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I protagonisti di Altman – C’era “una volta” a Hollywood

I protagonisti di Altman – C’era “una volta” a Hollywood

«Il sistema che controlla la maggior parte dei soldi in gioco nella produzione dei film è quello del marketing. Il “come vendiamo questa roba?”. E non importa minimamente cosa sia quella roba, tutto va bene se possono venderla. […] Un film viene ormai principalmente giudicato solo da quanto incassa, è l’unica qualità che interessa. Credo questo si possa trasferire a molte cose: alle case che costruiamo, ai vestiti che produciamo, all’arte che realizziamo, e così via».

(Robert Altman a Charlie Rose nel 1993)

Potrebbe mai Robert Altman fare un film hollywoodiano? Certo che no, si risponderebbe a primo impatto.

«Il denaro e il lavoro, nei casi migliori l’arte: ecco cosa troverete in fondo alla società cinematografica, null’altro» scriveva Mario Soldati in 24 ore in uno studio cinematografico. Uno studio ben lontano dal controllo di una Major, non lo si trascuri; alcuni oserebbero il termine “agli albori del cinema”, visto che il sonoro esiste da meno di dieci anni.

i protagonisti
Robert Altman, con Susan Sarandon e Peter Falk, sul “set nel set” de I protagonisti.

Hollywood è sempre stata la patria dei colossal, di quel cinema più improntato sulla voce denaro che per necessità ha sviluppato situazioni e linguaggi atti a proteggere il più delle volte i film dal fallimento commerciale; e anche a ragione, perché se un colossal fallisce spesso l’intera compagnia rischia di finire in bancarotta.

E pazienza se l’arte debba essere messa da parte. Se la prospettiva di un artista, cosa che divenne praticamente una prassi dagli anni ’80 in poi, debba essere fatta soccombere sotto il peso di esplosioni, situazioni e personaggi ridotti a macchiette da fumetto e fiere dei buoni sentimenti. Perché va bene Chaplin, Keaton, Wilder e gli altri, ma quelli erano altri tempi.

E dunque, potrebbe mai Robert Altman fare un film hollywoodiano? Il no è forse ancora più categorico.

Eppure uno dei suoi migliori film, forse il migliore in assoluto degli anni ’90, è un film essenzialmente hollywoodianoI protagonisti (The Player, titolo originale che racchiude in sé il vero spirito del film, come si vedrà).

Il primo fotogramma de “I protagonisti”

Inizia tutto con la frase più celebre del cinema, «ciak, si gira!», seguita da una zoomata indietro che allarga sempre più il campo sugli uffici dello studio cinematografico, vero epicentro della vicenda; e poi all’esterno, tramutandosi in un’epica carrellata in piano sequenza di otto minuti che, in un’esplicita citazione, riporta la memoria a L’infernale Quinlan (1958).

Walter Stuckel: «I film che fanno oggi sono tutti dei videoclip: stacco, stacco, stacco. La scena d’inizio de “L’infernale Quinlan”, di Welles, dura sei minuti e mezzo […]».

Buck Henry (interpretando se stesso): «E che mi dici di Bertolucci? Di quella stupenda carrellata ne “Il tè nel deserto?”».

Walter Stuckel«Mai sentito».

E sullo stesso genere del film di Welles, Altman dà anche l’impressione di piazzarsi, qualora si volesse introdurre la trama (in venticinque parole, come vuole il buon produttore esecutivo): un rampante produttore, minacciato da uno sceneggiatore con cui ha dei conti in sospeso, trova la sua vendetta. Ora dovrà cercare di evitarne le inevitabili conseguenze.

i protagonisti
Tim Robbins e Greta Scacchi, “l’eroe e l’amata”.

Sulla carta è un noir puro, con quasi tutte le atmosfere del genere: l’omicidio e l’indagine, il detective e il colpevole (in questo caso a ruoli invertiti), la femme fatale, la cupezza visiva della maggior parte delle scene, l’ambiguità dei personaggi di contorno che danno sempre l’impressione di non sapere fino in fondo da che parte remino.

E tuttavia, una volta posto sullo schermo, il noir lascia chiaramente il posto alla commedia più pura, come ci si aspetta da Altman.

Una commedia graffiante e cattivissima, tra i film più spietati mai fatti da Altman e non solo. È già evidente nella scena che chiude il già citato piano sequenza iniziale (che mostra questo mondo di avidi rampanti e affaristi puttanieri), col protagonista Griffin Mill che legge la cartolina contenente il primo messaggio minatorio mostrato, in cui Chaplin, Marilyn e una variegata congerie di stelle del passato sormonta la scritta a caratteri cubitali: «your Hollywood is dead».

