli della responsabilità umana – la nostra e quella degli altri. Ma tu, mia cara, non avevi colpa alcuna.

Comprendo bene perché Borgov, alla fine dell’ultima partita, abbia preso il proprio Re e lo abbia donato a te, la Regina degli scacchi, invitandoti ad abbracciare il tuo destino. Cos’altro si potrebbe pensare quando ci si trova davanti, oltre al bianco e al nero, un simile arcobaleno di intelligenza?

Cara Beth, quegli occhi da bambina mai potrei dimenticarli: sprizzavano una regale intelligenza ancor prima che divenissi la Regina degli scacchi.

Ma non si dica né si pensi che il tuo fosse un disegno già tracciato su un foglio bianco. Altrimenti, si rischierebbe di sottovalutare il tratto sofferente, angoscioso e talvolta autodistruttivo della tua penna, che ha il merito di aver volto, non senza fatica, il caso a tuo favore, scrivendone la storia.

Eppure Borgov ha ragione quando in ascensore dice ai suoi secondi che tu sei una sopravvissuta. Quello che non può sapere è che sei sopravvissuta tanto alla casualità quanto alla responsabilità individuale; quella dei tuoi genitori, tanto per cominciare.

A quella di tua madre che ha scelto di allontanarti da tuo padre e a quella di tuo padre che ha scelto di non approfittare dell’ultimo momento di lucidità di tua madre, ormai afflitta da forti disturbi della psiche. Neppure il caso di trovarti dentro l’ultima di scelte altrui, la più tremenda, ha avuto la meglio su di te, anche se le ultime parole di tua madre avrebbero lasciato ferite indelebili.

Farsi dei nuovi affetti e poi perderli ancora, e ancora. Se in generale si fa fatica a portarsi sulle spalle il peso dell’esistenza, per chi è dotato di una sensibilità e di un intelletto estremamente fuori dall’ordinario quel peso diventa insopportabile, se non si trova qualcuno con cui condividerlo. Immagino anche perché tu abbia deciso di dividerlo con l’alcol: non fa domande e, soprattutto, non cerca risposte.

Cara Beth, quegli occhi da bambina mai potrei dimenticarli: sprizzavano una regale intelligenza ancor prima che divenissi la Regina degli scacchi.

Eppure sarebbe bastato così poco perché tu riscoprissi la sensazione di sentirti amata, protetta, compresa: sarebbe stato sufficiente tornassi qui almeno una volta. Non per dar soddisfazione o gratitudine a un povero vecchio – non è roba che fa per me, lo sai. Saresti dovuta tornare per parlare con me di quanto faccia schifo il mondo: perché anche solo parlarne in due sarebbe stato meglio di pensarlo in solitudine.

Sono felice che, alla fine, la Regina degli scacchi sia tornata al suo castello, a fianco della sua fidata consigliera.

Avrei voluto dirtelo a voce quanto sono fiero di te, abbassando una volta per tutte le difese di quel muro invalicabile che hai eretto al fine di proteggerti. Ma sono sicuro che d’ora in avanti avrò un posto speciale fra le mura di quel castello; del resto, credo di averlo sempre avuto.

Le unità atomiche delle emozioni che, proprio come te, non ho mai espresso, si scontrano senza sosta mentre leggo il bene che mi hai voluto nei tuoi occhi umidi, inconsolabili, nelle lacrime colme di tristezza, amore e nostalgia che si infrangono su quel ricordo, fissato per sempre nell’immagine di noi. Quella foto era il mio avere più prezioso; immagino ora diventerà il tuo.

Cara Beth, quegli occhi da bambina mai potrei dimenticarli: sprizzavano una regale intelligenza, ancor prima che divenissi la Regina degli scacchi.

La porta della solitudine, rimasta sbarrata così a lungo, non tanto per chiuderti fuori dal mondo quanto per lasciare il mondo fuori da te, sei riuscita finalmente ad aprirla. Non sono sorpreso che tu abbia trovato la chiave, riuscendo a dividere quel peso insopportabile con dei veri amici, disposti a portarne un fardello ciascuno, in cambio del privilegio di far parte di quel mondo dai colori e dall’acume così accesi.

Ora lascia che le tue più viscerali paure, le angosce più nere, i dubbi più logoranti, sprofondino a largo della coscienza, senza che il loro peso ti trascini giù con loro. Sii consapevole, tuttavia, del fatto che quando torneranno lungo la riva – perché lo faranno! – non dovrai combatterle da sola né con l’aiuto di una bottiglia. I tuoi amici saranno la più solida delle imbarcazioni con cui navigare nell’oceano dell’esistenza, quindi fidati di loro.

A proposito, quei cinque dollari sono stati i soldi meglio spesi in vita mia.

Cara Beth, quegli occhi da bambina mai potrei dimenticarli: sprizzavano una regale intelligenza, ancor prima che divenissi la Regina degli scacchi.

Leggi anche: Hannibal – La psicanalisi del “gusto” estetico

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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