Home Cinebattiamo Per un'estetica della violenza – L’arte della depravazione in Alex Delarge

Per un’estetica della violenza – L’arte della depravazione in Alex Delarge

Era il 1971 quando la cinepresa mostrò al mondo il ghigno di Alex Delarge, insolente e depravato protagonista delle vicende di Arancia Meccanica. È così che si apre il film, con un intenso primo piano del suo volto, immobile, quasi finto, silenziosa promessa di violenza efferata.

Non inizia con un’azione, ma semplicemente lascia immergere lo spettatore in un mondo di cui non conosce nulla; e come mondo, beninteso, si allude tanto alla dimensione di sfondo, quanto a quella più profonda, insondabile, mossa da inquietanti demoni perversi, che ottenebrano l’animo del giovane Drugo.

Alex

Arancia meccanica, annoverabile certamente come una delle più preziose fatiche di Kubrick, non è “banalmente” un film su cui riflettere (connotato quindi di valenza passiva, alla completa mercé delle congetture più o meno legittime di pubblico e critica), bensì che fa riflettere (portatore di una forza spaventosamente attiva, aggressiva nei confronti di chi guarda), e Alex Delarge ne rappresenta carnalmente le innumerevoli sfaccettature.

L’incipit non lascia spazio ad alcuna interpretazione, mostrando spudoratamente il cuore pulsante della pellicola. Alex è una sorta di sgradevole guida che ci accompagna nella storia e racconta sé stesso. Letteralmente, il focus è lui.

Il percorso del giovane teppista è apparentemente lineare nella sua deriva violenta, ma non manca di palesare falle e contraddizioni di un contesto sociale e familiare viziato da ipocrisia e lassismo.

Il viaggio di Alex non è piacevole, ma non lo è nemmeno quello dello spettatore, costretto non solo a un’indesiderata vicinanza con un codice comportamentale repellente, ma anche al ripensamento dell’intera struttura etico-morale che nutre quegli schemi punitivi dogmaticamente considerati come “giusti”.

«Non esistono affatto fenomeni morali, ma soltanto una interpretazione morale dei fenomeni».

(Friedrich Nietzsche, “Al di là del bene e del male”)

Alex
Alex Delarge

Per un’estetica della violenza: Alex Delarge e i colori del nuovo mondo

Kubrick sceglie di incidere i titoli di testa su uno sfondo rosso, la cui saturazione visiva è accentuata dall’inquietante arrangiamento elettronico di Henry Purcell. Il color sangue debutta in coppia con il blu, e questa pare proprio essere una metafora cromatica che riassume il significato del film.

Il soggetto viene metonimicamente rappresentato dal blu (gli occhi di Alex), mentre l’oggetto della visione (la violenza) dal rosso, poi declinato nelle sue molteplici e parossistiche espressioni (pestaggio, stupro, omicidio).

Nel momento in cui la telecamera si allontana dagli occhi del Drugo, la dialettica timbrica del rosso e del blu giunge alla sua sintesi: il bianco, simboleggiato dal bicchiere di latte impugnato dal giovane protagonista.

Il bianco si rivela essere una sorta di chiave interpretativa del candore necessario allo spettatore per fruire appieno delle immagini “rosse” cui assisterà da lì a poco. Opportuno sottolineare, però, come questa specie di sintesi cromatica che si dà nel bianco-latte (e da tutti i rimandi a esso connessi, ovvero l’immacolato candore infantile) ne risulti complicata dalla natura del liquido in questione, ben poco legata all’innocenza e alla genuinità.

Infatti, è lo stesso Alex a informarci che si tratta di latte corretto con droga, tra le cui “virtù” nutritive spicca la capacità di renderlo «robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza».

La risoluzione di questo immaginario contrasto cromatico disvela i temi prìncipi di Arancia Meccanica: la violenza (il rosso), le sue valenze espressive raccontate dal punto di vista di Alex (il blu dei suoi occhi) e la libera scelta di perseguire vizi o virtù (quindi da intendersi come “neutralità” di fondo, non-mediazione, rappresentata dal bianco).

Ed è all’insegna della violenza che inizia il viaggio di Alex: nella prima porzione del film si susseguono il pestaggio di un barbone, una rissa contro una banda rivale e l’aggressione ai danni di un vecchio scrittore, costretto a osservare i Drughi mentre stuprano sua moglie.

Interessante, ancorché inquietante, notare come l’appagamento di queste pulsioni aggressive non rimandi ad alcuna necessità di ordine economico/sociale, solo a un puro piacere egotistico. Ciò viene mostrato efficacemente da Kubrick nella sequenza del film che vede Alex aprire con noncuranza un cassetto contenente denaro, orologi, macchine fotografiche. È merce rubata, che però non sembra essere destinata a generare un profitto diverso da quello inscrivibile nel piacere procurato dal furto stesso.

