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Lo Straniero racconta il metacinema dei fratelli Coen

Lo Straniero racconta il metacinema dei fratelli Coen

«Nel lontano Midwest conoscevo due tipi, due tipi di cui voglio parlarvi. Si chiamavano Joel ed Ethan. O almeno, così li avevano chiamati gli amorevoli genitori volti a un’educazione ebraica. Ma loro non se ne servivano più di tanto. Joel ed Ethan si facevano chiamare “i fratelli Coen”. Dalle mie parti nessuno si farebbe chiamare così, ma del resto con i Coen erano parecchie le cose che non mi quadravano. E lo stesso vale per il loro mestiere. Però forse era proprio per questo che trovavo tanto interessante il loro lavoro. Li chiamavano registi-critici, post-moderni, nietzschiano-camusiani…o comunque qualcosa coi trattini. Erano tipi interessanti. Certo, non ho mai conosciuto Lynch. E non ho mai visto Fellini. Non ho nemmeno visto Woody Allen molestare qualcuno, come dicono alcuni.

Posso però dirvi una cosa: dopo aver conosciuto la storia dei fratelli Coen e il loro cinema, beh, penso di aver avuto lo “svarione-cinematografico” – come lo chiamano loro – più assurdo di sempre. Perciò posso morire con un sorriso, senza la sensazione che il Signore mi abbia fregato.

La storia che sto per raccontarvi inizia nel 1984, l’anno e il titolo del grandissimo romanzo di George Orwell. Lo dico solo perché ci tengo a rimarcare l’assurdità di questa storia, non dirò di narrazione…perché, che cos’è la narrazione? Mi raccomando, non chiedetelo ai Coen, maledetti anti-narrativi.

Sapete, a volta si incontra un cinema che è il cinema giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere. Ecco, quello è il cinema dei Coen. E anche se i film dei Coen sono assurdi, come fossero dei puzzle con dei pezzi mancanti, in cui la fine si confonde con l’inizio e l’imprevedibilità del caso regna sovrana – e i film dei Coen lo erano di sicuro, forse addirittura i più assurdi di tutta l’America, il che li mette in competizione per il titolo mondiale dell’assurdo, forse solo Albert Camus riuscirebbe a fare di meglio
Ma a volte si incontra un cinema…a volte si incontra un cinema…ah, ho perso il filo del discorso. Bah, al diavolo. È più che sufficiente come presentazione.

Ethan e Joel Coen

Nel 1984 dunque. Pensate che questi due pischelli, Joel studente di cinema e Ethan di filosofia, o forse il contrario… Boh, quei due sono indistinguibili, è come fossero una persona a due teste, o due persone a una testa, fate un po’ voi. Comunque, pensate a quei due pischelli che diventano amici di Sam Raimi, che decidono di prenderla come viene, come dico sempre io, e di soffiare nel vento, come dice sempre Bobby Dylan e il mio amico Drugo. E pensate che poi finalmente realizzano un loro film – Blood Simple – iniziandolo così. Recito a memoria.

«Al mondo tutti si lamentano perché niente è garantito. Non importa se sei il Papa, il presidente degli Stati Uniti o l’uomo dell’anno, qualcosa ti andrà sempre storto. Lamentati pure, vuota il sacco, chiedi aiuto tanto non servirà. In Russia hanno trovato il modo di aiutarsi tutti a vicenda. Almeno in teoria. Ma io conosco solo il Texas… e qui… siamo tutti soli».

Simpatici eh? Beh, che vi aspettavate da uno che scrive la tesi su Wittgenstein. Poi tutti soli un corno! Pensate che l’altro, non il filosofo, l’altro, si sposò la protagonista del film, Frances Mcdormand. Sì, esattamente, quella che è in un sacco di loro film. Ecco, adesso sapete perché.

Torniamo a noi. Il cinema dei Coen dunque. Di che tipo dite? Beh, è difficile a dirsi. Potremmo dire che Blood Simple si classifica come qualcosa tra una tragedia texana, un thriller-noir postmoderno e una commedia grottesca. Non è chiaro? Dai, guardate meglio. Una tragedia texana alla Il grinta, La ballata di Buster Scruggs o Non è un paese per vecchi, per intenderci. Avete presente? Dai, il western in quello che non è più un paese per il vecchio western.

Con Il grinta non intendo mica quello con John Wayne, sia chiaro. Qui non si parla di eroi dai grandi ideali, di buoni e cattivi, di giustizia assoluta. No, no. Qui si parla del crollo di quei miti, del crepuscolo di quegli idoli, della fine di quei generi cinematografici classici.

Cioè, intendiamoci, lo sceriffo è un alcolizzato dal grilletto facile. Ma ce li vedi i Coen con John Wayne? Ah! Ah! Forse solo in Sentieri Selvaggi. Ehm, sì, sto ancora divagando.
Allora vediamo, con thriller-noir postmoderno siete più sereni? Un thriller alla… mmh vediamo, alla Fargo, oppure un noir alla L’uomo che non c’era o alla Crocevia della morte, se vi piace il gangster.

