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Nuovo Cinema Paradiso – La nostalgia del cinema

Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore vide la luce nel 1988. La prima edizione della durata integrale di 173 minuti non riscosse molto successo, fu così rieditata in una versione da 157 minuti. L’anno successivo il film fu presentato al Festival di Cannes, ulteriormente ridotto a 123 minuti di proiezione. Questo formato internazionale gli consentì la scalata fino all’Oscar come “Miglior film straniero” del 1990.

Lina Wertmüller lo definì «una carezza di cinema in tempo di sberle». La fine degli anni ’80 portava con sé lo sviluppo della digitalizzazione, la televisione in tutte le case, l’home-video e il videonoleggio, che cambiò le sorti della produzione cinematografica. In Italia specialmente, il cinema d’autore attraversò una fase di crisi che si trascina ancora ai giorni nostri; videro però la nascita, proprio in quegli anni, alcuni dei comici di successo della cinematografia nostrana.

Nuovo Cinema Paradiso a tratti pare ispirato dal celebre Amarcord di Federico Fellini. Sono due storie che raccontano come l’appartenenza a un luogo, le radici, abbiano influenzato lo stile degli autori, fiorendo poi nella poetica delle due opere. I rimandi autobiografici sono presenti spesso nella cinematografia dei due registi.

Il viaggio di ritorno al cinema d'autore attraverso la poetica di Nuovo Cinema Paradiso. Giuseppe Tornatore e la sua odissea nel metacinema.
Alfredo e Totò

Nuovo Cinema Paradiso celebra il cinema in tutte le sue forme. È una festa della settima arte, una dichiarazione d’amore: dalla colonna sonora del maestro Ennio Morricone, alla fotografia della pellicola, passando per le proiezioni di scene iconiche del cinema del periodo e per i poster dei personaggi che hanno inciso sulla storia del cinema, fino all’utilizzo del flashback, tutto rimanda a un senso di pura nostalgia.

La nostalgia di un certo genere di cinema, modificato dall’intrattenimento televisivo, dall’inevitabile progresso storico. La nostalgia di quegli elementi, di quella poetica, che sono stati insegnanti per lo sviluppo di Tornatore. Quel sentimento nostalgico per la spensieratezza con cui un bambino guarda alle novità del mondo e al cinema. Quel genere di nostalgia che apprezza e può cogliere il meglio dal cinema passato, dai momenti, solo quando ormai sono lontani nel tempo, nello spazio, nell’approccio.

Il metacinema in questo film è come una lettera, una canzone, una fotografia, che riemerge dai cassetti e rievoca alla mente il ricordo intimo e biografico di una storia. Una nostalgia che Salvatore non può vivere completamente fino al momento della morte di Alfredo.

Alfredo: «Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere.
Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti.
Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia.
O’ capisti?».

“Nostalgia” deriva dalle parole greche νόστος (nostos), ritorno, e άλγος (algos), dolore; quella mancanza avvertita, mista al desiderio, di ritorno a un luogo (vero e figurato) di appartenenza. La stessa che tormenta Ulisse per l’intera opera dell’Odissea, uno dei Poemi del ritorno.

Giancaldo potrebbe essere un’Itaca, la terra natia di Salvatore che dona un’identità personale (definita anche e soprattutto dal luogo), ma che inevitabilmente gli restituisce un viaggio da compiere per esaudire il proprio destino. La partenza dal luogo di provenienza, spesso difficile, è necessaria per amare il paese d’origine e riconoscerlo nella sua interezza. La distanza rende chiari i confini e li definisce al di fuori di essi.

«Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare».

(Konstantinos Kavafis, “Itaca”)

La storia di Nuovo Cinema Paradiso comincia dagli occhi di un bambino, Totò, diminutivo di Salvatore; quegli occhi in cui il confine fra realtà e immaginazione è ancora tratteggiato, come racconta il leone di pietra decorativo che nella sala prende vita, ruggisce.

Totò e sua madre

Il Cinema Paradiso è uno spaccato della società del dopoguerra. I ricchi in balconata si permettono di sputare sui poveri in platea, c’è ancora un grosso divario fra le classi sociali, ci sono ancora città distrutte e soldati dispersi. L’intera comunità del paese si raccoglie nella sala della parrocchia.

Il cinematografo appartiene alla chiesa: questo consente ancora la censura dei baci e del nudo da parte del prete. La sala cinema è vista come un luogo di comunione, ricco ancora dei dogmi clericali, nonostante la guerra abbia rivoluzionato il mondo conosciuto.

Il nome “Paradiso” rimanda inevitabilmente a un luogo sacro. Un tempio per Salvatore e l’intera cittadina, dove avviene il miracolo della scena, l’azione, il divertimento. Dove si celebra la vita. Il Cinema Paradiso, impersonificato nella figura di Alfredo, è il padre putativo di Totò, è il padre della comunità.

Potrebbe essere un Dio/Padre cristiano, un luogo delle meraviglie al di là di tutto, che accoglie al suo interno tutti quanti: l’orfano Salvatore e l’intera popolazione di Giancaldo. Senza differenza di estrazione sociale o competenze, poiché il cinema parla all’anima, conosce e solletica i segreti e le fantasie più intime delle persone.

Una volta spente le luci, nel Cinema Paradiso, i cittadini/personaggi possono essere loro stessi. Il metacinema è un luogo figurato che educa, che emoziona, commuove, diverte. La settima arte che permette ai suoi protagonisti di scoprire, all’interno di quella sala buia, angoli della propria personalità celati fino a quel momento. Il metacinema che racconta le emozioni umane, senza grosse spiegazioni teoriche, ma con la semplicità e l’immediatezza del linguaggio audiovisivo, valicando qualsiasi limite: dall’analfabetismo, al divario socio-economico.