Parlare di metacinema è spesso un gioco un po’ sterile: il cinema, come ogni arte, ha sempre fatto riferimento a se stesso, tutto il cinema parla sempre del cinema, velatamente o meno.

Tuttavia, da questo punto di vista, la cosa interessante de I protagonisti è che il cinema è un vero personaggio.

Ne è quasi “un protagonista” – anche se, come vedremo, il vero protagonista è un altro; lo testimoniano le innumerevoli inquadrature sulle locandine che fungono da scandaglio, dove una semplice zoomata sulla tag-line funge da didascalia su quanto visto, o su quanto avverrà di lì a poco.

E lo stesso traspare dall’infinita schiera di attori e registi che entrano in scena come semplici comparse interpretando loro stessi, anche solo per pochi secondi, a cui Altman lasciò totale libertà.

«Avevo Burt Reynolds e gli dissi: “Beh devi interpretare te stesso, solo tu puoi scegliere cosa dire: puoi dire che lo conosci (il personaggio di Tim Robbins ndr) oppure no, dipende da te.” E lui mi disse: “Sì che lo conosco, e so che è uno stronzo come tutti!” e dissi “Benissimo, hai centrato il punto!”».

(Robert Altman)

I protagonisti

Ma ancora non è stata sciolta la premessa iniziale: perché I protagonisti è un film “hollywoodiano”?

La trama segue gli stereotipi del genere, ma alla maniera di Altman, dove ogni valore è ribaltato. I cattivi investigatori finiscono sulla graticola, l’eroe -seppur lestofante- trionfa su tutta la linea, tra momenti di suspense, risate, violenza, nudo e sesso, alcuni degli elementi che Griffin ritiene alla base della buona riuscita di un film; e infine, sotto una schiera sterminata di sorrisi e bandiere americane, si hanno speranza e lieto fine, gli ultimi due elementi fondamentali per il successo commerciale, dove l’eroe vivrà “per sempre felice e contento” con la sua bella.

«La gente dice che questa è una satira su Hollywood. In realtà sto solo usando Hollywood e l’industria cinematografica come metafora della nostra cultura. In realtà il film parla dell’avidità, parla dei nostri idoli. Chi sono? Educhiamo i nostri figli ad ammirare chi fa tanti soldi, a prescindere da quali siano le sue qualità, da come li abbia fatti, perché sono cose che non interessano più. Abbiamo cambiato molti nostri standard, anche nel nostro settore, negli ultimi vent’anni, e a meno che non vadano in prigione questi grandi affaristi e campioni di incassi sono i nostri modelli. Sono i nostri nuovi eroi».

(Robert Altman a Charlie Rose nel 1993)

Sulla scia di M*A*S*H (1970), quanto messo in scena diviene nulla più che un artificio, un pretesto volto a offrire uno sguardo su qualcosa. Il quale, come ben disse al tempo, non è un vero attacco a Hollywood, non direttamente almeno. Hollywood – come fu la musica country per Nashville (1975), i marine per M*A*S*H, il mito della frontiera per I compari (1971) – è solo un pretesto per gettare uno sguardo impietoso su una società, su un’epoca; su quegli anni ’80 dominati dall’avidità di denaro e di successo, dalla stupidità arrogante e dall’incompetenza al potere, dall’edonismo più becero. Un’epoca chiaramente molto diversa da quella in cui viviamo.

«Come mai c’hai messo tanto?»
«C’era un casino di traffico.”

Uno sguardo satirico che Altman sa che non può essere effettuato se non guardandolo dal suo interno, mettendo in gioco le proprie idiosincrasie: «quando si fa satira senza essere al centro del problema si chiama propaganda. Ed è una cosa che non mi ha mai affascinato».

E come M*A*S*H, la trama giungerà infine ad avvilupparsi su se stessa. A svelare l’inganno, poiché solo sul lieto fine si ha l’aletheia (verità), viene alla luce chi fosse il vero autore delle cartoline minatorie. Chi mai poteva cercare di mettere in difficoltà l’eroe lungo tutto il corso della storia?

È qui che i “I protagonisti” si dimostra un titolo svilente. È sempre stato lui il motore della trama, la mina vagante, “The Player”: Robert Altman stesso.

Pronto a vendere a Griffin Mill, a Hollywood, con il quale c’era sempre stata un’assoluta discordanza di visioni, il suo grande film “hollywoodiano”.

i protagonisti
«E vissero per sempre felici e contenti.»

Leggi anche: L’arte del Racconto – Tra Carver, Altman e P.T. Anderson

Giulio Gentile
Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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