Se non vi è ancora chiaro adesso vi racconto la dimensione della commedia, ora dovreste proprio arrivarci. Ah! Quante risate che mi sono fatto con questi due, risate tragiche eh, non dimentichiamolo, ma pur sempre risate. La preferita? Eh… Arizona Junior. No, no. Dico Burn after reading. Ehm. No. No. Aspettate. Vado per… Fratello dove sei?. Sì, ho escluso Il grande lebowski volontariamente. Potete immaginare il motivo.

Lo Straniero

Beh, ci avete capito qualcosa? Che tipo di cinema è quello dei Coen? In che sezione li posizioniamo nella nostra videoteca di fiducia?

Pensate che io non sono mai riuscito a capirlo. C’è una cosa che ha detto una volta uno dei due che mi rimase impressa, disse che loro si siedono e provano a «far funzionare la storia, alcune volte sono commedie e altre no, ma il procedimento rimane lo stesso».

Già, a volte sono loro che giocano con il genere cinematografico, e altre volte è il genere a giocare con loro. Sapete, è molto difficile catalogare la loro poetica, questi si divertono a rileggere la storia di Hollywood, a trasformare e ribaltare le strutture dei generi.
Ma ricordatevi: quando non sapete cos’è, allora è post-moderno!
Il loro è un cinema, per così dire, decostruzionista, perché racconta di come c’erano una volta i generi cinematografici, rompendone le regole e facendone un po’ ciò che vogliono. Loro hanno parlato di un certo Derrida, un antropologo francese… o forse era filosofo… beh, comunque un francese che usa questa espressione: «partecipazione senza appartenenza». Intendono che i loro film partecipano ai generi senza appartenerci. Cosa? Sembra solo una scusa per fare il cavolo che gli pare? Chiamatela come volete, per loro è «partecipazione senza appartenenza», e se ne sentono molto appartenenti.

Tutto il loro cinema è un gioco con il cinema. Ah! Ecco dove volevo arrivare!
A volte si incontra un cinema che è in se stesso metacinema. Tutto il cinema dei Coen è profondamente metacinematografico. È una perenne rivisitazione di generi, in radicale rottura con la classicità.

Provate a seguirmi. Non è un paese per vecchi è un western che però al contempo è anche un anti-western, portando quindi con sé l’assenza di quel classico genere cinematografico. È un film con una propria narrazione che, al contempo, racconta anche la fine del genere western. Così Crocevia della morte rispetto al gangster o Ladykillers rispetto alla commedia. È un cinema che, al contempo, è metacinema.

Bello eh? E non è finita qui. Pensate che in due film – entrambi ambientati nella casa di produzione Capital Pictures, ma a dieci anni di distanza – i due smettono di giocare con il cinema nella sua assenza, e decidono di affrontarlo dall’interno.
Ecco che il loro cinema, che è di per sé metacinematografico, affronta il metacinema.
Ed ecco Barton Fink e Ave, Cesare!.
Ed ecco il meta-metacinema. Sì, okay, avete ragione, forse sto esagerando.
Ma in ogni caso, se prima non avevano già negato abbastanza il cinema classico, con questi due film i Coen smascherano la propaganda culturale del sogno americano, una cosa proprio da industria hollywoodiana, fabbrica di incubi, ascoltate me.

Adesso vi faccio una domanda…secondo voi perché io sono un cowboy?

Con questo direi che abbiamo concluso, è praticamente tutto. Le cose sembrano essersi messe bene per i fratelli Coen. È stato un bello svarione, interessante, non vi sembra? Mi è piaciuto proprio. Almeno in certi punti. Mi è dispiaciuto per l’eterno fallimento di Llweyn Davis, ma d’altra parte cosa ci si può aspettare da un creatore che dice, parole sue eh, «se vado al cinema, preferisco un film che racconta la storia di un perdente», e dall’altro che invece pensa che «dal punto di vista della storia il successo è meno interessante, a dire il vero non saprei nemmeno dove iniziare».

Credo che sia questo il modo in cui la dannata commedia umana procede e si perpetua: accettando e vivendo l’assurdo nell’assurdo. Mi pare lo dicesse Camus. Come si chiamava quel suo libro che penso abbia pure ispirato L’uomo che non c’era? Ehm, Lo Straniero dite? Bah, non mi dice nulla. Spero che il mio nome non provenga da lì, sapete, mi piacerebbe mantenere qualche dimensione autentica, visto che mi hanno già detto che ho rubato i baffi a Nietzsche.

Ma guarda un po’, ho ricominciato a vaneggiare. Beh, io spero che vi siate divertiti e che ci vedremo ancora lungo il cammino.

coen
il Drugo e lo Straniero

Ehi, Drugo! Ti è rimasto qualche tiro? Quella buona, eh».

Leggi anche: Dialogo Immaginario tra Hippie – Doc Sportello e Drugo Lebowski

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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