Il metacinema di Nuovo Cinema Paradiso non giudica i suoi interlocutori, ma li rende spettatori vivi nella spinta emotiva che il cinema provoca. Il cinema nel cinema, esempio e testimone, anche delle parolacce che Totò impara. Il metacinema che smuove i desideri, le ambizioni, che stimola Salvatore a usare lui stesso una cinepresa per rappresentare il suo mondo.

Il cinematografo in quel periodo è ancora un luogo d’informazione giornalistica, così Totò scopre che il padre è deceduto nella campagna italiana di Russia. Quel padre che Alfredo ha conosciuto e dice che «somigliava a Clarke Gable». Tant’è che quando Totò attraversa le macerie di una grande città, mano nella mano con la madre dopo la notizia, intravede la locandina di Via Col Vento e sorride.

Il cinema gli permette di elaborare il lutto, traduce per un istante in poesia la perdita. 

Salvatore adolescente ed Elena

Quando il Cinema Paradiso prende fuoco, la comunità e Totò hanno ancora bisogno di un padre, dell’evasione del cinema, così come il “Nuovo Cinema Paradiso” ricostruito, ha bisogno di lui, delle persone. La ricostruzione del nuovo mondo dopo la guerra, dello stato, ha bisogno della partecipazione dei suoi cittadini, liberi ora dalla censura. Arrivano le pellicole a colori, le catene di cinema, la globalizzazione.

Nello sviluppo di questa storia, colma di personaggi tragicomici, Salvatore diventa adolescente. Incontra l’amore di Elena, ma soprattutto sviluppa la passione per il cinema, allena uno sguardo cinematografico. Solo Alfredo, soprattutto dopo aver perso la vista, capisce il potenziale di Totò e lo spinge a esplorare altri porti, ad assecondare il suo destino, a non restare un montatore di pellicole per tutta la vita, nemmeno per amore.

Nella scena della proiezione del film Ulisse, all’aperto, c’è il presagio dell’addio alla terra natale. Il temporale che sancisce la fine dell’estate, il ritorno improvviso e momentaneo di Elena, l’avventura di Ulisse col ciclope. Una scena marittima che richiama l’uscita in barca di Amarcord per ammirare il transatlantico nell’Adriatico.

Alfredo: «Vattinni! Chista è terra maligna…
Fino a quando ci sei ti senti al centro del mondo, ti sembra che non cambia mai niente. Poi parti. Un anno, due, e quanno torni è cambiato tutto: si rompe il filo. Non trovi chi volevi trovare. Le tue cose non ci sono più. Bisogna andare via per molto tempo, per moltissimi anni, per trovare, al ritorno, la tua gente, la terra unni si nato».

Salvatore tornerà a Giancaldo soltanto trent’anni dopo. Anni in cui non ha più avuto notizie di Elena, in cui la sua carriera è all’apice del successo. Tornerà solo per il funerale di Alfredo, l’uomo che ha definito in più maniere il suo destino, come quella terra, quella necessità bambina d’evasione che ha condizionato la sua esistenza futura.

Ritroverà i volti della sua infanzia invecchiati, ma famigliari, come la sua stanza, come se una parte di lui non se ne fosse mai andata. Come Ulisse che resta sempre un po’ nelle parole di Penelope, nelle azioni di Telemaco, nella memoria di Laerte, nella sorpresa di Argo.

È la tensione del ricordo che li tiene legati per decadi, quella tensione impalpabile che si strugge nella nostalgia. È una nostalgia dell’innocenza che ricorda e vive la propria origine nella leggerezza dell’infanzia, nella passione della giovinezza e nella consapevolezza della maturità.

Nuovo cinema paradiso
Salvatore al ritorno a Giancaldo

Salvatore ormai adulto, ritrova il Nuovo Cinema Paradiso in rovina, la statua del leone che una volta ruggiva e proiettava è abbandonata fra le ragnatele. Eppure, è proprio quell’oggetto che suscita in lui la commozione: il momento di incontro fra il passato e il presente. L’attimo in cui la nostalgia trova la quiete, il ritorno è avvenuto. Solo così Salvatore capisce la pienezza malinconica di aver vissuto la bellezza e la bruttezza di quei momenti, e acquisisce l’amara consapevolezza di non poterli rivivere mai più.

Il Nuovo Cinema Paradiso esplode, finisce, arriva a una conclusione esattamente come la vita di Alfredo, sotto gli occhi lucidi di quei personaggi senza tempo, caratteristici, che hanno fatto parte dello splendore e della memoria di quel luogo. Da entrambi i padri del suo destino, Salvatore riceve in eredità qualcosa.

La fine del Cinema Paradiso simboleggia il termine di alcune correnti cinematografiche, di un certo ruolo del cinema come struttura nelle società. La chiusura del Novecento. Di lì a poco sarebbe caduto il muro di Berlino, le dittature avrebbero visto la nascita di parecchie rivoluzioni e alcuni conflitti si sarebbero trasformati in nuove guerre che hanno infiammato gli anni ’90.

La conclusione con l’iconica scena dei baci è la rappresentazione massima, tramite le immagini e la raffinata colonna sonora, dell’amore per il cinema, per la bellezza, dell’amore per l’amore, senza precetti o censure. L’esplosione pura del sentimento, del ricordo di Elena, tramite proprio le immagini di celebri film. Un processo di elaborazione lungo trent’anni.

Salvatore nuovamente nell’amore, tradotto dal cinema, si riconcilia con quella terra natia conservata dentro di sé e mai davvero abbandonata.

Leggi anche: I 5 (+1) migliori film di Giuseppe Tornatore

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