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Gunda – Tra documentario e realtà: il dramma di una madre

Gunda – Cinema documentaristico oppure opera di reportage? Riflessione sulla struttura del documentario e lo stile di Kossakovsky.

Giunge a noi nella sezione Fuori Concorso/TFFDOC, della trentottesima edizione del Torino Film Festival, Gunda, ultima opera documentaristica del noto regista russo Victor Kossakovsky.

Racconto (e già l’uso di questo termine appare improprio, considerata l’assenza più o meno totale di messa in scena), incentrato sul regno animale.

Più nello specifico su di una situazione familiare.

Al centro del documentario viene posta Gunda: una grossa, adorabile e possente scrofa, accompagnata dalla sua prole, cui lo spettatore è portato senza sforzo alcuno a legarsi.

Empatizzando sorprendentemente fa suoi quei desideri di attaccamento alla vita e alla famiglia, che Gunda vive in modo così potente ed evidente, dinanzi a noi.

Niente di ciò che Kossakovsky mostra risulta forzato e questo si presenta come un elemento di grande vantaggio, rispetto a molti film dalle tematiche similari.

Victor Kossakovsky con Gunda, opera documentarisica d'evidente valore, racconta la vita e la famiglia, legando a noi, il regno animale.
Gunda e l’accompagnamento di un figlio

Considerata soprattutto quella che è una costante del cinema documentaristico, cui Gunda appartiene e non appartiene, la forzatura, l’ingresso del falso e del racconto fittizio all’interno del reale è trattato come puro artificio narrativo.

Gunda però potrebbe porre degli umani come personaggi centrali, senza snaturare il senso dell’opera, dunque senza nemmeno correre il rischio di cambiare qualche cosa.

Perché tutto è talmente reale, da non poter mai divenire finzione.

Ciò che Kossakovsky mostra è infatti frutto di immagini riprese davvero, senza alcun ingresso registico, abbellimento o aggiunta secondaria.

Gunda è cinema documentaristico a tutti gli effetti, a tal punto da spingersi oltre, varcando quel sottile confine tra opera documentaristica e opera di reportage all’interno di una fattoria (che in ogni caso non vediamo mai realmente).

Tutto questo per una scelta motivata dallo stesso Kossakovsky, come una volontà forte di affondare i denti sulla realtà e sulla sporcizia.

Così come sulla bellezza e poi la brutalità delle dinamiche del regno animale, allontanate dalle gesta e dal controllo dell’uomo.

Victor Kossakovsky con Gunda, opera documentarisica d'evidente valore, racconta la vita e la famiglia, legando a noi, il regno animale.
I figli. La famiglia. L’unione

L’importanza del messaggio sociale e politico nel cinema – la posizione del regista di Gunda

Diretto, co-scritto e co-montato da Vcitor Kossakovsky, il film si pone come produzione a metà strada tra cinema americano e cinema norvegese. Proprio a causa di una lavorazione molto complessa e travagliata, che ha richiesto diversi sostegni. Tra cui quello del noto attore Joaquin Phoenix, nelle vesti di produttore esecutivo.

Un’opera nient’affatto consolatoria, e giustamente veicolata in funzione di un messaggio pro veganismo.

Dunque non sorprende soltanto il ruolo in produzione di Phoenix, ma anche i suoi numerosi endorsement, accompagnati successivamente da quelli del noto regista, sceneggiatore e produttore statunitense Paul Thomas Anderson.

Poiché è nota la posizione sull’argomento espressa da Phoenix più volte, a partire dal discorso dinanzi all’Accademy, al momento del ritiro dell’oscar al miglior attore protagonista per Joker nel 2019.

Gunda – Locandina ufficiale

L’uso del termine “giustamente”, è motivato dal senso ultimo e fondamentale di questo modello cinematografico: il messaggio politico/sociale cui il regista tiene.

Partendo dal presupposto che tutti i modelli cinematografici sono in qualche modo veicoli di messaggi politici e sociali, Gunda inevitabilmente, come opera documentaristica prende una posizione chiara e incredibilmente sincera.

La sua è quella d’opposizione e dunque di lotta agguerrita contro il consumo di carne e quindi contro gli allevamenti intensivi, e il dolore nient’affatto necessario procurato agli animali.