Alex e l’Ultraviolenza: dinamiche di un gioco di ruolo

Il dominio carismatico di Alex trova legittimazione nella supremazia riconosciuta ed esercitata all’interno della banda, e la concatenazione di rapporti che va definendosi nel corso dell’opera può essere facilmente ricostruita attraverso le dinamiche di un gioco.

I Drughi

All’inizio il gioco soddisfa tutti i componenti del gruppo, i quali ne hanno determinato consensualmente regole e ruoli. Alex è il capo del branco, la sua dimensione di comando viene accettata dai Drughi, seppur bisognosa di essere continuamente riconfermata tramite vere e proprie prove di forza.

E la violenza, ancora una volta, rappresenta un ingranaggio fondamentale in questo sistema perverso: è Alex che dà il via al linciaggio del barbone, è lui che affronta il leader del clan rivale (suo pari, in qualche modo). È lui che si pone alla guida dell’auto, presumibilmente appena rubata, ed è lui che violenta per primo la moglie dello scrittore.

In seguito, la sua leadership viene questionata da Dim e Georgie, desiderosi di modificare il gioco a loro favore. Alex percepisce il cambiamento e finge di adeguarvisi, ma in realtà il giovane teppista non ha alcuna intenzione di accettare il nuovo stato di cose (che prevedeva un drastico ridimensionamento del suo ruolo).

Ristabilisce quindi la supremazia aggredendo e vincendo i due ammutinati, ma a questo punto sono i Drughi a fingere accettazione. Il nuovo equilibrio nasce dopo l’omicidio della signora dei gatti, snodo narrativo fondamentale per il viaggio di Alex.

La banda non lascia all’ex leader alcuna possibilità di adeguarsi alle nuove regole: Dim colpisce il compagno in pieno viso con una bottiglia di “Lattepiù” e ordina la ritirata, abbandonando Alex a terra, dolorante e cieco. È il momento in cui Delarge viene arrestato.

Se la cura è peggio del male: Alex guarisce

La prigionia, però, non riesce a scalfire la sua indole intimamente corrotta. Al contrario, ne accentua ipocrisia e falsità. Anche durante la sua condanna, Alex non smette di beffarsi della società che lo ha punito, simulando un finto pentimento di cui si serve per trarre in inganno il cappellano del carcere.

Alex
Alex Delarge

La sfrontatezza dell’ex Drugo è pari solo al godimento nel constatare la plausibilità di quella nuova immagine di sé, che sfrutta come efficace espediente per uscire di prigione: un riflesso narcisista e strumentale che attinge a piene mani dalla convenienza sociale.

La cura Ludovico non priva Alex dei suoi pensieri violenti, solo la volontà di tradurli in atto pratico (è questo il fallimento alla base della terapia, dopotutto): non è il suo essere a venir negato, ma solo la sua auto-affermazione aggressiva.

L’impulso pensato rimane brutalmente attivo, mentre l’agire viene altrettanto brutalmente interrotto dagli effetti della cura. Alex è in una sorta di limbo, il suo corpo è diventato una gabbia di carne, le sue pulsioni sono vive, ma represse, addormentate, a metà.

«Tutti gli istinti che non si scaricano all’esterno, si rivolgono all’interno».

(F. Nietzsche, “Genealogia della morale”)

In seguito alla rovinosa caduta dalla finestra, Delarge recupera la sua vitalità dionisiaca ed esprime il proprio compiacimento prima tramite una perversa proiezione mentale (immaginando un amplesso sessuale applaudito da due file di persone) e dopo con la frase «ero guarito, eccome!».

Presumibilmente, una volta dimesso dall’ospedale, Alex continuerà a lasciarsi guidare esclusivamente da quel principio di piacere a cui aveva (già) consacrato la sua disordinata esistenza, al di sopra di ogni giudizio morale.

Le sue ultime parole, tristemente significative, chiudono il film e sanciscono il fallimento della cura Ludovico e della società tutta, non solo incapace di disinnescare la violenza radicata nel ragazzo, ma, in fondo, gravemente disinteressata al suo autentico recupero.

Leggi anche: Arancia Meccanica – La Melodia dell’Ultraviolenza

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Il finale di Seven – Il mondo (non) è un bel posto

Nella stragrande maggioranza dei thriller polizieschi, l'epilogo prevede il ripristino dell'ordine. Non importa con quanta corruzione, violenza e cattiveria umana gli eroi si siano...

BLUE – Il testamento blu di Derek Jarman

«Blu è l'invisibile che diventa visibile». (Yves Klein) Blu è un fotogramma. Il rumore delle onde. Musica che accarezza, che rende la realtà  raccontata onirica, quando...

Animali notturni – La favola della vendetta

Questo momento, quello in cui il quadro Revenge fa capolino sullo schermo, è quello in cui Tom Ford esplicita di cosa parla Animali notturni....

Birdman e Pirandello – L’imprevedibile virtù della crisi dell’Io

Agli albori del Novecento, uno scrittore siciliano che presto sarebbe divenuto un gigante della nostra letteratura, teorizzò la nuova frontiera dell’inconscio umano: la crisi...