Victor Kossakovsky con Gunda, opera documentarisica d'evidente valore, racconta la vita e la famiglia, legando a noi, il regno animale.
Abbracciare la vita, e il mondo

La distanza dell’uomo in Gunda, ne fa un protagonista?

Non è un caso infatti che gli umani siano tagliati fuori, poiché semplicemente non gli appartengono.

Non sono loro a muovere la bellezza, l’armonia e le dinamiche, per certi versi inesistenti per altri invece molto potenti, di questo cinema documentaristico anomalo e personalissimo. Il cui intento principale è quello di spingere quanto più possibile su di un racconto famigliare incredibilmente drammatico e vitale come questo.

Kossakovsky attraverso un cinema scarno, fatto di idee molto concrete e sempre interessate alla realtà nuda e pura delle cose, del mondo e della vita, intende veicolare (oltre al messaggio sociale e politico), uno di natura più giustamente emozionale.

Ovvero far prendere coscienza ai suoi spettatori, che nulla di fatto ci allontana  dagli animali (in questo caso dai maiali) nel legame familiare. Così come nell’elaborazione della perdita e nell’allontanamento forzato dai figli.

Dunque l’assenza dell’uomo (qui relegata al finale, pur mantenendo la sua invisibilità), potrebbe far riflettere sulla sua sostanziale vicinanza alle figure che il film segue e mostra.

Il dramma di un animale che si lega inevitabilmente a quello dell’uomo, apparendo senza distinzioni. Poiché la perdita dei figli, come tragicità di tematica, non trova alcun allontanamento, bensì una vicinanza profonda, tra uomini e animali.

Prova ne è il finale, che si concentra proprio su questo punto.

Victor Kossakovsky con Gunda, opera documentarisica d'evidente valore, racconta la vita e la famiglia, legando a noi, il regno animale.
Gunda

Uno stile anomalo e di nicchia, può interfacciarsi con un pubblico globale?

Certo è che questi messaggi vengono veicolati attraverso un modello cinematografico non facile, fortemente autoriale e per un target parziale. Poiché nella sua essenza estetica e nel suo impianto cinematografico, Gunda si rivolge molto chiaramente a una nicchia.

Non soltanto per una scelta di bianco e nero raffinato e poetico, ma anche e soprattutto per alcune caratteristiche molto particolari e decisamente personali.

Da una totale assenza di dialogo e musica, a dei movimenti di macchina estremamente rilassati e dilatati, per un tempo che sembra adattarsi a quello della realtà delle cose che accadono, e non a quello di un racconto documentaristico classico.

Nonostante però l’assenza di dialogo e musica, ciò che sorprende della tecnica di realizzazione di Gunda, è proprio il lavoro sul suono.

I figli di Gunda – L’allattamento

Kossakovsky e il suo sound editor, Alexander Dudarev, lavorano infatti sul sound design in modo molto efficace e sorprendente, immergendo lo spettatore nella dimensione totale della vita animale, tra i versi dei maiali, delle galline e dei bovini.

Un sound design dichiaratamente falso, ma di grande impatto sullo spettatore.

Internamente a questo discorso si sviluppa poi l’elemento fondamentale e di svolta per Gunda, ossia l’ombra di una presenza esterna, superiore e pericolosa: quella dell’uomo. 

La sua venuta viene annunciata fin dai primi minuti, attraverso suoni meccanici. Dal motore di alcuni trattori, a suoni appartenenti a automobili e via dicendo.

Un’esperienza immersiva, poiché sempre addosso (mantenendo comunque il distacco necessario) agli animali che Kossakovsky è interessato a seguire e raccontare, in un intervallarsi di emozioni, pause e sguardi.

Un film che è un inno alla vita, poiché tutto muove in direzione dell’amore, del legame familiare, e poi della lotta per la sopravvivenza contro i pericoli rappresentati prima dalla natura (su cui comunque l’uomo ha agito; il filo elettrico) e poi dall’uomo e dalle fabbriche.

Quello che è certo, è che Gunda troverà i suoi consensi, muovendosi dagli ambienti indipendenti e di nicchia, rappresentati dalla Berlinale e dal New York Film Festival.

Per il raggiungimento futuro di un pubblico universale, che presto o tardi sarà costretto non tanto ad ascoltare, quanto a osservare, non il dramma di una scrofa, piuttosto che quello di una madre.

Leggi anche: Il Finale di Animali Notturni – Il Posto Vuoto

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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